È iniziato ufficialmente, con la cerimonia di inaugurazione alla Casa di Reclusione Due Palazzi, il nuovo anno accademico in carcere.
Il progetto "Università in carcere" è stato avviato nel 2003 grazie a un protocollo di intesa tra l'Ateneo di Padova e il Ministero della Giustizia, con l'obiettivo di portare la formazione universitaria nelle carceri del Triveneto. Dal 2018, la Conferenza Nazionale dei Delegati dei Rettori per i Poli Universitari Penitenziari (CNUPP) coordina le attività di formazione universitaria in carcere, coinvolgendo 30 Atenei, 50 istituti penitenziari e circa 900 studenti detenuti.
Alla cerimonia di apertura, hanno preso parte la rettrice Daniela Mapelli, il Provveditore per il Triveneto e della direttrice della Casa di Reclusione, Maria Gabriella Lusi, il sottosegretario di Stato alla giustizia Andrea Ostellari, la delegata del progetto Università in Carcere, Francesca Vianello, i tutor e gli studenti iscritti. Attualmente, 64 studenti reclusi sono iscritti all'Università di Padova, con 41 presso la Casa di Reclusione Due Palazzi, 1 a Rovigo, 1 a Vicenza, 15 in esecuzione penale esterna e 2 trasferiti in altri istituti penitenziari.
'Da ventidue anni il nostro Ateneo è impegnato con convinzione e continuità nel progetto "Università in carcere", un’iniziativa che incarna pienamente i valori più profondi dell’Università pubblica: l’accessibilità, la responsabilità sociale, la promozione del sapere come strumento di emancipazione e libertà. Oggi, come nel 2003, crediamo che il diritto allo studio sia universale, e che ogni barriera – fisica o simbolica che sia – debba essere superata affinché ciascuno possa accedere alla conoscenza, alla crescita personale, alla cittadinanza. Nel corso di questi ventidue anni, il progetto si è consolidato e ampliato, e ha trovato nelle istituzioni penitenziarie, nel corpo docente, tutor, nei detenuti studenti un terreno fertile di collaborazione e di confronto' - ha commentato Mapelli.
'L’università in carcere non è – e non vuole essere – un gesto simbolico o assistenziale. È, invece, un atto concreto di giustizia sociale, un investimento nella persona e nella collettività. Lo studio, infatti, ha la straordinaria capacità di generare futuro, di costruire possibilità, di ridisegnare l’identità. E questo vale per chiunque, ma ancora di più per chi si trova in una condizione di privazione della libertà personale. A ben pensarci, proprio lo studio rappresenta una delle forme più alte di libertà. È un viaggio che non ha bisogno di muovere i piedi, ma solo la mente. È uno spazio di libertà interiore che nessuna parete, nessuna sbarra può realmente contenere. E in un luogo come questo, dove tutto è scandito da regole, tempi e limitazioni, lo studio può diventare un orizzonte, una speranza, un ancoraggio alla dignità personale' - ha aggiunto ancora la rettrice.
La cerimonia si è chiusa con la prolusione "I benefici di una mente consapevole" tenuta da Alberto Voci, e un momento di intrattenimento artistico con il comico Paolo Migone.
Grazie al progetto Musei in Valigia del Centro di Ateneo per i Musei, inoltre, anche quest'anno il Carcere ospita alcuni materiali del patrimonio culturale di Ateneo. L'esposizione presenta il percorso svolto e le riflessioni emerse nel corso del ciclo di laboratori condotti dai conservatori dei Musei assieme a studenti in regime di detenzione. Il fil rouge è il rapporto tra l'uomo e l'ambiente, la conoscenza scientifica e il reciproco adattamento.
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'L’università in carcere non è – e non vuole essere – un gesto simbolico o assistenziale. È, invece, un atto concreto di giustizia sociale, un investimento nella persona e nella collettività. Lo studio, infatti, ha la straordinaria capacità di generare futuro, di costruire possibilità, di ridisegnare l’identità. E questo vale per chiunque, ma ancora di più per chi si trova in una condizione di privazione della libertà personale. A ben pensarci, proprio lo studio rappresenta una delle forme più alte di libertà. È un viaggio che non ha bisogno di muovere i piedi, ma solo la mente. È uno spazio di libertà interiore che nessuna parete, nessuna sbarra può realmente contenere. E in un luogo come questo, dove tutto è scandito da regole, tempi e limitazioni, lo studio può diventare un orizzonte, una speranza, un ancoraggio alla dignità personale' - ha aggiunto ancora la rettrice.
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Il progetto "Università in carcere" è stato avviato nel 2003 grazie a un protocollo di intesa tra l'Ateneo di Padova e il Ministero della Giustizia, con l'obiettivo di portare la formazione universitaria nelle carceri del Triveneto. Dal 2018, la Conferenza Nazionale dei Delegati dei Rettori per i Poli Universitari Penitenziari (CNUPP) coordina le attività di formazione universitaria in carcere, coinvolgendo 30 Atenei, 50 istituti penitenziari e circa 900 studenti detenuti.
Alla cerimonia di apertura, hanno preso parte la rettrice Daniela Mapelli, il Provveditore per il Triveneto e della direttrice della Casa di Reclusione, Maria Gabriella Lusi, il sottosegretario di Stato alla giustizia Andrea Ostellari, la delegata del progetto Università in Carcere, Francesca Vianello, i tutor e gli studenti iscritti. Attualmente, 64 studenti reclusi sono iscritti all'Università di Padova, con 41 presso la Casa di Reclusione Due Palazzi, 1 a Rovigo, 1 a Vicenza, 15 in esecuzione penale esterna e 2 trasferiti in altri istituti penitenziari.
'Da ventidue anni il nostro Ateneo è impegnato con convinzione e continuità nel progetto "Università in carcere", un’iniziativa che incarna pienamente i valori più profondi dell’Università pubblica: l’accessibilità, la responsabilità sociale, la promozione del sapere come strumento di emancipazione e libertà. Oggi, come nel 2003, crediamo che il diritto allo studio sia universale, e che ogni barriera – fisica o simbolica che sia – debba essere superata affinché ciascuno possa accedere alla conoscenza, alla crescita personale, alla cittadinanza. Nel corso di questi ventidue anni, il progetto si è consolidato e ampliato, e ha trovato nelle istituzioni penitenziarie, nel corpo docente, tutor, nei detenuti studenti un terreno fertile di collaborazione e di confronto' - ha commentato Mapelli.
'L’università in carcere non è – e non vuole essere – un gesto simbolico o assistenziale. È, invece, un atto concreto di giustizia sociale, un investimento nella persona e nella collettività. Lo studio, infatti, ha la straordinaria capacità di generare futuro, di costruire possibilità, di ridisegnare l’identità. E questo vale per chiunque, ma ancora di più per chi si trova in una condizione di privazione della libertà personale. A ben pensarci, proprio lo studio rappresenta una delle forme più alte di libertà. È un viaggio che non ha bisogno di muovere i piedi, ma solo la mente. È uno spazio di libertà interiore che nessuna parete, nessuna sbarra può realmente contenere. E in un luogo come questo, dove tutto è scandito da regole, tempi e limitazioni, lo studio può diventare un orizzonte, una speranza, un ancoraggio alla dignità personale' - ha aggiunto ancora la rettrice.
La cerimonia si è chiusa con la prolusione "I benefici di una mente consapevole" tenuta da Alberto Voci, e un momento di intrattenimento artistico con il comico Paolo Migone.
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