ATRIO E SALA DELLA FACOLTA' DI LETTERE E FILOSOFIA

Il muro che si incontra a sinistra salendo la scala che, dall'ingresso della sala della Facoltà di giurisprudenza, porta all'atrio della Facoltà di lettere e filosofìa, che presenta chiare archeggiature medioevali, era, secondo Anti, il muro settentrionale della Ca' Nova, una delle case carraresi che poi formarono l'albergo del Bo o, secondo il Brunetta, della domus rubea o Casa della Moneta. Il muro che si incontra a destra, caratterizzato esso pure da elementi medievali, era, sempre secondo Anti, il muro meridionale della Casa della Moneta, l'altro edificio carrarese che sorgeva tra la Ca' Nova e la Ca' Bianca, mentre, per il Brunetta, era quello della Ca' Nova (domus magna nova). Tra la Ca' Nova e la Casa della Moneta in ogni caso si apriva l'ingresso al cortile dell'albergo del Bo che era decorato verso la strada da una merlatura. Appare chiaro che già nel Cinquecento i lavori di sistemazione del palazzo universitario avevano utilizzato il più possibile le strutture esistenti che meglio si prestavano a essere inserite.

Dall'atrio della sala della Facoltà di lettere e filosofia, oltre che alla suddetta sala si accede anche ad una parte degli uffici universitari. Qui, nei secoli XVII-XVIII si trovava la cancelleria dell'Università artista. Alle pareti sono appesi alcuni stemmi di rettori. Un'altra porta, che immetteva nella cancelleria dell'Università giurista, è ancora visibile dopo la prima rampa della scala d'accesso.

La sala della Facoltà di lettere e filosofia corrisponde alla sala superiore di quella che Anti ritiene esser stata la Ca' Nova e conserva il soffitto antico ed il fregio del secolo XIV. La sala nel 1679 venne adoperata per le lauree e le cerimonie accademiche che prima avevano luogo nella sala sottostante. Attorno alle prime finestre si conservano resti di affreschi secenteschi. La sala ebbe l'uso sopradetto fìno al 1854 e venne quindi adibita a museo di geologia, fino al 1930.
Sulla parete di fondo è affrescata la Disputa sull'ímmortalità dell'anima cui partecipano idealmente il Pomponazzi, il Nifo e il cardinale Contarini, i tre protagonisti cioè di una delle maggiori dispute filosofiche del nostro Rinascimento, cui fanno da contorno Averroè, Pietro d'Abano, Aristotele e S. Tommaso. È autore dell'affresco G. Saetti (1942).

Pietro Pomponazzi (1462-1525), mantovano, studiò nell'Università di Padova dove fu scolaro dell'Achillini e dove si addottorò in medicina nel 1487. Iniziò il suo insegnamento a Padova nell'anno successivo e nel 1495 divenne professore ordinario di fìlosofia naturale. Nel 1509, a seguito della guerra di Cambrai, si trasferì all'Uníversità di Ferrara e successivamente passò a quella di Bologna dove rimase fino alla morte. A Bologna, nel 1516 pubblicò quella che è considerata la sua opera maggiore, il De immortalitate animae, dove movendo dalla concezione aristotelica dell'anima e dall'interpretazíone che ne aveva dato Alessandro di Afrodisía, nota comunemente come interpretazione «alessandrina», arrivava alla conclusione che non è concepibile un'anima separata dal corpo e che quindi anch'essa è destinata a perire. Tuttavia ammetteva la duplice verità delle cose ed accettava quindi anche la verità della fede. Altra affermazione di grandissimo rilievo fatta dal Pomponazzi, e anticipatrice di posizioni filosofiche moderne, era che la virtù non aspetta premio alcuno perché trova il suo premio in se medesima: praemium essenziale virtutis est ipsamet virtus, quae hominem felícem facit.
La negazione dell'immortalità dell'anima era ovviamente argomento di una gravità tale da suscitare le più vive reazioni e il pontefice Leone X incaricò Agostino Nifo di confutare il Pomponazzi. Il Nifo (1473-1538 o 1545) aveva insegnato anche a Padova oltre che in altre Università e vi aveva subito l'influsso di Nicoletto Vernia, uno dei maestri della corrente averroistica padovana e vi aveva pubblicato nel 1492 il De intellectu et daemonibus, in cui sosteneva la dottrina averroistica dell'unità dell'intelletto, cioè dell'esístenza di un intelletto universale in cui confluiva anche l'anima dell'uomo. Non è quindi che nemmeno il suo averroismo fosse privo di pericolose affermazioni che comunque egli cercava di attenuare per non uscire dall'ortodossia della Chiesa.
Nel 1518 fu pubblicato a Venezia il Tractatus de immortalitate animae contra Pomponatium in cui il Nifo confutava l'aristotelismo e l'alessandrinísmo dell'avversario. Ad esso rispondeva il Pomponazzi, che già aveva replicato ad uno scritto polemico del Contarini con l'Apologia contra Contarenum (Bologna, 1517), attraverso il Defensorium adversus Augustinum Nipbum (Bologna, 1519).

