Servizi

Collezione di opere d'arte "Luigi Chieco Bianchi"

La nascita della collezione di opere d’arte "Luigi Chieco Bianchi" si lega strettamente alle vicende biografiche e agli interessi del suo promotore, da sempre sensibile alle ricerche artistiche più attuali. Noto a livello internazionale per i suoi contributi nel campo dell’oncologia e dell’immunologia, Luigi Chieco Bianchi (1933-2023) ha ricoperto diverse posizioni all’Università degli Studi di Padova, tra cui professore incaricato di Oncologia sperimentale e successivamente professore ordinario di Oncologia. Ha inoltre fondato e diretto l’Istituto di Oncologia dell'Università di Padova.

La sua passione per l'arte nasce durante gli studi liceali ed è poi alimentata attraverso la frequentazione di mostre e musei, esposizioni temporanee, galleristi e collezionisti d'arte, stimolato in questo anche dalla moglie, l'archeologa Anna Maria Martini.

Le origini della collezione

Durante un soggiorno in America negli anni Ottanta del secolo scorso, Chieco Bianchi ammira le tele donate da Rothko alla Harvard University e si convince dell’importanza di far entrare l’arte negli ambienti, spesso asettici, dei laboratori di ricerca. Rientrato a Padova, decide quindi di promuovere la costituzione di una raccolta artistica anche nei nuovi spazi dell’Istituto Oncologico Veneto, in particolare nella palazzina che ospita oggi la sezione di Oncologia del Dipartimento di Scienze chirurgiche, oncologiche e gastroenterologiche dell’Università di Padova, in via Gattamelata 64. L’intento è di migliorare il benessere di chi in quei luoghi svolge professioni mediche, infermieristiche e di ricerca, a stretto contatto dunque con la sofferenza dei pazienti e, spesso, il lutto dei familiari: l’arte diventa un mezzo per alleggerire il peso quotidiano e migliorare quindi il lavoro di quanti abitano gli spazi dei laboratori.

La prima opera ad entrare in collezione, nel 2001, è Interrogativo Uomo, scultura di Giorgio Camuffo, che rappresenta una sagoma nera di un uomo con al centro un punto interrogativo: posizionata proprio di fronte all’ingresso, ai piedi delle scale che portano al primo piano, è un invito a riflettere sulle motivazioni che guidano la ricerca scientifica, sugli obiettivi che ci si prefigge con i propri studi, senza dar mai nulla per scontato.

Seguono due lavori di altri grandi esponenti dell’arte contemporanea veneta, Closed Flat Knot (1992) di Manfredo Massironi e La ricerca come ponte tra le due anime dell’acqua e del fuoco (2001) di Fabrizio Plessi, ambedue esposti in contesto privilegiato nell’Aula Magna dell’attuale Dipartimento di Scienze chirurgiche oncologiche e gastroenterologiche. Se la prima si riallaccia alle ricerche percettive del maestro padovano, il lavoro di Plessi, realizzato appositamente per questa raccolta, intende di rappresentare il connubio tra arte e scienza, riproducendo una serie di immagini tratte dai quaderni di laboratorio dei ricercatori.

Nell’ambito delle ricerche sulla visione, e la sua crisi, si collocano anche la grande tela di Giovanni Soccol intitolata Macro-microcosmo (2003) e il dipinto di Renato Pengo Paesaggi Prestati (1966-2002), che invita a esplorare il delicato equilibrio tra presenza e assenza, tra colore e vuoto. 

Risalite le scale che portano agli uffici al piano superiore, il minimalismo di Astratto (1977) di Renzo Schirolli, pittore, incisore e progettista mantovano, trova una controparte nell’esuberante L’icononauta (1975) di Vincenzo Eulisse, dove il personaggio del “navigatore delle immagini” ci guida in un viaggio spazio-temporale da una dimensione primordiale a una astrale.

Di complessa lettura iconografica anche il dipinto di Sergio Fergola Un animale sognato da Poe (1969), dono di Annamaria Bellutta Carrain della Galleria Adelphi, che ci proietta in una dimensione onirica inquietante, con sentori surrealisti. A rasserenare gli animi ecco intervenire due lavori di Luigi Sartori, Senza titolo 1 (1986) e Senza titolo 2 (1997), celebranti le gioie famigliari.

Il gruppo di ceramisti

Un nucleo importante della collezione è composto dal gruppo dei ceramisti di Bassano del Grappa e Nove, Pianezzola, Tasca e Lee Babel. Se pur condividano lo stesso materiale, gli artisti impiegano tecniche diverse e sviluppano uno stile affatto personale: insieme rappresentano quindi un interessante spaccato sull'arte ceramica contemporanea. 

L’opera di Pompeo Pianezzola, Evento (2001), è stata appositamente eseguita per la raccolta di Chieco Bianchi ed è oggi collocata nell’atrio antistante l’Aula Magna del Dipartimento. Nel suo enfatizzare l'unicità di ogni esperienza costituisce una sublimazione della ricerca scientifica, mai uguale a sé stessa.

