Armillaria sp.

Marciume delle radici di sostegno

In tutta Europa la crescente diffusione degli attacchi di Armillaria è stata messa in relazione a fenomeni generalizzati di deperimento del bosco dovuti alle cosiddette "precipitazioni acide", che manifesterebbero la loro dannosità soprattutto con l'alterazione della reazione del suolo, all'incremento delle popolazioni di fitofagi (afidi e coleotteri) ed alla sostituzione delle specie indigene con specie "fuori areale", come nel caso dell'abete bianco dell'Appennino settentrionale. Attacchi di questo fungo sono stati segnalati anche su faggio, pino laricio, douglasia e abete rosso.
In queste condizioni, comunque, il micete non è da considerare un patogeno primario.
Attacchi di natura apparentemente primaria si osservano invece in colture arboree agrarie quali vigneti, frutteti e pioppeti. In queste sedi è da considerare però che le piante si presentano notevolmente sensibilizzate a tutti i fattori avversi in conseguenza dello stato di coltura, tanto più quanto questa è specializzata ed intensiva.

I funghi appartenenti al genere Armillaria appartengono alla classe dei Basidiomiceti, ordine Tricholomatales.
Armillaria spp. comprende, nei nostri climi, 5 specie a patogenicità variabile; di queste, 3 sono molto comuni; Armillaria mellea, Armillaria bulbosa (spesso parassita di debolezza; saprofita sulle latifoglie) e Armillaria ostoyae (parassita primario o di debolezza sulle conifere).
A. mellea può essere riconosciuta dai tipici corpi fruttiferi di colore variabile tra l’ambra ed il grigio, emergenti durante i primi mesi autunnali sulle vecchie ceppaie e alla base delle piante colpite. Sono eduli, crescono riuniti in densi gruppi da cui il nome di “famigliole buone”.
Il cappello è inizialmente conico, poi semisferico convesso con bordo arrotolato, rivestito dei residui del velo parziale, quindi appiattito convesso o un po’ depresso. La carne è biancastra. Le lamelle risultano biancastre e infine macchiate di rosso bruno, ampiamente annesse al gambo e decorrenti in filamento. Il gambo è cilindrico, spesso arcuato, inizialmente pieno e quindi cavo con l’invecchiamento. L’anello è bianco bordato di giallo, membranoso e persistente.

L’Armillaria può avanzare rapidamente entro le radici di sostegno e le alterazioni non vengono efficacemente compartimentale dalla pianta; qualora la degradazione interessi il “sistema apparato radicale”, la stabilità dell’albero può essere gravemente compromessa.

Ciclo: l’infezione può originare da spore depositate su ceppaie o su ferite alla base del tronco, o verificarsi attraverso contatti o anastomosi radicali con piante o ceppaie già colonizzate dal fungo. Generalmente, però, lo sviluppo parassitario prende inizio dalle rizomorfe, “cordoni” nerastri di sezione più o meno rotonda, di 1-3 mm di diametro e ramificati, in grado di localizzare e penetrare direttamente le radici. Esse si approssimano ed aderiscono alle radici senza manifestare apparentemente un’azione parassitaria e acquistando la capacità di aggredire l’ospite solo in seguito a variazioni quanti-qualitative nella composizione degli essudati radicali, veri e propri segnali dello stato fisiologico e patologico della pianta. In corrispondenza di tali aderenze, dalla rizomorfa si sviluppano delle ramificazioni laterali (cunei di penetrazione) che attraversano il periderma dell’ospite, grazie alla produzione di sostanze tossiche e di enzimi litici. Le ife tendono a svilupparsi particolarmente a livello della zona cambiale, che viene distrutta. Qui, costituiscono un feltro molto denso, di colore chiaro, che avanza a contatto con la zona viva mediante caratteristiche formazioni a ventaglio. Il parassita si estende ulteriormente nei tessuti adiacenti attraverso i raggi midollari.
In una fase avanzata il feltro biancastro cessa il suo sviluppo e origina rizomorfe sottocorticali assai ramificate e di sezione molto appiattita. Nello stesso tempo, il fungo tende a svilupparsi all’interno del cilindro legnoso, superando le difese della pianta ospite e assumendo a poco a poco le caratteristiche di agente di carie. Progredisce, infatti, fino al colletto e risale il fusto anche per qualche metro.
Nelle conifere una delle principali risposte dell’ospite consiste nell’emissione di resina dai tessuti colpiti, la quale contiene composti ad azione fungicida, come ad esempio l’α-propilene. L’identificazione dei vari composti fungistatici e fungicidi prodotti dall’ospite ed emessi con la resina è di notevole importanza nell’ambito della selezione genetica di piante resistenti o comunque meno suscettibili, ma allo stato attuale le ricerche in questo ambito sono in una fase iniziale.

Piante ospiti: latifoglie e conifere, comprese colture arboree agrarie quali vigneti, frutteti e pioppeti.

Descrizione dei sintomi: una pianta le cui radici principali sono infettate dall’Armillaria può non evidenziare sintomi particolari e mantenere un vigore vegetativo soddisfacente: grazie all’emissione di un capillizio radicale abbondante a livello del colletto, infatti, può beneficiare di un approvvigionamento idrico sufficiente.
Nel tempo si manifesta un deperimento generalizzato e il rapido disseccamento dei rami nella porzione più alta e periferica della chioma.
In fasi avanzate, la corteccia del colletto necrotizza e nella porzione sottostante risulta evidente la presenza di un feltro micelio biancastro e di rizomorfe sottocorticali dapprima chiare, poi grigio scuro, rigide. Nel periodo estivo-autunnale possono comparire i corpi fruttiferi, noti come “chiodini”.

Difesa in bosco: per la difesa delle piante da questo patogeno è importante seguire le seguenti regole:

Difesa nel verde ornamentale:

Immagini: Micelio di Armillaria, Micelio e rizomorfe di Armillaria, Schianto provocato da Armillaria

Foto: Lucio Montecchio, Università degli Studi di Padova

Links: per saperne di più visitare i seguenti siti web:

http://www.na.fs.fed.us/spfo/pubs/fidls/armillaria/armillaria.htm
http://www.pfc.forestry.ca/pathology/rootd/armillaria_e.html