Galassie nell’Universo primordiale in sistemi in fase di fusione

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Un team internazionale di astronomi, coordinato da Michael Romano, dottorando presso l’Università di Padova e associato all’Istituto Nazionale di Astrofisica (INAF), ha scoperto che circa il 40% delle galassie nell’Universo primordiale si trova in sistemi in fase di fusione. Questa scoperta conferma che nelle prime fasi della loro evoluzione, le galassie hanno accresciuto in modo significativo la loro massa fondendosi tra loro.

Gli “scontri tra galassie” (galactic mergers, in gergo tecnico) avvengono quando due o più galassie si avvicinano a tal punto da iniziare a spiraleggiare l'una sull'altra a causa della gravità, fino a fondersi in un'unica galassia più grande. Se le due galassie hanno più o meno lo stesso numero di stelle (quindi la stessa massa stellare), la galassia risultante avrà circa il doppio della massa di quelle individuali: questo infatti è il meccanismo più veloce con cui le galassie possono crescere. Tuttavia, solo l’1% delle galassie nell’Universo locale sono osservate nell’atto di fondersi: al giorno d’oggi le galassie crescono prevalentemente perché accrescono gas freddo trasformandolo in stelle (il cosiddetto meccanismo di “formazione stellare”). 

Oggi l'identificazione di questi fenomeni nell’Universo lontano è resa più complicata dalla presenza delle polveri interstellari, che impediscono alla luce prodotta da stelle giovani di raggiungere i classici telescopi ottici, e dalla difficoltà di questi telescopi di rilevare il moto delle galassie stesse.

il team ALPINE (ALMA Large Program to INvestigate C+ at Early times), di cui fa parte anche il ricercatore Unipd, riporta la scoperta di dozzine di galactic mergers nell’Universo primordiale grazie alle potenti antenne dell’interferometro ALMA (Atacama Large Millimeter/submillimeter Array), in Cile. Il radiotelescopio ALMA è infatti in grado di osservare la luce oscurata dalla polvere individuando galassie che altrimenti risulterebbero essere completamente invisibili, e di svelarne la struttura tridimensionale.

Il programma ALPINE, coordinato tra gli altri da Paolo Cassata, professore dell’Università di Padova, ha studiato nel dettaglio un campione di un centinaio di galassie risalenti a quando l’Universo aveva “solo” un miliardo di anni. Grazie ad ALMA, è stato possibile rilevare la luce proveniente da queste galassie lontane ed emessa da un particolare ione del Carbonio, detto C+. Gli atomi di Carbonio infatti, vengono “ionizzati” dalla luce ultravioletta prodotta da stelle appena nate all’interno di nubi di polvere, emettendo luce ad una ben determinata frequenza. Tale “radiazione”, al contrario di quella ultravioletta, è in grado di viaggiare indisturbata attraverso la coltre di polvere che la circonda, fino a raggiungere le antenne di ALMA. La presenza di atomi di C+ fornisce quindi informazioni sul tasso di formazione stellare all’interno delle galassie e sulla loro morfologia.

«Grazie al progetto ALPINE, siamo riusciti a osservare la struttura tridimensionale di queste galassie primordiali a diverse frequenze, identificando anche le componenti più polverose grazie all’emissione del C+, celate in precedenza persino agli occhi dei più potenti telescopi ottici, come l’Hubble Space Telescope – afferma Michael Romano -. Abbiamo scoperto che, 12 miliardi di anni fa, i mergers erano circa 40 volte più frequenti di oggi, fornendo un contributo significativo alla crescita in massa delle galassie nell’Universo lontano.

«Questa analisi ha permesso di stimare quante volte una galassia simile alla Via Lattea si sia scontrata con altre galassie vicine durante la sua evoluzione fino ad oggi - aggiunge Paolo Cassata -. Troviamo che, tipicamente, tali galassie possono subire fino a una decina di mergingin circa 13 miliardi di anni, contribuendo alla formazione delle strutture che osserviamo attualmente nel nostro “vicinato cosmico».

