Università e scuola

Vittorio Benussi in una fotografia dell'epoca

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Vittorio Benussi: il fondatore della psicologia padovana

24 novembre 2017

Quest'anno, il 24 novembre, ricorre il novantesimo della scomparsa di Vittorio Benussi, riconosciuto in tutto il mondo come mente geniale, e fondatore, nel 1919, della scuola di psicologia dell'università di Padova. Un fondatore con due anime: una straordinaria sensibilità umana, oltre alla genialità.

Ma andiamo per ordine. Fra il 1902 e il 1918, nell'università austriaca di Graz, Benussi, nato a Trieste nel 1878 e perfetto bilingue, diventa un'autorità scientifica internazionale grazie alle sue ricerche fenomenologiche-sperimentali sulla percezione visiva, nel laboratorio fondato da Alexius Meinong e sulla scia del grande pensatore Franz Brentano. Interagisce con i più importanti ricercatori dell'epoca, come Carl Stumpf e Georg Elias Müller, e compie scoperte che verranno utilizzate dai fondatori della psicologia della Gestalt: Max Wertheimer, Kurt Koffka e Wolfgang Köhler. Nel grande congresso internazionale di Gottinga del 1914 espone 23 leggi sulla percezione da lui scoperte. E persino progetta e costruisce strumenti innovativi per lo studio della percezione.

Ma alla fine della prima guerra mondiale Benussi opta per l'Italia, di cui è innamorato malgrado la sua formazione soprattutto mitteleuropea, e approda all'Università di Padova con l'aiuto di un assai influente professore di psicologia a Roma, Sante De Sanctis, e del corpo docente patavino – in particolare Vittorio Lazzarini, Giovanni Marchesini, Erminio Troilo. Così, nasce anche a Padova – dopo Roma, Torino e Napoli – la psicologia sperimentale come disciplina universitaria. Benussi viene nominato prima professore incaricato e poi (nel 1922) professore ordinario, all'interno della facoltà di Lettere e filosofia. I suoi primi corsi ed esperimenti didattici risalgono al 1919 e si svolgono prima in due stanzette di via San Francesco 7; poi, dal 1922 al 1927, in Corte Capitaniato 5: questo diventa il suo laboratorio, in cui lavora giorno e notte.

In una Padova stremata dalla guerra, Benussi non può contare su sostanziosi finanziamenti pubblici per le sue ricerche d'avanguardia; tuttavia, riceve aiuti generosi da privati, soprattutto il Conte Novello Papafava e il Marchese Giovanni Visconti di Venosta, affascinati dalla nuova scienza e dalla sua genialità. Per le stesse ragioni, i colleghi di altre discipline vengono spesso a trovarlo nel suo laboratorio; però egli  si trova isolato dalla comunità scientifica internazionale, dalle biblioteche e convegni cui era abituato a Graz; paga il prezzo della lontananza, non tanto geografica quanto culturale e scientifica, dai centri mondiali della nuova disciplina, mentre alcuni suoi vicini di Corte Capitaniato, vedendolo sempre vestito di nero e indaffarato nel laboratorio, vociferano addirittura che egli sia uno stregone straniero dedito ad arti magiche...  Gli strumenti sperimentali di cui dispone non sono più quelli di Graz, ma egli egualmente, come ci ricorda Paolo Bozzi, ne progetta di nuovi e li fa realizzare da artigiani locali, fra cui i meccanici dell'osservatorio astronomico.

Fra il 1919 e il 1927, anno della sua morte a soli 49 anni, Benussi svolge comunque un lavoro scientifico straordinariamente intenso ed originale. Oltre ai risultati di valore internazionale, regala a Padova e a tutta la psicologia italiana, prima di lui povera nella ricerca scientifica e dedita quasi solo a "speculazioni filosofeggianti", una raffinatissima metodologia sperimentale per la ricerca sulla percezione, sulla memoria e sulle altre funzioni intellettive. Insegna, in un contesto ancora molto basato sulla retorica e sul "massimo di teoria per un minimo di dati", a far ricerca basandosi su di un "massimo di dati e solo un minimo di teoria". È un ricercatore puro, non un promotore o organizzatore, ma riesce a coinvolgere un numero crescente di giovani nelle sue lezioni e nei suoi esperimenti. Riesce anche, in quei pochi anni, a formare allievi di grande talento, soprattutto Cesare Musatti, che sarà il suo successore, e Silvia De Marchi, prima donna in Italia a laurearsi in psicologia sperimentale. Benussi lascia l'impronta indelebile di uno sperimentalista rigoroso come pochi altri, ma che è anche al contempo un pittore, un musicologo, un innamorato dell'arte in tutte le sue forme: secondo la migliore tradizione mitteleuropea, che, al contrario di quella positivistica, non scinde la ricerca scientifica dal "resto" del pensiero e della creatività. Un "artista della scienza", che già nelle tavole anatomiche di quand'era studente e poi nei disegni degli strumenti da lui progettati produce piccoli gioielli "di stampo leonardesco", secondo le parole di Cesare Musatti.