Parimenti legato ai rapporti tra arte e scienza Cartesio (2000) di Lee Babel, ceramista di origine tedesca, che plasmando architettonicamente la materia invita a riflettere sulla pervasività delle forme geometriche nel macrocosmo, e insieme la libertà giocosa dello stesso, sottolineata nell'opera attraverso un vivace cromatismo. 

Legato a Babel da un rapporto professionale e umano, Alessio Tasca è l'unico artista rappresentato in collezione da un'opera acquistata dal Dipartimento: a seguito, infatti, del danneggiamento dell'opera da lui stesso donata, Dorgali (1997), ancora oggi esposta all’esterno dell’edificio, con i soldi dell'assicurazione si decise di acquistare un altro lavoro, Senza Titolo (1992), collocato in cima alle scale che portano al piano degli studi dei docenti.

Le artiste

La collezione di arte costituita da Chieco Bianchi consta anche di una significativa rappresentanza femminile: accanto alla ceramista Lee Babel risaltano i lavori di Nina Nasilli, Sandra Marconato e Orietta Faggionato Braga. 

Il lavoro di quest'ultima, intitolato Microcosmo (2002), sembra a prima vista raffigurare un grande fiore color vinaccia con nervature bianche: ci troviamo in realtà di fronte alla riproduzione di un ingrandimento al microscopio, sintesi della ricerca del bello che l’artista compie in ogni momento della quotidianità.

Di Sandra Marconato, insaziabile sperimentatrice di materiali e tecniche, la collezione vanta l'opera Stele n. 4 (1985), una sagoma di carta realizzata in fibre di cellulosa, pervasa da una muffa che gradatamente corrode le forme, degradandole: una perfetta significazione dello scorrere del tempo, impercettibile ma implacabile.

Nina Nasilli ha donato nel 2007 una sua opera a Chieco Bianchi: intitolata Mamma Giocasta,  con esplicito riferimento al mito di Edipo, assassino del padre e sposo della sua stessa madre, è pregno di rimandi simbolici.
Il segno rapido e incisivo caratterizza anche il libro d’artista Dittochaeon: la saga dell'acqua e del sangue, composto da Nasilli nel 2018, di cui l’Università ha curato la riproduzione digitale del manoscritto. Il volume è un esempio significativo di riscrittura multimediale ispirata al Dittochaeon (Doppio nutrimento) di Prudenzio (348-410 c. d.C.). Nella sua opera, Nasilli mette in dialogo traduzione e interpretazione visiva, intrecciando testo e immagine in chiave contemporanea e sottolineando la potenza narrativa e la forza iconica degli epigrammi prudenziani nei linguaggi artistici contemporanei.

Gli artisti - medici

La raccolta si caratterizza infine per la presenza di un nutrito gruppo di artisti, che furono anche medici e ricercatori, colleghi quindi di Chieco Bianchi, cui li unì un rapporto di grande stima e amicizia. 

Raffaele Scapinelli, professore di Ortopedia a Padova, è stato un medico noto a livello internazionale, con numerose pubblicazioni scientifiche legate a innovative tecniche chirurgiche volte al trattamento delle problematiche ortopediche della spalla. Appassionato vedutista, con un’inclinazione all’arte impressionista, è presente in raccolta con due opere: Autunno a Teolo (1994) e Primavera a Rovolon (1997).

Professore di Biologia dell’Università di Milano, Antonio Siccardi vanta una raffinata tecnica di collage ispirata a Mimmo Rotella. L’opera Laurie Meets Kandinsky (2004) rientra nella serie che prevede la piegatura a fisarmonica di manifesti pubblicitari, così da ottenere effetti di sovrapposizione spezzata, rappresentativi di una realtà oggi sempre più complessa, cosmopolita e globalizzata.

Stimato dermatologo e rispettato collezionista, Aldo Leoni fu anche un apprezzato fotografo: i suoi scatti sono stati pubblicati nelle raccolte Padova Minina (1987) e Treviso Minima (1992), dedicati alle città del titolo, e L’uomo e le sue pause (1990), che presenta invece una raccolta di fotografie di persone di varia origine e condizione sociale, colte nei momenti di riposo o di sospensione dall’attività. Delicatissimi inviti alla riflessione sul sé e sul senso ultimo dell’esistenza. Nel 2008 cinque fotografie di quest'ultima serie sono state donate dalla figlia dell'artista, Emanuela Leoni Pezzagora.

Anche Senza titolo di Franco Flarer, dermatologo, è entrata in collezione attraverso la donazione della figlia di questo grande maestro della Facoltà Medica Patavina, e testimonia come l'incessante ricerca di Flarer nel campo della medicina trovasse un parallelo nella sua inesausta sperimentazione pittorica.

Già membro del gruppo di ricerca milanese sui tumori, Giuseppe Fossati, da sempre affascinato dall’universo artistico, ha coltivato la sua passione per la pittura documentandosi, leggendo e visitando mostre, fino a quando, lasciato l’Istituto Nazionale dei Tumori nel 1992, decide di cimentarsi egli stesso nella realizzazione di opere d’arte. Le sue prime esperienze sono con l’acquerello, che abbandona presto per passare all’olio su tela dato mediante spatola, tecnica che impiega anche nelle due opere in collezione Chieco Bianchi: Laguna d'inverno (2009) e Campo di colza (2009).