I risultati del nostro lavoro evidenziano che la conversione di gas in stelle è il meccanismo primario che permette alle galassie di aumentare la propria massa, sebbene il contributo dovuto ai merging acquisti una sempre maggiore importanza con l’avvicinarsi agli albori dell’Universo, dove diventa almeno maggiore del 10% o, in alcuni casi, addirittura paragonabile al processo di formazione stellare - conclude Michael Romano -. In futuro, saremo sicuramente in grado approfondire il problema della crescita ed evoluzione delle galassie primordiali grazie ad ulteriori osservazioni ad alta risoluzione con ALMA e all’imminente lancio del James Webb Space Telescope».

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Gli “scontri tra galassie” (galactic mergers, in gergo tecnico) avvengono quando due o più galassie si avvicinano a tal punto da iniziare a spiraleggiare l'una sull'altra a causa della gravità, fino a fondersi in un'unica galassia più grande. Se le due galassie hanno più o meno lo stesso numero di stelle (quindi la stessa massa stellare), la galassia risultante avrà circa il doppio della massa di quelle individuali: questo infatti è il meccanismo più veloce con cui le galassie possono crescere. Tuttavia, solo l’1% delle galassie nell’Universo locale sono osservate nell’atto di fondersi: al giorno d’oggi le galassie crescono prevalentemente perché accrescono gas freddo trasformandolo in stelle (il cosiddetto meccanismo di “formazione stellare”). 

Oggi l'identificazione di questi fenomeni nell’Universo lontano è resa più complicata dalla presenza delle polveri interstellari, che impediscono alla luce prodotta da stelle giovani di raggiungere i classici telescopi ottici, e dalla difficoltà di questi telescopi di rilevare il moto delle galassie stesse.

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«Grazie al progetto ALPINE, siamo riusciti a osservare la struttura tridimensionale di queste galassie primordiali a diverse frequenze, identificando anche le componenti più polverose grazie all’emissione del C+, celate in precedenza persino agli occhi dei più potenti telescopi ottici, come l’Hubble Space Telescope – afferma Michael Romano -. Abbiamo scoperto che, 12 miliardi di anni fa, i mergers erano circa 40 volte più frequenti di oggi, fornendo un contributo significativo alla crescita in massa delle galassie nell’Universo lontano.

«Questa analisi ha permesso di stimare quante volte una galassia simile alla Via Lattea si sia scontrata con altre galassie vicine durante la sua evoluzione fino ad oggi - aggiunge Paolo Cassata -. Troviamo che, tipicamente, tali galassie possono subire fino a una decina di mergingin circa 13 miliardi di anni, contribuendo alla formazione delle strutture che osserviamo attualmente nel nostro “vicinato cosmico».

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Gli “scontri tra galassie” (galactic mergers, in gergo tecnico) avvengono quando due o più galassie si avvicinano a tal punto da iniziare a spiraleggiare l'una sull'altra a causa della gravità, fino a fondersi in un'unica galassia più grande. Se le due galassie hanno più o meno lo stesso numero di stelle (quindi la stessa massa stellare), la galassia risultante avrà circa il doppio della massa di quelle individuali: questo infatti è il meccanismo più veloce con cui le galassie possono crescere. Tuttavia, solo l’1% delle galassie nell’Universo locale sono osservate nell’atto di fondersi: al giorno d’oggi le galassie crescono prevalentemente perché accrescono gas freddo trasformandolo in stelle (il cosiddetto meccanismo di “formazione stellare”). 

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«Grazie al progetto ALPINE, siamo riusciti a osservare la struttura tridimensionale di queste galassie primordiali a diverse frequenze, identificando anche le componenti più polverose grazie all’emissione del C+, celate in precedenza persino agli occhi dei più potenti telescopi ottici, come l’Hubble Space Telescope – afferma Michael Romano -. Abbiamo scoperto che, 12 miliardi di anni fa, i mergers erano circa 40 volte più frequenti di oggi, fornendo un contributo significativo alla crescita in massa delle galassie nell’Universo lontano.

