Società

Società

Vita (e morte?) di una startup in Italia

5 giugno 2017

Diventare imprenditori di se stessi costruendo, da zero, un vero e proprio mestiere. In un mercato del lavoro affaticato come quello italiano degli ultimi anni, sembra essere questa la nuova frontiera (almeno tra i giovani) del fare impresa. Stiamo parlando di startup, termine di origine anglosassone con cui si indica un’impresa appena costituita (o attiva da meno di cinque anni), legata alla produzione, sviluppo e commercializzazione di beni o servizi innovativi ad alto valore tecnologico, nata dal progetto di giovani imprenditori e finanziata da investitori.
Un nuovo modo di fare impresa che comincia a fare la sua comparsa nel mondo del lavoro italiano di pari passo con il diffondersi degli effetti generati dalla crisi economica.
Dopo un primo periodo di incertezza e confusione, a regolamentarne requisiti, vantaggi e agevolazioni è intervenuto anche lo Stato con il decreto legge n.179 del 18 ottobre nel 2012, detto anche ‘decreto crescita 2.0’ destinato a favorire la crescita di questo ‘ecosistema’. Ma non solo. Sono numerose anche le tipologie di finanziamento (a livello regionale, nazionale ed europeo) che si sono diffuse in questi anni e a cui i neo imprenditori possono appoggiarsi per muovere i primi passi verso la propria nuova impresa. E lo stesso vale per i cosiddetti ‘incubatori’ o ‘acceleratori d’impresa’, società di capitali o cooperative che accompagnano la neonata impresa nel processo di avvio fino alla realizzazione vera e propria dell’idea imprenditoriale, sempre più diffusi a vari livelli. E anche dal punto di vista normativo e fiscale, tanto è stato fatto. Dalla disciplina specifica sulle assunzioni, all’esonero dei costi camerali, ai crediti d’imposta, al fondo di garanzia, agli incentivi fiscali e molto altro ancora. Ma questa macchina economica fatica ancora a correre sulle sue gambe.

I dati forniti dal ministero dello Sviluppo mostrano una realtà in movimento, con 6.880 startup innovative (che hanno cioè i requisiti minimi in termini di personale con laurea magistrale, investimenti in ricerca e sviluppo o brevetti) iscritte a marzo di quest’anno nello speciale Registro delle imprese, il 31% in più rispetto al 2016 e il 112% in più rispetto a due anni fa (nel 2014 erano 2716).  
Una tipologia di impresa, questa, diffusa sull’intero territorio nazionale e che è principalmente concentrata in Lombardia, Emilia-Romagna, Lazio e Veneto. Le città considerate più ‘innovative’ sono Milano con 1.104 startup innovative, Roma con 562, Torino con 260, Napoli con 230. Sono per lo più attive nel settore tecnologico, manifatturiero, dell’energia, nel settore minerario e nel commercio. E se è cresciuto negli ultimi anni il numero di imprese, è salito di pari passo anche quello di soci e dipendenti: 8.669 è il totale dei dipendenti di startup nel 2016, 27.139 invece sono i soci di startup nel 2017.
Per quanto riguarda la produzione, invece, secondo i bilanci del 2015 quella complessiva derivante dalle startup innovative si è attestata a 584 milioni di euro, riportando un aumento di 260 milioni di euro rispetto al 2014.

Nonostante i numeri lancino segnali interessanti, queste neo imprese però registrano ancora un alto tasso di mortalità. Secondo uno studio dell’Associazione artigiani di Mestre (CGIA) più della metà delle startup, il 55,2%, non sopravvive oltre i cinque anni (nel 2004, erano il 45,4%).  A pagare il prezzo più alto, sono soprattutto le imprese legate al settore delle costruzioni (62,7%), del commercio (54,7%) e dei servizi (52,9%) e, in particolare, nell’area centro-meridionale del Paese. Al primo posto la Calabria dove il 58,5% delle startup chiude dopo 5 anni di vita. Seguono Lazio, Liguria, Sicilia, Sardegna. E questo perché da una parte faticano ancora molto ad intercettare la domanda di innovazione di cui c’è grande bisogno nel nostro tessuto economico e dall’altra perché  stentano a trovare capitali che le sostengano, soprattutto nel momento in cui raggiungono il successo; ragione per cui sono molte le imprese che arrivate a questo punto, chiudono i battenti in Italia per riaprirle all’estero. Rispetto ai principali Paesi europei, infatti, resta ancora basso in Italia il capitale di rischio investito a favore delle startup che nel 2016 è stato di circa 180 milioni di euro (in Inghilterra nello stesso anno sono stati investiti 7,8 miliardi, 2,7 in Francia e 1,6 in Germania).
‘Perché in Italia la realtà delle startup possa diventare davvero un nuovo modo di fare impresa, c’è bisogno di stringere un legame più forte tra aziende e chi la ricerca e l’innovazione la fa di mestiere, ovvero le università e i centri di ricerca. A questi laboratori di idee, le nostre imprese devono saper attingere per poter trasformare progetti in veri e propri business anche attraverso gli incubatori o acceleratori d’impresa’ spiega Fabrizio Dughiero, prorettore al trasferimento tecnologico ed ai rapporti con le imprese dell’università di Padova oltre che fondatore di spinoff*.