Il cardinale Gaspare Contarini (1483-1542) prese quindi parte egli pure alla disputa, ma il suo nome è ricordato soprattutto per il ruolo di primissimo piano che egli ebbe nella preparazione del concilio di Trento e nel suo intervento alla Dieta di Worms, trasferitasi a Ratisbona nel 1541, dove tentò una mediazione con i luterani, mediazione che sembrava avere buon fine per la sua larghezza di vedute, ma che cadde quando egli dovette irrigidirsi sulla questione dei sacramenti.

Nella parete a destra dell'affresco è inserita una targa che ricorda la presenza a Padova di Torquato Tasso. Torquato Tasso cominciò la sua permanenza a Padova nel novembre del 1560 seguendo, secondo la volontà del padre, gli studi di giurisprudenza. Allora il corso di diritto civile era tenuto da Guido Panciroli, e quello di diritto ecclesiastico da Francesco Mantica, destinato ad avere tanto peso successivamente, con le sue critiche pregiudizievoli, sui drammi interiori del poeta. Frequentava la casa di Sperone Speroni, amico del padre, e quella di Gian Vincenzo Pinelli, uomo di grandissima dottrina e liberalità che più tardi fu di aiuto anche a Galileo Galilei. Insegnavano allora nel settore filosofìco e letterario due aristotelici: Francesco Piccolomini e Federico Pendasio, e Carlo Sigonio, lettore di umanità greca e latina. In quel periodo il Tasso scrisse un primo poema, il Rinaldo, che venne pubblicato a Venezia nel 1562. A questo punto, nel novembre del 1562, il Tasso lasciava l'Università di Padova per quella di Bologna dove si erano trasferiti anche i maestri che egli apprezzava, attiratovi da monsignor Donato Cesi, che provvedeva anche il giovane di un sussidio per gli studi. Ma in seguito ai sospetti di cui era stato oggetto quale autore di certe satire che giravano per la città e all'irruzione della polizia nella sua dimora, fuggiva nottetempo e, per quanto successivamente ottenesse soddisfazione, non tornava più a Bologna. Nel marzo del 1564 tornava invece a Padova accogliendo un appello dell'amico Scipione Gonzaga. Fu un'amicizia che resse anche alle prove più dure della vita del poeta. Egli aveva fondato l'Accademia degli Eterei di cui fece più tardi parte anche Gíambattista Guarini. Il Tasso entrando nell'Accademia degli Eterei prese il nome di Pentito e dedicava al Gonzaga il sonetto del suo debutto. Altro amico suo fu Stefano Santini, pure membro dell'Accademia col nome di Invaghito che però moriva improvvisamente e per esso il Tasso compose l'orazione funebre. Rimase a Padova fino all'ottobre del 1565 e riprese gli studi di filosofia senza però raggiungere la laurea, quindi si trasferì a Ferrara alla corte del cardinale Luigi d'Este. Tornò a Padova anche successivamente, ma non più per soggiornarvi a lungo e del resto dopo che egli aveva raggiunta Ferrara s'era aperto un altro capitolo nella storia della sua vita.

Segue una targa del Tommasco e quindi lo stemma del Cremonino, il famosissimo fìlosofo peripatetíco che ebbe una parte di primo piano nell'azione svolta dall'Università per la soppressione delle scuole dei gesuiti. Sulla parete a settentrione sono appesi i ritratti di Pietro Bembo e Cesare Cremonino e su quella orientale i ritratti di Marco Antonio Peregrino, Bernardino Tomitano, Francesco Piccolomini, Federico Pendasio, Lorenzo Pignoria, Gerolamo Mercuriale.

Da: Camillo Semenzato, L'Università di Padova: il Palazzo del Bo. Arte e storia, Sarmeola di Rubano (Padova), Edizioni Lint, 1979, pp. 77-79.
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