«Questa analisi ha permesso di stimare quante volte una galassia simile alla Via Lattea si sia scontrata con altre galassie vicine durante la sua evoluzione fino ad oggi - aggiunge Paolo Cassata -. Troviamo che, tipicamente, tali galassie possono subire fino a una decina di mergingin circa 13 miliardi di anni, contribuendo alla formazione delle strutture che osserviamo attualmente nel nostro “vicinato cosmico».

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«Questa analisi ha permesso di stimare quante volte una galassia simile alla Via Lattea si sia scontrata con altre galassie vicine durante la sua evoluzione fino ad oggi - aggiunge Paolo Cassata -. Troviamo che, tipicamente, tali galassie possono subire fino a una decina di mergingin circa 13 miliardi di anni, contribuendo alla formazione delle strutture che osserviamo attualmente nel nostro “vicinato cosmico».

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Un team internazionale di astronomi, coordinato da Michael Romano, dottorando presso l’Università di Padova e associato all’Istituto Nazionale di Astrofisica (INAF), ha scoperto che circa il 40% delle galassie nell’Universo primordiale si trova in sistemi in fase di fusione. Questa scoperta conferma che nelle prime fasi della loro evoluzione, le galassie hanno accresciuto in modo significativo la loro massa fondendosi tra loro.

Gli “scontri tra galassie” (galactic mergers, in gergo tecnico) avvengono quando due o più galassie si avvicinano a tal punto da iniziare a spiraleggiare l'una sull'altra a causa della gravità, fino a fondersi in un'unica galassia più grande. Se le due galassie hanno più o meno lo stesso numero di stelle (quindi la stessa massa stellare), la galassia risultante avrà circa il doppio della massa di quelle individuali: questo infatti è il meccanismo più veloce con cui le galassie possono crescere. Tuttavia, solo l’1% delle galassie nell’Universo locale sono osservate nell’atto di fondersi: al giorno d’oggi le galassie crescono prevalentemente perché accrescono gas freddo trasformandolo in stelle (il cosiddetto meccanismo di “formazione stellare”). 

Oggi l'identificazione di questi fenomeni nell’Universo lontano è resa più complicata dalla presenza delle polveri interstellari, che impediscono alla luce prodotta da stelle giovani di raggiungere i classici telescopi ottici, e dalla difficoltà di questi telescopi di rilevare il moto delle galassie stesse.

il team ALPINE (ALMA Large Program to INvestigate C+ at Early times), di cui fa parte anche il ricercatore Unipd, riporta la scoperta di dozzine di galactic mergers nell’Universo primordiale grazie alle potenti antenne dell’interferometro ALMA (Atacama Large Millimeter/submillimeter Array), in Cile. Il radiotelescopio ALMA è infatti in grado di osservare la luce oscurata dalla polvere individuando galassie che altrimenti risulterebbero essere completamente invisibili, e di svelarne la struttura tridimensionale.

Il programma ALPINE, coordinato tra gli altri da Paolo Cassata, professore dell’Università di Padova, ha studiato nel dettaglio un campione di un centinaio di galassie risalenti a quando l’Universo aveva “solo” un miliardo di anni. Grazie ad ALMA, è stato possibile rilevare la luce proveniente da queste galassie lontane ed emessa da un particolare ione del Carbonio, detto C+. Gli atomi di Carbonio infatti, vengono “ionizzati” dalla luce ultravioletta prodotta da stelle appena nate all’interno di nubi di polvere, emettendo luce ad una ben determinata frequenza. Tale “radiazione”, al contrario di quella ultravioletta, è in grado di viaggiare indisturbata attraverso la coltre di polvere che la circonda, fino a raggiungere le antenne di ALMA. La presenza di atomi di C+ fornisce quindi informazioni sul tasso di formazione stellare all’interno delle galassie e sulla loro morfologia.

«Grazie al progetto ALPINE, siamo riusciti a osservare la struttura tridimensionale di queste galassie primordiali a diverse frequenze, identificando anche le componenti più polverose grazie all’emissione del C+, celate in precedenza persino agli occhi dei più potenti telescopi ottici, come l’Hubble Space Telescope – afferma Michael Romano -. Abbiamo scoperto che, 12 miliardi di anni fa, i mergers erano circa 40 volte più frequenti di oggi, fornendo un contributo significativo alla crescita in massa delle galassie nell’Universo lontano.

