La Colombia riconosce le responsabilità dello Stato nella morte dello studente Unipd Giacomo Turra
19 maggio 2026
«Oggi è, per molti aspetti, una giornata che possiamo definire storica. Non perché colmi completamente una ferita, ma perché rappresenta un passaggio fondamentale nel ristabilire la verità e nel riconoscere pubblicamente ciò che è accaduto. L’Università di Padova, che da sempre si riconosce nei valori della libertas patavina, non può che ribadire il proprio impegno nel difendere la dignità della persona, la libertà della ricerca e il valore del diritto internazionale. Ci stringiamo alla famiglia Turra con intensa partecipazione, nel ricordo di Giacomo e nella consapevolezza che la verità, anche quando arriva dopo molti anni, resta un valore irrinunciabile».
Con queste parole la rettrice dell’Università di Padova, Daniela Mapelli, ha commentato la decisione dello Stato colombiano di riconoscere, a trent’anni di distanza, le proprie responsabilità nella morte di Giacomo Turra, il giovane studente padovano ucciso il 3 settembre 1995 a Cartagena des Indias dalla polizia nazionale colombiana.
Turra, 24 anni, studiava filosofia e antropologia all’Università di Padova e nel 1995 si trovava in Colombia per approfondire lo studio delle culture indigene.
Il prossimo 20 maggio il governo colombiano e la famiglia Turra firmeranno un accordo formale, insieme alla Commissione interamericana dei diritti umani che assiste i familiari del giovane. L’intesa prevede un risarcimento economico e un atto pubblico di riparazione morale, con l’installazione di una targa commemorativa a Cartagena.
Quel 3 settembre Giacomo Turra entra in un ristorante cinese di Cartagena des Indias. È agitato e lamenta forti dolori allo stomaco. I gestori del locale, invece di soccorrerlo, chiamano la polizia nazionale. Cinque agenti intervengono, lo immobilizzano a terra e lo colpiscono violentemente, prima di caricarlo su una camionetta diretta in ospedale. La visita medica avviene all’interno del veicolo, dove gli viene praticata un’iniezione. Morirà poche ore dopo.
Quando i familiari arrivano dall’Italia, il corpo del giovane è talmente tumefatto da risultare irriconoscibile. Solo una radiografia dentale consente l’identificazione. Fin dall’inizio la famiglia e le autorità italiane chiedono verità e giustizia, contestando la versione fornita dalle autorità colombiane, che attribuiscono la morte a un’overdose di cocaina o ad atti di autolesionismo. La pressione diplomatica italiana, sostenuta dall’allora ministra degli Esteri Susanna Agnelli, porterà anche alla sospensione di alcuni accordi bilaterali in ambito giudiziario.
In Colombia il caso Turra diventa negli anni un simbolo per le organizzazioni impegnate nella difesa dei diritti umani, sia per la brutalità delle violenze subite dal giovane sia per il forte sostegno internazionale alla richiesta di verità e giustizia.
Il procedimento giudiziario si concluse nel 1998 con l’assoluzione dei poliziotti coinvolti. La famiglia Turra decise allora di rivolgersi alla Comisión Interamericana de Derechos Humanos (CIDH). Nel 2024 la Commissione ha riconosciuto la responsabilità dello Stato colombiano per la violazione di diversi diritti fondamentali, chiedendo risarcimenti e riforme strutturali. Dopo una lunga trattativa, il 20 maggio 2026 la Colombia firmerà ufficialmente l’accordo di riconoscimento delle proprie responsabilità.
«La decisione della Commissione interamericana assume oggi un significato ancora più forte perché avviene in un momento storico in cui molti governi si rendono responsabili di gravi violazioni del diritto internazionale dei diritti umani, ostacolano il funzionamento dei sistemi sopranazionali di garanzia e osteggiano i lavori delle organizzazioni non governative che lottano per la verità e la giustizia.
Questa storica decisione ci dice che il diritto dei diritti umani è ferito, ma non è morto perché ha una forza intrinseca di resistenza. I diritti umani non derivano da una concessione dello Stato né da una norma positiva, sono innati in quanto ineriscono alla dignità della persona. Appartengono ad ogni essere umano per il solo fatto di esistere», ha affermato Marco Mascia, presidente del Centro di Ateneo per i Diritti Umani “Antonio Papisca”.