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Museo di Zoologia









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Approfondimenti:  l'elefante indiano di Venezia

Storia dell'elefante indiano di Venezia

La triste vicenda di questo elefante, portato a Venezia nel 1819 ed esibito per calli e campi alla folla curiosa del carnevale, diventa in fretta una caso memorabile, tanto da stimolare la fantasia di poeti e scrittori del tempo, nonché -ancor più fortemente- l'interesse scientifico dei Dottori della vicina Università patavina.

Il 15 marzo, giorno della partenza dell'animale da Venezia, una barca è pronta di fronte alla Riva degli Schiavoni: a niente valgono gli sforzi per convincere l'elefante spaventato ad attraversare la passerella di legno allestita all'uopo e quando, fattasi notte, la bestia imbizzarrita travolge ed uccide il suo giovane custode, una pattuglia della Polizia austriaca si scatena all'inseguimento dell'ignaro assassino. Le fucilate non fermano l'elefante: la sua corsa s'arresta nella vicina chiesa di Sant'Antonino in cui entra dal portone principale, rotto il catenaccio col solo urto della testa. Sfondato il pavimento, l'animale resta incastrato, facile preda –questa volta- dei suoi inseguitori.

Scrive Cicogna, un biografo dell'epoca: "allora aprirono nel muro laterale (…) un foro più adatto a colpir l'Elefante e a poggiare il cannone, e la prima scarica fu a mitraglia, ma non fece che i escoriargli (?) la pelle. La seconda scarica fu di una palla di ferro assai grossa, e questa gli trapassò di netto il ventre, e andò ad incastrarsi nella scapola della spalla opposta cosicché dovette da lì a poco morire".

La notizia della morte dell'elefante giunge presto a Padova, al prof. Stefano Andrea Renier, titolare della cattedra di Storia Naturale dell'Università e Direttore del Museo di Zoologia Di Padova.
Con l'appoggio del Rettore in carica per l'acquisto dell'esemplare a scopo scientifico, Renier parte di notte alla volta di Venezia per raggiungere il prof. Molin (ordinario di Veterinaria all'Università di Padova) che lo attende nella chiesa sconsacrata di San Biagio della Giudecca, dove l'elefante é stato trasportato.

Scrive Renier in una lettera al Rettore: "Con compiacenza lo (l'elefante) trovai in discreto stato, con la pelle che ad onta di aver avuto più di cinquecento fucilate non aveva che otto dieci forellini e la cannonata ricevuta fu nel deretano e la palla gli rimase dentro, quindi la pelle in ottimissimo stato". Il cadavere, col passare dei giorni quasi inavvicinabile per l'odore, malgrado fosse da continui lavacri con acqua salata tenuto mondo, viene sezionato e disegnato nelle varie posizioni; il suo peso è stabilito in circa 4600 libbre grosse venete (oltre 2200 Kg).

Il 24 marzo le sue spoglie sono finalmente trasferite a Padova, dove Renier e la sua équipe sono impegnati ancora a lungo: alla fine di agosto "…lo scheletro non (è) ancora totalmente unito ma intiero…unitamente alla pelle già quasi totalmente preparata" e, solo in autunno, vengono conclusi i lavori.

Lo scheletro dell'elefante indiano, un tempo montato al Museo di Zoologia in via Loredan, fu smontato nel 1979, in occasione del trasloco delle collezioni negli attuali locali. Dopo un accurato restauro conservativo ed il suo relativo montaggio, il preparato osteologico torna all'ammirazione del pubblico e all'uso didattico e scientifico con la riapertura del Museo di Zoologia avvenuta nel 2004 in occasione della XIV Settimana della Cultura Scientifica.

 

 

 

 

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