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I risultati del nostro lavoro evidenziano che la conversione di gas in stelle è il meccanismo primario che permette alle galassie di aumentare la propria massa, sebbene il contributo dovuto ai merging acquisti una sempre maggiore importanza con l’avvicinarsi agli albori dell’Universo, dove diventa almeno maggiore del 10% o, in alcuni casi, addirittura paragonabile al processo di formazione stellare - conclude Michael Romano -. In futuro, saremo sicuramente in grado approfondire il problema della crescita ed evoluzione delle galassie primordiali grazie ad ulteriori osservazioni ad alta risoluzione con ALMA e all’imminente lancio del James Webb Space Telescope».

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Gli “scontri tra galassie” (galactic mergers, in gergo tecnico) avvengono quando due o più galassie si avvicinano a tal punto da iniziare a spiraleggiare l'una sull'altra a causa della gravità, fino a fondersi in un'unica galassia più grande. Se le due galassie hanno più o meno lo stesso numero di stelle (quindi la stessa massa stellare), la galassia risultante avrà circa il doppio della massa di quelle individuali: questo infatti è il meccanismo più veloce con cui le galassie possono crescere. Tuttavia, solo l’1% delle galassie nell’Universo locale sono osservate nell’atto di fondersi: al giorno d’oggi le galassie crescono prevalentemente perché accrescono gas freddo trasformandolo in stelle (il cosiddetto meccanismo di “formazione stellare”). 

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Il programma ALPINE, coordinato tra gli altri da Paolo Cassata, professore dell’Università di Padova, ha studiato nel dettaglio un campione di un centinaio di galassie risalenti a quando l’Universo aveva “solo” un miliardo di anni. Grazie ad ALMA, è stato possibile rilevare la luce proveniente da queste galassie lontane ed emessa da un particolare ione del Carbonio, detto C+. Gli atomi di Carbonio infatti, vengono “ionizzati” dalla luce ultravioletta prodotta da stelle appena nate all’interno di nubi di polvere, emettendo luce ad una ben determinata frequenza. Tale “radiazione”, al contrario di quella ultravioletta, è in grado di viaggiare indisturbata attraverso la coltre di polvere che la circonda, fino a raggiungere le antenne di ALMA. La presenza di atomi di C+ fornisce quindi informazioni sul tasso di formazione stellare all’interno delle galassie e sulla loro morfologia.

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I risultati del nostro lavoro evidenziano che la conversione di gas in stelle è il meccanismo primario che permette alle galassie di aumentare la propria massa, sebbene il contributo dovuto ai merging acquisti una sempre maggiore importanza con l’avvicinarsi agli albori dell’Universo, dove diventa almeno maggiore del 10% o, in alcuni casi, addirittura paragonabile al processo di formazione stellare - conclude Michael Romano -. In futuro, saremo sicuramente in grado approfondire il problema della crescita ed evoluzione delle galassie primordiali grazie ad ulteriori osservazioni ad alta risoluzione con ALMA e all’imminente lancio del James Webb Space Telescope».

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L’UNIVERSITÀ DI PADOVA SIGLA UN ACCORDO CON LA MAKERERE UNIVERSITY, UGANDA

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2021RUB04 - Allegato 15 - Verbale 2 - elenco candidati e convocazione

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Ricerca UNIPD-INAF - QUEGLI SCONTRI E FUSIONI ALL’ALBA DELL’UNIVERSO CHE HANNO AIUTATO LE GALASSIE A CRESCERE

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Sussidi straordinari per studenti e studentesse in particolare disagio economico

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Unipd, promossa con 'lode'

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Confermando l’accreditamento ottenuto per la prima volta nel 2012, anche per il triennio 2021-2023 l’Università di Padova sarà accreditata col sigillo dell’Unione Europea "HR Excellence in Research".  Ad oggi, in tutta Europa, sono 626 le università "HR Excellence in Research" e di queste 18 sono italiane.