Francesca Forzan

*L'intervista al professor Dughiero prosegue nel box

L'università di Padova e le startup: "Un incubatore è fondamentale"

Che cos’è e di cosa si occupa Start Cube?
Start Cube è l’incubatore d’impresa dell’università di Padova dedicato ad aziende appena costituite o in via di costituzione, che si caratterizzino per l’innovatività del prodotto o del servizio oggetto della stessa attività imprenditoriale. Fornisce spazi, attrezzature e servizi a condizioni agevolate, che vengono utilizzati sia da spinoff dell’università di Padova (creati da soci che devono appartenere almeno per il 20% al personale universitario) che da startup che possono essere partecipate anche da personale esterno all’ateneo. Il personale dell’incubatore, assieme a quello del Galileo Visionary District che si occupa della parte operativa, gestisce quella formativa, cioè accompagna le startup in quel percorso di incubazione e accelerazione che le trasformerà in vere e proprie aziende. In Start Cube ci occupiamo anche di mettere queste nuove imprese in contatto con le aziende e con eventuali clienti trovando finanziamenti in grado di sostenere le fasi iniziali del business, che è uno dei grandi problemi di cui soffrono queste neo imprese.
Quali i risultati raggiunti in questi anni?
Se parliamo di frequentazione, abbiamo sempre una lista d’attesa piuttosto corposa tanto da esserci inventati anche l’incubazione virtuale, che dà  la possibilità alle startup che entrano in Start Cube, di essere incubate virtualmente (senza avere fisicamente un ufficio nella nostra sede). Se invece parliamo di ‘successi’, i risultati sono incoraggianti. Abbiamo ospitato in questi anni progetti davvero interessanti; Floome, ad esempio, che ha sviluppato l’etilometro da telefonino con cui misurare il tasso alcolico direttamente dallo smartphone. Ma anche startup come 3DEverywhere, Overfly.me, Brm Genomics. Start Cube ha incubato anche realtà che sono diventate oggi strutture consolidate nel nostro territorio nell’ambito dell’innovazione, come M31, che adesso è uno degli acceleratori più importanti del Triveneto.

Rispetto a quanto una giovane impresa può fare da sola, quanto è importante il sostegno di un incubatore?
È importante, in primis, perché un incubatore permette di non sentirsi isolati ma di vivere un ambiente ‘contaminato’ in cui poter condividere problematiche simili, confrontarsi su determinate situazioni, conoscere processi ed esperienze; e questo è sicuramente un valore aggiunto. Inoltre l’incubatore mette a disposizione personale esperto e servizi adeguati che possono mettere in contatto una neo impresa con reali potenziali investitori e clienti.
L’Italia nel mondo delle startup, rispetto all’estero per investimenti, burocrazia, ecc.. è qualche passo indietro. Parlando di incubatori, si può dire lo stesso anche per il mondo universitario?
I modelli sono simili, ma in Italia quello che manca davvero è il venture capital (capitale di rischio messo a disposizione da un investitore per finanziare l'avvio o la crescita di un'attività). Nel nostro Paese è più facile trovare i finanziamenti per la fase ‘potenziale’ di una startup ma è molto difficile trovare quelli per cominciare davvero un’attività. Bisognerebbe iniziare a pensare che queste nuove imprese devono fondamentalmente vivere sui clienti. Ultimamente, infatti, sono tante le startup che hanno perso di vista il vero obiettivo, cioè quello di avere clienti, fare profitto e fatturato. Spesso la startup rimane dentro se stessa e cerca di sviluppare un prodotto senza uscire sul mercato vero, con il rischio di arrivare a un prodotto finale che non è quello che i clienti vogliono.
Perché, secondo lei, questa tendenza?
Innanzitutto perché questo ambiente è abbastanza severo e poi perché il Decreto 2.0, che disciplina questo settore, anche se per la prima volta ha fatto parlare delle startup, le ha fatte percepire come qualcosa di ‘istituzionale’ per cui è possibile avere finanziamenti pubblici, agevolazioni, credito e incentivi. Questo da una parte ha dato un contributo fondamentale a far conoscere questo nuovo modo di fare impresa ad un Paese che non era avvezzo a questo tipo di attività, dall’altra però ha fatto convergere le startup verso qualcosa di istituzionale, senza sottolineare troppo che il vero scopo per una giovane impresa è quello innanzitutto di diventare un’azienda o se possibile, farsi almeno acquisire da un’impresa. Il modello italiano di startup è lontano da quello americano in cui un investimento iniziale può trasformare piccole neo imprese in Facebook o Whatsapp; in Italia è più facile che un’idea possa essere sviluppata all’interno di una startup per essere poi assorbita da un‘impresa che utilizza quell’idea, quel progetto, quel servizio all’interno dei propri processi produttivi, come un proprio prodotto. Potremmo chiamarlo ‘modello di re-startup’, un sistema in cui l’attività di ricerca e sviluppo venga realizzata generalmente da una startup, assorbita successivamente da un’azienda che possa rendere ‘commerciabile’ quell’idea. Questo modello potrebbe funzionare molto di più nel nostro Paese.
Qual è il futuro per questo tipo di imprese?

Io lo immagino roseo auspicando però che, quando si parla di startup, non si associ questo nome esclusivamente al mondo del digitale. L’Italia è uno dei Paesi più importanti in Europa per il manifatturiero, secondo solo alla Germania, e sarebbe davvero importante che le startup lavorassero in questo mercato sviluppando ‘il digitale’ per portare un contributo positivo e di crescita al settore dell’industry 4.0. È importante, cioè, non fermarsi solo alle cose più facili, all’Hub o alle app digitali ma pensare a prodotti e  progetti innovativi che abbiano anche questo indirizzo al manifatturiero e che possano aiutare a fare innovazione radicale nelle aziende del nostro territorio, perché in Italia di questo viviamo e di questo abbiamo grande bisogno.

F.F.