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Foto: Mattia Zoppellaro/contrasto

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Velo islamico, l’impossibile dibattito tra piromani e pompieri

28 novembre 2017

L’anno prossimo Mattel inizierà le vendite di una Barbie che indossa il velo islamico. La bambola-icona in versione musulmana, presentata pochi giorni fa, è ispirata a un’atleta statunitense, Ibtihaj Muhammad, la prima americana a gareggiare alle Olimpiadi a capo coperto (a Rio 2016, bronzo nella sciabola a squadre). La mossa della multinazionale del giocattolo, letta in chiave puramente commerciale, non sorprende: da tempo le vendite della bambola-feticcio sono in crisi, e la strategia di Mattel è di puntare su rappresentazioni femminili sempre meno legate agli stereotipi platinati che, dal 1959 in avanti, hanno fatto la fortuna dell’azienda. L’anno scorso è stata lanciata una linea di bambole dotate delle caratteristiche fisiche più varie: la Barbie formosa, quella bassina, quella alta e senza curve. Si potrebbe anche ricordare, d’altro canto, che tra religioni e merchandising il legame è arcaico e inscindibile, e assume forme sempre nuove e adeguate ai luoghi. A Venezia, tra mille botteghe con animaletti e gondole “Murano style”, è possibile imbattersi in un’intera vetrina di statuine di vetro che rappresentano le cerimonie e i momenti cardine della vita all’interno di una comunità ebraica, come Bar Mitzvah o Hanukkah: un souvenir “artigianale” e personalizzato, simile ai gadget che proliferano davanti alle grandi basiliche, con un occhio al turismo desideroso di oggettini che, insieme, costituiscano memoria del posto visitato e omaggio alla propria identità religiosa.

Ma la prima Barbie con l’hijab ha, senza dubbio, un valore metaforico che va al di là delle implicazioni di marketing: il più macroscopico elemento visivo legato a una religione non cristiana viene accreditato e fatto proprio da uno dei prodotti più diffusi e rappresentati della cultura popolare d’Occidente. Una tendenza che si riscontra anche nella “modest fashion”, la moda che cerca di conciliare eleganza e rispetto dei dettami islamici, che sta conquistando le passerelle internazionali.

Quello sul velo è il via libera definitivo a un simbolo tanto diffuso quanto discusso? Non è, certamente, dal mondo economico che bisogna aspettarsi risposte meditate, e anche il dibattito politico è spesso viziato da accelerazioni e tensioni che nascono in chiave strumentale. Più frustrante è constatare che a volte anche le grandi istituzioni culturali risultano ostaggio, esse stesse, di stereotipi. La scorsa primavera-estate berlinese ha visto l’allestimento di una grande mostra, Cherchez la femme, che il Museo Ebraico ha dedicato proprio al tema del velo attraverso le confessioni e le società. L’intento era prezioso: una riflessione a più voci, che vedesse rappresentati artisti, studiosi, esponenti cristiani, ebrei e musulmani sul senso del coprire il capo da parte delle donne, esplorato storicamente e nei suoi risvolti contemporanei. Il problema di fondo, forse, era costituito proprio dal committente: difficile che, su un argomento così delicato e fonte di divisioni religiose, politiche, sociali, i curatori scegliessero un approccio non rassicurante e, quindi, non anestetizzato. In effetti, tutta l’esposizione è parsa ingessata da una tesi continuamente riaffermata senza spunti critici: la copertura del capo femminile (e, con implicazioni molto diverse, maschile) è una tradizione che caratterizza dall’antichità le tre grandi religioni, e che conserva tuttora molteplici testimonianze. Insomma, un parallelismo costante che, pur evolvendosi nel tempo e adeguandosi a società moderne e complesse, rappresenterebbe un legame storico e culturale, oltre che religioso, frutto di scelte via via più libere e consapevoli, e che quindi non legittimerebbe alcun giudizio critico, a maggior ragione all’interno di comunità pluraliste e democratiche, in cui (si argomenta) la propria identità religiosa non può ricevere limitazioni alla sua rappresentazione esteriore.

La mostra dunque, in omaggio all’assunto di fondo (la ricostruzione storica, che avallerebbe una visione universalistica) rinuncia a priori a porsi le domande al centro del dibattito pubblico, e fonte di tanti contrasti.

Eppure sono gli stessi materiali di Cherchez la femme a offrire, involontariamente, delle risposte. Una grande mappa del mondo, in una sala della mostra, indicava le scelte che ogni Stato ha compiuto riguardo all’abbigliamento religioso: se è sempre lecito, o vietato in alcune circostanze (scuola, pubblica amministrazione) o vietato solo quando copre il volto, o se al contrario è obbligatorio in pubblico. Si scopre così che, al di fuori dell’Europa, a bandire il “velo integrale” sono diversi stati musulmani (o con forti comunità musulmane) asiatici e africani, come l’Uzbekistan, il Ciad, il Camerun, il Gabon, che hanno sperimentato o temono attacchi o presenze di terroristi legati all’integralismo islamico. Dunque, il dibattito sull’abbigliamento religioso che rende impossibile riconoscere il volto di una persona, e quindi sul confine tra sicurezza pubblica e libertà individuale, non è prerogativa dell’Occidente, ma è al centro della discussione (e delle decisioni) in molti Paesi musulmani.

C’è poi la domanda più complessa: se quella del velo (anche non integrale) debba sempre essere considerata una scelta totalmente volontaria oppure no, e di conseguenza se sia lecito o discriminatorio limitarla in ambienti istituzionali in cui dovrebbe essere garantita la libertà e la neutralità di chi ne fa parte (funzionari pubblici, docenti, studenti). 

Cherchez la femme risponde, ancora una volta, con una non-risposta. Un’illustrazione, intitolata “La lotteria dell’indecenza”, ci mostra una donna divisa in due: per metà abbigliata secondo stretti canoni islamici e per metà svestita (in topless) come una bagnante occidentale. Sullo sfondo dell’immagine la “vox populi”, una serie di commenti anonimi che criticano, in modo parallelo e ugualmente bigotto, entrambi i look: accusando il primo di sottomissione e clericalismo, il secondo di provocazione, volgarità, ossequio a moda e consumismo. La tesi quindi, secondo i curatori, è che se tutte le donne possono apparire, agli occhi di qualcuno, “indecenti” perché soggette a una costrizione, in realtà nessuna lo è: se la donna occidentale può vestirsi, truccarsi o spogliarsi sentendosi libera, e non succube di un sistema consumistico e maschilista che ne orienta l’aspetto, allo stesso modo per la donna islamica non può valere la presunzione che sia sempre vincolata a un sistema patriarcale e misogino che la priva di ogni scelta. Ma un simile dibattito può esaurirsi così, o bisognerebbe arricchirlo di domande, indagando ad esempio le conseguenze familiari e sociali del rifiuto dei diversi codici di abbigliamento? La risposta, speriamo, a intellettuali più coraggiosi.

Martino Periti