La conferma dell'accreditamento è arrivata al termine delle consultazioni della commissione valutatrice, presieduta da Mary O’Regan, HR Research Manager dell’Università di Cork, sentitita la governance dell’Ateneo, i referenti delle strutture dedicate alla gestione delle risorse umane nell’ottica del corretto funzionamento dell’attività di ricerca, oltre a docenti, ricercatrici e ricercatori, dottorande e dottorandi.

«Oltre alla conferma del prestigioso accreditamento mi hanno colpito le lodi che abbiamo ricevuto. C’è chi, in commissione valutatrice, ha detto senza mezzi termini che sceglierebbe Padova, potendo tornare indietro, per studiare o fare attività di ricerca – spiega il Rettore dell’Università di Padova, Rosario Rizzuto –. È un grande risultato per il nostro Ateneo. Ed è ancora più importante ottenerlo in un periodo come questo, nel quale la pandemia ci sottolinea, tutti i giorni, il ruolo fondamentale della ricerca e della scienza, le uniche chance che abbiamo nel trovare soluzioni e risposte efficaci alla sfida mondiale che stiamo vivendo. Lasciatemi ringraziare, una per tutte e tutti, la professoressa Cinzia Sada, la referente del progetto, per l’ottimo lavoro svolto». 

L’Università di Padova progetta e realizza piani di azione triennali utili a implementare concretamente i principi stabiliti dalla Carta europea dei ricercatori e dal Codice di condotta per l’assunzione dei ricercatori (C&C). L’impegno dell’Università nelle politiche a favore del personale di ricerca le ha permesso di accreditarsi come Istituzione Europea assegnataria del sigillo "HR Excellence in Research". 

La Carta Europea dei Ricercatori e il Codice di Condotta per la loro assunzione sono documenti complementari, rivolti a tutti i ricercatori e le ricercatrici dell’Unione Europea, contenenti un insieme di principi generali e di raccomandazioni che riguardano i ruoli, le responsabilità e le prerogative dei ricercatori, dei loro datori di lavoro e degli Enti che finanziano la ricerca.

La Carta intende promuovere la mobilità, migliorare le condizioni e l’ambiente di lavoro, favorire i processi di riconoscimento e di sviluppo professionale, consolidare l’adozione di buone pratiche nei servizi di supporto alla ricerca. Il Codice ha l’obiettivo di migliorare i processi di reclutamento e di rendere più eque e trasparenti le procedure di selezione, proponendo, inoltre, strumenti e criteri alternativi per la valutazione del merito.

Il Piano di Azioni 2021-2023 sul tema comprende 46 azioni riconducibili ai principi della Carta e del Codice. Le iniziative cardine riguardano lo sviluppo professionale, l’accesso alla formazione alla ricerca e alla formazione continua, l’accesso alla carriera professionale, il valore della mobilità, il sistema di valutazione, l’impegno verso l’opinione pubblica, le condizioni di lavoro, i finanziamenti e i salari, la partecipazione agli organismi decisionali, il reclutamento, la selezione, la valutazione del merito, il riconoscimento delle qualifiche e la non discriminazione. 

Consulta la sintesi del Piano 2021-23

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Consulta la sintesi del Piano 2021-23

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Confermando l’accreditamento ottenuto per la prima volta nel 2012, anche per il triennio 2021-2023 l’Università di Padova sarà accreditata col sigillo dell’Unione Europea "HR Excellence in Research".  Ad oggi, in tutta Europa, sono 626 le università "HR Excellence in Research" e di queste 18 sono italiane.

La conferma dell'accreditamento è arrivata al termine delle consultazioni della commissione valutatrice, presieduta da Mary O’Regan, HR Research Manager dell’Università di Cork, sentitita la governance dell’Ateneo, i referenti delle strutture dedicate alla gestione delle risorse umane nell’ottica del corretto funzionamento dell’attività di ricerca, oltre a docenti, ricercatrici e ricercatori, dottorande e dottorandi.