Ed è Musatti che nel 1928, dopo la morte di Benussi, cerca di riassumere la sua ricchissima attività scientifica, in parte racchiusa in 39 pubblicazioni che coprono sia il periodo austriaco che quello patavino. La loro caratteristica comune è l'estrema originalità, anche rispetto alla produzione odierna, e i loro risultati sono quasi sempre contro-intuitivi: sfidano cioè il senso comune, secondo la più autentica delle tradizioni scientifiche, da Galileo alla fisica quantistica.

Nel settore della ricerca sulla percezione Benussi, per esempio, riesce a trasferire note illusioni ottico-geometriche dal piano spaziale al piano temporale. Nel settore della ricerca sulla percezione dello scorrere del tempo, scopre che le nostre deformazioni soggettive avvengono solo nel senso dell'accorciamento: quando ci sembra che il tempo "si allunghi", siamo in realtà vicini a percepire la sua durata fisica o oggettiva, quella dell'orologio. Mediante sofisticate "analisi pneumografiche", di cui abbiamo i disegni, scopre in termini matematici che le fasi della respirazione in un soggetto variano se egli risponde con sincerità o invece mentendo a delle domande; e queste ricerche danno origine al settore della psicologia della testimonianza - poi proseguito da Musatti e De Marchi - e a quello che è oggi il cosiddetto lie detector ("la macchina della verità"). È il primo accademico in Italia a svolgere corsi sulla psicoanalisi freudiana, che ha ben conosciuto a Graz e a Trieste, ma cui rimprovera l'indeterminatezza ed ambiguità di molti concetti e teorie, e che vorrebbe sottoporre al controllo della psicologia sperimentale. Un progetto innovativo e transdisciplinare, che però non è stato e non è messo in atto dagli psicologi e dagli psicoanalisti.

sintesioscopio B, primo agosto 1921 via san francesco

Sintesioscopio, strumento per lo studio sperimentale della percezione 

Tutte cose inedite, affascinanti, persino sconcertanti come spesso è sconcertante il pensiero veramente creativo, che esce da tutti gli schemi. Ma le ricerche di Benussi più originali e sorprendenti sono quelle pubblicate nel 1925 con il titolo "La suggestione e l'ipnosi come mezzi di analisi psichica reale". Interamente svolte a Padova nell'arco di cinque concentratissimi anni, queste ricerche indagano in modo scientifico e sperimentale un territorio di frontiera trascurato dai ricercatori convenzionali. È una rivoluzione concettuale: per la prima e unica volta nella storia della psicologia mondiale, la suggestione e l'ipnosi non vengono usate come metodiche clinico-terapeutiche, secondo la linea che parte da Mesmer e passa per Charcot fino ai nostri giorni, ma come strumenti atti a studiare minutamente e a scomporre i complessi processi del pensiero cosciente. Mediante sofisticate tecniche ipno-suggestive, Benussi riesce per esempio a rallentare il decorso normalmente rapido di un pensiero, o ad immobilizzare un pensiero normalmente quasi inavvertito, o ad isolare o eliderne un altro. Si tratta di ricerche ardue e "temerarie", rimaste ancor oggi "sospese", in attesa di sviluppi che ogni tanto qualcuno nel mondo afferma di voler dare. Inoltre, e solo per inciso, Benussi precorre di decenni l'orientamento attuale sull'ipnosi, sostenendo che essa non è uno stato simile al sonno, bensì è uno stato di veglia caratterizzato da elementi mimici del sonno, e che è interamente riconducibile alla suggestione, che è essa stessa riconducibile all'auto-suggestione.

