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Venezia e gli ebrei: 500 anni di storia

Nel 1516 il Senato veneziano istituiva il primo Ghetto ebraico al mondo. Due le porte per accedervi o per uscire dal "recinto", esclusivamente dall'alba alla mezzanotte, lasso di tempo rigorosamente scandito dalla campana di San Marco.

In occasione del cinquecentenario dell'istituzione, Palazzo Ducale ospita la mostra “Venezia, gli ebrei e l’Europa 1516 - 2016”, che narra i processi alla base della nascita del Ghetto, della realizzazione e delle sue trasformazioni, estendendo temporalmente l'indagine ben oltre il rogo delle sue porte in Ghetto Nuovo alla caduta della Repubblica nel 1797, per inoltrarsi nel racconto lacerante del Novecento, secolo a tratti splendido e insieme terribile.

Foto a sinistra: Fabio Mauroner, Palazzo con ponte del Ghetto di Venezia, 1920

Testi di Chiara Mezzalira

carpaccio doge loredan
carpaccio e bellini
  testi ebraici
chagall
Hayez e Sarfatti

 


Il “principe” al momento del decreto istitutivo (29 marzo 1516) era il doge Leonardo Loredan che, assieme alle magistrature della Serenissima e alcuni nobili, era ben consapevole di quanto gli ebrei fossero preziosi per la città. Già quando si emanavano decreti d’espulsione dalla Spagna (1492) e dal Portogallo (1496), Venezia aveva invece concesso agli ebrei presenti sul proprio territorio d’entrare in città come rifugiati di guerra, in seguito alle drammatiche conseguenze della lega di Cambrai e alla sconfitta di Agnadello. 

A destra: Vittore Carpaccio, Ritratto del doge Leonardo Loredan, 1501-1505 (Venezia, Museo Correr)

Nei primi decenni del XVI secolo la Repubblica Veneta mise in atto una lucida strategia di accoglienza, ma anche di sorveglianza, nei confronti anche di altre comunità nazionali e religiose importanti per le proprie attività economiche, come i popoli del Nord (con il Fondaco dei Tedeschi), i greci ortodossi (con la concessione di costruire a loro spese una chiesa e un collegio), gli albanesi, i persiani, i turchi.

I teleri di Vettor Carpaccio realizzati per la Scuola degli albanesi (qui sotto a sinistra: la sua Predica di santo Stefano, Paris, Louvre Museum) evidenziano proprio la straordinaria compresenza in città, tra fine Quattrocento e inizio Cinquecento, di svariate comunità nazionali, etniche e religiose: cristiani, turchi e un componente della comunità ebraica, raffigurato con copricapo nero e lunga barba.

Si afferma nel contempo anche un’iconografia antisemita, in cui la fisiognomica ebraica si trasforma in grottesca e fortemente caricaturale. E' il caso dell’Ebbrezza di Noè di Giovanni Bellini (qui in basso a destra il dipinto del 1515 ca. - Besançon, Musée des beaux-arts et d’archéologie).

 

)

 

 

 

La mostra veneziana mette in luce anche il ruolo dell’editoria veneziana, che già alla fine del Quattrocento, con Aldo Manuzio, tentava significativi esperimenti in ebraico. Fu però Daniel Bomberg, imprenditore fiammingo, a trasformare la città in centro d’eccellenza nel settore. Nella metà del Cinquecento, quando una bolla papale del 1553 portò al rogo dei Talmud, a Venezia ben due erano i tipografi impegnati nella stampa in ebraico, Marc’Antonio Giustiniani e Alvise Bragadin.

Prima foto a sinistra: Bragadin Venezia, Sefer Ma'aseh Tuvya, 1708 (Gerusalemme, National Library of Israel)

L'esposizione ospita inoltre molti oggetti e documenti del quotidiano, come alcuni contratti matrimoniali (ketubbot) acquerellati.

Seconda foto a sinistra: Contratto matrimoniale ebraico, 1723 (Venezia, Museo Correr)

Rispetto alla precedente chiusura della comunità ebraica nel recinto urbano di Cannaregio, nel XIX secolo si assiste al suo pieno ritorno alla città e all'integrazione nella società.

È questo anche il secolo dell’interesse, da parte della borghesia ebraica, nel collezionismo di opere d’arte “moderna”. A questo ambito è riferibile nella mostra il dipinto di Francesco Hayez La distruzione del Tempio di Gerusalemme (in basso a sinistra. Gallerie dell'Accademia, Venezia).

L'impegno collezionistico e la partecipazione degli ebrei alla vita artistica della città proseguirono anche nel corso del Novecento, tanto che nel 1928 la Comunità volle acquistare dalla Biennale di Venezia per le collezioni della Galleria Internazionale d’Arte Moderna di Ca’ Pesaro lo splendido Rabbino di Marc Chagall, divenuto una vera icona del Novecento (qui a destra).

Un processo di integrazione, quello nel Novecento, legato quindi strettamente al mondo delle arti (significativo in questo senso il ruolo di Margherita Sarfatti - qui in basso a destra ritratta in una scultura di Adolfo Wildt - nel promuovere il Gruppo del Novecento), ma anche a quello delle professioni, con alcuni protagonisti della società veneziana provenienti proprio dalle principali famiglie ebraiche.

 

“Sappiamo bene - scrive la curatrice della mostra Donatella Calabi - che questo processo è poi stato bruscamente interrotto dalla cacciata degli ebrei dalle scuole, dalle cariche pubbliche, dagli uffici e, soprattutto, delle deportazioni. Qui l’ambiguità dei legami tra Margherita Sarfatti e Mussolini non è sottaciuta, ma riassunta in alcune lettere e documenti. Il filo di speranza che ha dato la riapertura di tre delle cinque antiche sinagoghe, le riunioni nella Sala Montefiore delle associazioni, la ricostituzione della Comunità ebraica subito dopo la Liberazione chiudono questa mostra, senza tuttavia che quanto avvenuto anche a Venezia durante il fascismo possa essere dimenticato”.

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