«Oltre alla conferma del prestigioso accreditamento mi hanno colpito le lodi che abbiamo ricevuto. C’è chi, in commissione valutatrice, ha detto senza mezzi termini che sceglierebbe Padova, potendo tornare indietro, per studiare o fare attività di ricerca – spiega il Rettore dell’Università di Padova, Rosario Rizzuto –. È un grande risultato per il nostro Ateneo. Ed è ancora più importante ottenerlo in un periodo come questo, nel quale la pandemia ci sottolinea, tutti i giorni, il ruolo fondamentale della ricerca e della scienza, le uniche chance che abbiamo nel trovare soluzioni e risposte efficaci alla sfida mondiale che stiamo vivendo. Lasciatemi ringraziare, una per tutte e tutti, la professoressa Cinzia Sada, la referente del progetto, per l’ottimo lavoro svolto». 

L’Università di Padova progetta e realizza piani di azione triennali utili a implementare concretamente i principi stabiliti dalla Carta europea dei ricercatori e dal Codice di condotta per l’assunzione dei ricercatori (C&C). L’impegno dell’Università nelle politiche a favore del personale di ricerca le ha permesso di accreditarsi come Istituzione Europea assegnataria del sigillo "HR Excellence in Research". 

La Carta Europea dei Ricercatori e il Codice di Condotta per la loro assunzione sono documenti complementari, rivolti a tutti i ricercatori e le ricercatrici dell’Unione Europea, contenenti un insieme di principi generali e di raccomandazioni che riguardano i ruoli, le responsabilità e le prerogative dei ricercatori, dei loro datori di lavoro e degli Enti che finanziano la ricerca.

La Carta intende promuovere la mobilità, migliorare le condizioni e l’ambiente di lavoro, favorire i processi di riconoscimento e di sviluppo professionale, consolidare l’adozione di buone pratiche nei servizi di supporto alla ricerca. Il Codice ha l’obiettivo di migliorare i processi di reclutamento e di rendere più eque e trasparenti le procedure di selezione, proponendo, inoltre, strumenti e criteri alternativi per la valutazione del merito.

Il Piano di Azioni 2021-2023 sul tema comprende 46 azioni riconducibili ai principi della Carta e del Codice. Le iniziative cardine riguardano lo sviluppo professionale, l’accesso alla formazione alla ricerca e alla formazione continua, l’accesso alla carriera professionale, il valore della mobilità, il sistema di valutazione, l’impegno verso l’opinione pubblica, le condizioni di lavoro, i finanziamenti e i salari, la partecipazione agli organismi decisionali, il reclutamento, la selezione, la valutazione del merito, il riconoscimento delle qualifiche e la non discriminazione. 

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«Oltre alla conferma del prestigioso accreditamento mi hanno colpito le lodi che abbiamo ricevuto. C’è chi, in commissione valutatrice, ha detto senza mezzi termini che sceglierebbe Padova, potendo tornare indietro, per studiare o fare attività di ricerca – spiega il Rettore dell’Università di Padova, Rosario Rizzuto –. È un grande risultato per il nostro Ateneo. Ed è ancora più importante ottenerlo in un periodo come questo, nel quale la pandemia ci sottolinea, tutti i giorni, il ruolo fondamentale della ricerca e della scienza, le uniche chance che abbiamo nel trovare soluzioni e risposte efficaci alla sfida mondiale che stiamo vivendo. Lasciatemi ringraziare, una per tutte e tutti, la professoressa Cinzia Sada, la referente del progetto, per l’ottimo lavoro svolto». 

L’Università di Padova progetta e realizza piani di azione triennali utili a implementare concretamente i principi stabiliti dalla Carta europea dei ricercatori e dal Codice di condotta per l’assunzione dei ricercatori (C&C). L’impegno dell’Università nelle politiche a favore del personale di ricerca le ha permesso di accreditarsi come Istituzione Europea assegnataria del sigillo "HR Excellence in Research". 

