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resti cremati

I resti umani cremati, a lungo considerati difficili da interpretare, si rivelano oggi una fonte preziosa per comprendere i rituali funerari, l’organizzazione sociale e perfino la biologia delle comunità antiche. È quanto mostra lo studio dal titolo Macroscopic and histological analyses of cremated remains from the Imperial Roman necropolis of La Cona , coordinato dall’Università di Padova, dedicato alla necropoli romano-imperiale di La Cona, a Teramo, (Alessia Galbusera, Stefano Magri, Owen Alexander Higgins, Martina Trevisan, Vito Giuseppe Prillo, Massimo Vidale, Vincenzo Torrieri, Stefano Benazzi, Luca Bondioli, Alessia Nava, Melania Gigante) e pubblicato sulla rivista "PLoS ONE".

La ricerca, condotta insieme a Sapienza Università di Roma, Università di Bologna, Soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio per le province di L’Aquila e Teramo e Accademia Polacca delle Scienze, ha analizzato diversi contesti funerari tra il I secolo a.C. e il I secolo d.C., uno dei periodi più significativi per la ricostruzione delle pratiche funerarie dell’Italia centro-adriatica.

Un nuovo sguardo sui resti cremati

Secondo Melania Gigante, coordinatrice dello studio, ricercatrice e Principal Investigator di un progetto STARS all’Università di Padova, «le cremazioni archeologiche sono un osservatorio privilegiato sul rapporto tra trattamento del corpo, costruzione del rito e identità dell’individuo». Oggi, aggiunge, è possibile leggerle come sistemi complessi, capaci di restituire insieme dati culturali e biologici.

Lo studio ha individuato deposizioni multiple di persone adulte, adolescenti e infanti, mostrando che la raccolta delle ossa dopo il rogo non avveniva in modo casuale. I frammenti di cranio e di ossa lunghe compaiono infatti con particolare frequenza, suggerendo pratiche selettive nella composizione finale della sepoltura. In diverse tombe sono stati trovati anche resti combusti di animali, tra cui ovicaprini, suini, galli e molluschi, interpretabili come offerte rituali. 

«Non si tratta di un semplice processo di arsione della salma», spiega ancora Gigante, «ma di una sequenza rituale strutturata in cui selezione, manipolazione e accompagnamento simbolico del corpo definiscono la forma finale della deposizione».

Dal microscopio nuovi dati sulla biologia umana

Uno degli elementi centrali della ricerca è stato l’approccio integrato tra analisi macroscopica e studio istologico dei frammenti ossei cremati, svolto nel laboratorio BIOANTH della Sapienza Università di Roma. Questo metodo ha permesso di distinguere in modo più preciso i resti umani da quelli animali e di affinare la stima dell’età alla morte anche nei casi in cui la sola osservazione a occhio nudo non era sufficiente.

Come sottolinea Alessia Galbusera, prima autrice dello studio, «l’approccio integrato permette di restituire leggibilità biologica a resti altamente frammentati». In altre parole, anche i contesti crematori, tradizionalmente ritenuti meno informativi, possono offrire dati importanti sulla composizione della popolazione antica.

L’aspetto più innovativo riguarda però il rimodellamento osseo. Le analisi hanno dimostrato che, nonostante il passaggio nel fuoco, la microstruttura dell’osso può conservarsi abbastanza bene da rendere osservabili elementi come il sistema di Havers e parametri quantitativi utili a ricostruire i processi di crescita, maturazione e invecchiamento scheletrico.

Da La Cona nuove prospettive per la bioarcheologia

In questo senso, l’osso cremato diventa una sorta di archivio biologico: conserva tracce della storia fisiologica dell’individuo e permette di studiare come la biologia umana sia cambiata nel corso dei millenni.

Lo studio su La Cona si inserisce in una linea di ricerca già consolidata dal gruppo, che in passato aveva lavorato anche sulla celebre Tomba 168 di Pithekoussai, nota come Tomba della Coppa di Nestore. In quel caso, l’analisi istologica dei resti cremati aveva già contribuito a cambiare l’interpretazione bioarcheologica del contesto, escludendo l’ipotesi che si trattasse della tomba di un bambino morto in tenera età.

«Con La Cona dimostriamo che questo approccio è pienamente applicabile a campioni archeologici di diversa cronologia e stato di conservazione», conclude Gigante, «producendo risultati molto promettenti per la bioarcheologia dei contesti a cremazione».