Queste ricerche non vengono condivise e proseguite dai suoi allievi, che decidono di non poterlo fare, senza la sua maestria e sottigliezza d'analisi. Lo lasciano solo con se stesso, in una zona al confine con la sua seconda anima.

Tutto ciò che ho fin qui detto attiene, infatti, alla prima delle due anime di Benussi: quella più visibile, scientifica, istituzionale. Secondo Edwin Boring ed altri insigni storici della psicologia, egli è stato una delle più creative menti scientifiche in tutto il panorama della psicologia mondiale. Non è campanilismo affermare che Padova ha avuto questa fortuna, rispetto ad altre sedi.

Ma c'è in lui, appunto, una seconda anima. Vittorio Benussi era anche un uomo con una straordinaria sensibilità umana - e quindi anche creativa vulnerabilità -, che solo in parte gli derivava dalla ricca e "surreale" cultura mitteleuropea (si pensi a Franz Kafka o a Italo Svevo). Musatti ne ha parlato per tutta la vita, soprattutto fra le righe, talora commuovendosi fino alle lacrime, come se si trattasse di un personaggio rimasto persino a lui incompreso e misterioso. Altri testimoni ci descrivono Benussi come una figura quasi eterea, che passeggiava per Padova e si fermava incantato di fronte a un capitello o a un tramonto. Dicono che avesse un'espressione sempre pensosa, ma insieme dolce. L'orazione funebre dell'amico Concetto Marchesi fu, come ci riferisce Enrico Cattonaro, "così appassionata da destare nella folla presente un'intensa commozione". Eppure ancora non si sapeva che Benussi il 24 novembre si era suicidato, con una tazza di tè al cianuro, come rivelò Musatti solo negli anni Ottanta. Lui, gli altri allievi e gli amici stretti lo avevano tenuto nascosto, per non gettare discredito sulla psicologia italiana, già invisa al neoidealismo e all'attualismo di Giovanni Gentile. Così come vi fu un funerale religioso al Duomo, sebbene Benussi non praticasse alcuna religione. Dire che fosse affetto da depressione o da psicosi maniaco-depressiva, come è stato fatto, è poco significativo. E lo è anche il dire che avesse troppo sofferto per il suo amore non del tutto corrisposto verso l'Italia: lui era sempre stato così, sospeso fra due culture, o meglio al di fuori e al di là di tutte le culture. Non si sentiva "emarginato", si suicidò alla vigilia di un convegno in suo onore. Aveva amici ed estimatori, ma era egualmente isolato da qualcosa che andava oltre. Questa è spesso la solitudine del genio: che non può esprimere ciò che intuisce. I geni sono spesso ipersensibili; e i veri fondatori vanno spesso oltre ciò che fondano. Benussi veniva da lontano ma guardava - e vedeva - ancora più lontano.

Conciliare le sue due anime, cioè far vivere e crescere l'anima non fittizia, ma superficiale della ricerca e dell'accademia con quella più profonda, non è stato facile per lui. Il sacrificio anche solo parziale della sensibilità ha un prezzo molto alto.

Come appare sempre più dall'epistolario anche inedito e da testimonianze, Benussi aveva prefigurato lo scenario postmoderno che oggi viviamo. Per esempio, scriveva che l'essere certi della genuinità di una fonte storica non significa possedere una verità storica. Questo è un concetto che noi oggi possiamo comprendere - siamo abituati alle continue ricostruzioni del passato, a storie alternative basate su fonti genuine, e diffidiamo di chi ci assicura che i "fatti" da lui raccolti sono "unici e oggettivi" -, ma era molto più difficile che lo comprendessero i contemporanei di Benussi. Ecco uno dei motivi del suo sentirsi solo.

Fondatore di "psicologia", che vorrebbe essere la scienza della comprensione degli uomini e fra gli uomini, in una nota vergata a mano su un testo scriveva: "Noi siamo impenetrabili gli uni agli altri".

Questo retaggio "di secondo livello" di Vittorio Benussi può aiutare a traghettare la psicologia globale - non solo italiana - oltre la profonda crisi di significato che essa sta vivendo. Se fosse tra noi, gli basterebbe una mezz'ora per mettersi alla pari con quello che è il mondo di oggi. Non si può dire lo stesso per molti altri "grandi" del passato.

Sadi Marhaba