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«Oltre alla conferma del prestigioso accreditamento mi hanno colpito le lodi che abbiamo ricevuto. C’è chi, in commissione valutatrice, ha detto senza mezzi termini che sceglierebbe Padova, potendo tornare indietro, per studiare o fare attività di ricerca – spiega il Rettore dell’Università di Padova, Rosario Rizzuto –. È un grande risultato per il nostro Ateneo. Ed è ancora più importante ottenerlo in un periodo come questo, nel quale la pandemia ci sottolinea, tutti i giorni, il ruolo fondamentale della ricerca e della scienza, le uniche chance che abbiamo nel trovare soluzioni e risposte efficaci alla sfida mondiale che stiamo vivendo. Lasciatemi ringraziare, una per tutte e tutti, la professoressa Cinzia Sada, la referente del progetto, per l’ottimo lavoro svolto». 

L’Università di Padova progetta e realizza piani di azione triennali utili a implementare concretamente i principi stabiliti dalla Carta europea dei ricercatori e dal Codice di condotta per l’assunzione dei ricercatori (C&C). L’impegno dell’Università nelle politiche a favore del personale di ricerca le ha permesso di accreditarsi come Istituzione Europea assegnataria del sigillo "HR Excellence in Research". 

La Carta Europea dei Ricercatori e il Codice di Condotta per la loro assunzione sono documenti complementari, rivolti a tutti i ricercatori e le ricercatrici dell’Unione Europea, contenenti un insieme di principi generali e di raccomandazioni che riguardano i ruoli, le responsabilità e le prerogative dei ricercatori, dei loro datori di lavoro e degli Enti che finanziano la ricerca.

La Carta intende promuovere la mobilità, migliorare le condizioni e l’ambiente di lavoro, favorire i processi di riconoscimento e di sviluppo professionale, consolidare l’adozione di buone pratiche nei servizi di supporto alla ricerca. Il Codice ha l’obiettivo di migliorare i processi di reclutamento e di rendere più eque e trasparenti le procedure di selezione, proponendo, inoltre, strumenti e criteri alternativi per la valutazione del merito.

Il Piano di Azioni 2021-2023 sul tema comprende 46 azioni riconducibili ai principi della Carta e del Codice. Le iniziative cardine riguardano lo sviluppo professionale, l’accesso alla formazione alla ricerca e alla formazione continua, l’accesso alla carriera professionale, il valore della mobilità, il sistema di valutazione, l’impegno verso l’opinione pubblica, le condizioni di lavoro, i finanziamenti e i salari, la partecipazione agli organismi decisionali, il reclutamento, la selezione, la valutazione del merito, il riconoscimento delle qualifiche e la non discriminazione. 

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«Oltre alla conferma del prestigioso accreditamento mi hanno colpito le lodi che abbiamo ricevuto. C’è chi, in commissione valutatrice, ha detto senza mezzi termini che sceglierebbe Padova, potendo tornare indietro, per studiare o fare attività di ricerca – spiega il Rettore dell’Università di Padova, Rosario Rizzuto –. È un grande risultato per il nostro Ateneo. Ed è ancora più importante ottenerlo in un periodo come questo, nel quale la pandemia ci sottolinea, tutti i giorni, il ruolo fondamentale della ricerca e della scienza, le uniche chance che abbiamo nel trovare soluzioni e risposte efficaci alla sfida mondiale che stiamo vivendo. Lasciatemi ringraziare, una per tutte e tutti, la professoressa Cinzia Sada, la referente del progetto, per l’ottimo lavoro svolto». 

L’Università di Padova progetta e realizza piani di azione triennali utili a implementare concretamente i principi stabiliti dalla Carta europea dei ricercatori e dal Codice di condotta per l’assunzione dei ricercatori (C&C). L’impegno dell’Università nelle politiche a favore del personale di ricerca le ha permesso di accreditarsi come Istituzione Europea assegnataria del sigillo "HR Excellence in Research". 

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La Carta intende promuovere la mobilità, migliorare le condizioni e l’ambiente di lavoro, favorire i processi di riconoscimento e di sviluppo professionale, consolidare l’adozione di buone pratiche nei servizi di supporto alla ricerca. Il Codice ha l’obiettivo di migliorare i processi di reclutamento e di rendere più eque e trasparenti le procedure di selezione, proponendo, inoltre, strumenti e criteri alternativi per la valutazione del merito.

