Università e scuola

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Università: Italia ultima in Europa

7 gennaio 2016

Un grande – unico – segno negativo. Basterebbe questo aggettivo a descrivere la situazione delle università italiane, almeno secondo quanto riportato dal rapporto 2015 “nuovi divari”, pubblicato dalla Fondazione Res e presentato dall’economista dell’università di Bari, Gianfranco Viesti. Un quadro poco lusinghiero, dipinto sulla scorta della situazione economica del nostro Paese e soprattutto sulla base dei tagli effettuati dai vari governi nel corso degli ultimi anni. Questi ultimi hanno “drenato” risorse, da nord a sud, con questi risultati: gli studenti immatricolati si sono ridotti di oltre 66.000 (-20%, da 326.000 a meno di 260.000 al 2014-2015), i docenti sono scesi a meno di 52.000 (-17%, erano 63.000); il personale tecnico amministrativo ha segnato un meno 59.000 (-18%, da 5.634 a 4.628); il Fondo di finanziamento ordinario (FFO) è diminuito – in termini reali – del 22,5%. 

In pratica, l’Italia – nel giro di pochi anni – avrebbe compiuto “un disinvestimento molto forte nella sua università – si legge nel rapporto – una trasformazione opposta a quella in corso in tutti i paesi avanzati che continuano invece ad accrescere la propria formazione superiore”. Un esempio su tutti: mentre in Italia il finanziamento pubblico dell’università si contraeva del 22%, in Germania cresceva del 23%. 

Una questione di crisi economica, si potrebbe dire. In realtà non sarebbe questa la ragione principale: la riduzione della spesa e del personale universitario in Italia è stata molto maggiore rispetto agli altri comparti dell’intervento pubblico: “Tra il 2008 e il 2013 – si legge ancora nel rapporto – i docenti universitari si riducono del 15%, il totale del pubblico impiego di meno del 4%”. Fermo restando che negli altri Paesi dell’Ue, comunque colpiti dalla crisi, non si sono visti tagli così drastici nell’area dell’istruzione superiore. 

Un sintomo di questa decrescita (o la diretta conseguenza) è l’esiguo numero di laureati che l’Italia conta rispetto all’obiettivo dell’Europa di avere entro il 2020 il 40% di giovani laureati. “L’Italia – sottolinea il rapporto – nel 2014 è ferma al 23,9%”, collocandola all’ultimo posto tra i 28 stati membri. La Fondazione Res ricorda come l’obiettivo interno del nostro Paese, sempre entro il 2020, sarebbe di avere una quota di laureati pari al 26-27%, fattore che comunque la collocherebbe all’ultimo posto, probabilmente superata anche dalla Turchia. A titolo di paragone, la regione con il maggior numero di laureati (il Lazio con il 31,6% dei laureati tra i 30 e i 34 anni) si colloca su livelli pari a quelli del Portogallo. E al Sud la situazione non è migliore: “Quattro regioni italiane sono tra le ultime dieci nella graduatoria delle 272 europee; la Sardegna (17,4%) è penultima: la sua percentuale di giovani laureati è superiore solo alla regione bulgara dello Severozàpad, ed è poco più di un terzo rispetto alla Svezia”.

Una contrazione di questo tipo – che va di pari passo con una diminuzione dei nuovi immatricolati – rischia di generare un effetto boomerang per il futuro. In un sistema economico che richiederà sempre più mansioni lavorative differenziate e non ripetitive per lavori altamente qualificati e creativi, non avere abbastanza laureati potrebbe generare un vulnus per la competitività delle imprese a livello internazionale ma non solo. L’istruzione produce esternalità, aumenta la mobilità sociale e garantisce, nel futuro, un investimento per migliorare svariati indicatori di qualità della vita. Avere pochi laureati – spiega la Fondazione Res – “aumenta la persistenza di disparità e disuguaglianze” e in un Paese in cui la mobilità intergenerazionale è già piuttosto limitata, la riduzione degli accessi all’università rischia di ridurla ulteriormente, mettendo più a rischio chi proviene dai ceti deboli (genitori non laureati).

C’è poi una preoccupazione di fondo, relativa all’articolazione territoriale del sistema universitario. Secondo il rapporto l’Italia sta pesantemente disinvestendo nel suo sistema formativo superiore, “ma lo sta facendo con particolare intensità proprio nelle regioni più deboli del Paese (il Sud, Ndr), nelle quali l’università potrebbe svolgere un ruolo particolarmente pregiato per lo sviluppo economico e civile”. Il rischio, insomma, sarebbe quello di creare un’ulteriore spaccatura tra Nord e Sud, un sistema formativo sempre più differenziato con sedi più o meno dotate (in termini finanziari, di docenti e di relazioni con l’esterno) e sedi svantaggiate. Con le prime collocate in alcune aree del Nord del Paese: una “serie A” degli atenei posizionati in un’area ideale “di 200 chilometri con vertici Milano, Bologna e Venezia”. E una serie B che copre il resto del Paese e a cui “vengono sottratte le risorse a favore dell’altra componente del sistema”. Un quadro si spera fin troppo “nero”, quello descritto dal rapporto, ma che mostra come indebolire una parte del Paese a favore di un’altra non garantisca un futuro all’altezza delle aspettative europee. Ma nemmeno di quelle interne, considerato che “solo in un mondo virtuale tutti i cittadini sono perfettamente mobili e dunque del tutto indifferenti tra le sedi di studio”. 

Mattia Sopelsa