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Confermando l’accreditamento ottenuto per la prima volta nel 2012, anche per il triennio 2021-2023 l’Università di Padova sarà accreditata col sigillo dell’Unione Europea "HR Excellence in Research".  Ad oggi, in tutta Europa, sono 626 le università "HR Excellence in Research" e di queste 18 sono italiane.

La conferma dell'accreditamento è arrivata al termine delle consultazioni della commissione valutatrice, presieduta da Mary O’Regan, HR Research Manager dell’Università di Cork, sentitita la governance dell’Ateneo, i referenti delle strutture dedicate alla gestione delle risorse umane nell’ottica del corretto funzionamento dell’attività di ricerca, oltre a docenti, ricercatrici e ricercatori, dottorande e dottorandi.

«Oltre alla conferma del prestigioso accreditamento mi hanno colpito le lodi che abbiamo ricevuto. C’è chi, in commissione valutatrice, ha detto senza mezzi termini che sceglierebbe Padova, potendo tornare indietro, per studiare o fare attività di ricerca – spiega il Rettore dell’Università di Padova, Rosario Rizzuto –. È un grande risultato per il nostro Ateneo. Ed è ancora più importante ottenerlo in un periodo come questo, nel quale la pandemia ci sottolinea, tutti i giorni, il ruolo fondamentale della ricerca e della scienza, le uniche chance che abbiamo nel trovare soluzioni e risposte efficaci alla sfida mondiale che stiamo vivendo. Lasciatemi ringraziare, una per tutte e tutti, la professoressa Cinzia Sada, la referente del progetto, per l’ottimo lavoro svolto». 

L’Università di Padova progetta e realizza piani di azione triennali utili a implementare concretamente i principi stabiliti dalla Carta europea dei ricercatori e dal Codice di condotta per l’assunzione dei ricercatori (C&C). L’impegno dell’Università nelle politiche a favore del personale di ricerca le ha permesso di accreditarsi come Istituzione Europea assegnataria del sigillo "HR Excellence in Research". 

La Carta Europea dei Ricercatori e il Codice di Condotta per la loro assunzione sono documenti complementari, rivolti a tutti i ricercatori e le ricercatrici dell’Unione Europea, contenenti un insieme di principi generali e di raccomandazioni che riguardano i ruoli, le responsabilità e le prerogative dei ricercatori, dei loro datori di lavoro e degli Enti che finanziano la ricerca.

La Carta intende promuovere la mobilità, migliorare le condizioni e l’ambiente di lavoro, favorire i processi di riconoscimento e di sviluppo professionale, consolidare l’adozione di buone pratiche nei servizi di supporto alla ricerca. Il Codice ha l’obiettivo di migliorare i processi di reclutamento e di rendere più eque e trasparenti le procedure di selezione, proponendo, inoltre, strumenti e criteri alternativi per la valutazione del merito.

Il Piano di Azioni 2021-2023 sul tema comprende 46 azioni riconducibili ai principi della Carta e del Codice. Le iniziative cardine riguardano lo sviluppo professionale, l’accesso alla formazione alla ricerca e alla formazione continua, l’accesso alla carriera professionale, il valore della mobilità, il sistema di valutazione, l’impegno verso l’opinione pubblica, le condizioni di lavoro, i finanziamenti e i salari, la partecipazione agli organismi decisionali, il reclutamento, la selezione, la valutazione del merito, il riconoscimento delle qualifiche e la non discriminazione. 

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L’Università di Padova progetta e realizza piani di azione triennali utili a implementare concretamente i principi stabiliti dalla Carta europea dei ricercatori e dal Codice di condotta per l’assunzione dei ricercatori (C&C). L’impegno dell’Università nelle politiche a favore del personale di ricerca le ha permesso di accreditarsi come Istituzione Europea assegnataria del sigillo "HR Excellence in Research". 

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2021RUA01 - Allegato 6 - Verbale 2 - Elenco candidati

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2020PO187 Allegato 2 - Verbale 2 - elenco candidati e convocazione

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2021PO181 Allegato 11 - Verbale 2 - Elenco candidati

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2021PA182.4 - Allegato 4 Verbale 2 - elenco candidati

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