Università = cultura

Identità sbaliate. Università = cultura

Un vizio che talora si riscontra in molte delle nostre costruzioni, pur nel sincero sforzo di ricerca che le caratterizza, è quello di un non sufficiente approfondimento delle premesse da cui partiamo. Ciò, perché, forse, un certo conformismo ci è ancora proprio, od almeno una certa pigrizia che ci induce a non approfondire premesse sbagliate, vuoi per il fascino che esse presentino di primo acchito, vuoi per la facilità di sviluppo che ci consentano; mentre il rimeditare realmente ogni punto di partenza potrebbe condurci ad impegni sproporzionati alle nostre possibilità o, forse, a decisioni.

Così, bene o male, nella nostra azione universitaria, è accaduto che ponessimo, o meglio accettassimo, una identità: quella tra università e cultura. Anche se non so se mai se ne sia fatta una dichiarazione esplicita, pure il concetto è implicito in molte nostra frasi usuali. Parliamo indifferentemente di distacco fra cultura e realtà e di distacco tra università e società, così come continuiamo a dichiarare essere l’università, oggi come sempre, l’ambiente peculiare della cultura, la sua sede quasi esclusiva.  Identifichiamo continuamente mondo della cultura con mondo accademico, pur se ci rendiamo conto di essere oggi l’Università tale da non poterci soddisfare.

Tale assimilazione non abbandoniamo neppure quando, nell’esame delle deficienze dell’Istituto universitario, parliamo del suo rinnovamento, e ci sforziamo di condurre (o di ricondurre) nel suo ambito, come nella sede più propria, quella parte di vita culturale che all’Università è totalmente estranea; non sappiamo trarre necessarie conseguenze, e le uniche soluzioni che riusciamo a proporre sono quelle volte a riinserire nell’ambito dell’Università ogni ramo della vita culturale. Parliamo di teatro universitario, di centri musicali universitari, di cinema e università, nel  tentativo di arricchire la vita accademica di tutti questi elementi che oggi sono del tutto estranei, ripensando a quando forse non era così, alle università del rinascimento, nel cui ambito realmente era compresa tutta la vita culturale di allora.

Non è questo il punto; non si tratta di ricondurre nell’università quanto, non a caso, è estraneo, così come non si può pensare di coltivare dei fiori in una serra a temperatura sotto zero, o di far stare un ettolitro di acqua in una bottiglietta di birra. Poiché non basta rendersi conto che l’Università è deficiente, e che comunque la vita accademica si pone oggi su di un piano diverso dalla vita culturale; bisogna anche avere il coraggio di rendersi conto che l’Università è oggi per condizioni obiettive ambiente inadeguato ad accogliere quegli elementi culturali dei quali vorremmo arricchirla. Nulla come queste considerazioni, mi spingono a pensare al rinnovamento dell’istituto universitario; ma inteso in modo ed in direzione ben diversi da quelli propri oggi alla rappresentanza studentesca.

La vita universitaria è su di un piano diverso dalla vita culturale; ma questa considerazione è tutt’altro che completa; bisogna osare di rendersi conto, e di dichiararsi con franchezza che l’Università è soprattutto su di un piano oggi estremamente più basso. Non voglio qui fare una analisi sul come, nel volgere del tempo, sia avvenuto questo distacco fra la vita e la cultura e l’Università; solo mi interessano le condizioni delle università di oggi, e dimostrare quanto sia vano pretendere, in tali condizioni, di ricostruire l’“universitas studiorum”.

L’enorme aumento del numero degli studenti universitari rispetto al totale della popolazione (percentuale che non quasi riscontro in altri paesi, sia detto per inciso), ne ha fatalmente fatto scendere paurosamente il livello qualitativo, ed in maniera più che proporzionale, in quanto ha determinato il formarsi di un ambiente universitario non più assolutamente capace di migliorare, ma di peggiorare chi vi partecipi. Se un tempo gli studenti universitari (oh molto tempo fa!), erano tali per elezione, altissimo è oggi il numero di coloro che studiano contro la propria volontà, mentre fra i residui, non vocazione allo studio è l’impulso, bensì una serie di considerazioni utilitaristiche di varia natura che ognuno conosce e che è superfluo elencare (pur se una parte di queste sono destinate a cadere, coll’inflazione delle lauree in atto). E se un tempo l’Università era aperta di atto solo a determinati ceti ed ambienti, che per le proprie caratteristiche fornivano una garanzia se non di qualità, per lo meno di educazione, di gusto e di costume, all’università, oggi le cose sono ben diverse, bene o male che sia. Mentre l’ambiente universitario e i moventi che hanno condotto agli studi questi  “nuovi”, non sono tali da incitarli a modificare, migliorare, la loro educazione, il loro gusto, ad ampliare la sfera dei loro interessi; in definitiva ad educarli realmente, differenziandoli dai loro ambienti di origine. Così si assiste ad una continua provincializzazione dell’istituto universitario, al suo scadere a livelli sempre più bassi, mentre il dialetto diviene sempre più frequente da udirsi fra gli studenti e i laureati in rami non umanistici (limite forse ottimistico), non sono capaci di scrivere una lettera in italiano senza errori di grammatica e di sintassi.

Ed in tali condizioni noi vogliamo rinnovare l’istituto universitario arricchendolo di nuovi elementi culturali? E ci meravigliamo nel contempo per il disinteresse che gran parte degli studenti porta all’istituto della rappresentanza universitaria, che è in definitiva manifestazione culturale?

Non facciamoci illusioni; l’Università è oggi quello che è, bene o male che sia, tale da non essere in grado di accogliere vita culturale. A tale realtà dobbiamo adeguarci, se non ci proponiamo soltanto accademiche elucubrazioni. anche un'analisi delle cause di tale stato di cose non mi interessa in questa sede; ci porterebbe a parlare di argomenti come il suffragio universale, l’urbanesimo, le aspirazioni del proletariato ad imborghesirsi, il progresso scientifico e lo studio neppur lontanamente universitario, delle scienze sperimentali.

Le conclusioni che ci interessa di trarre dalle considerazioni svolte, riguardano l’atteggiamento che la rappresentanza studentesca dovrebbe assumere (o per lo meno meditare) di fronte a questa realtà. E due sono le possibilità che ci offrono. O rinunziare una volta per tutte alle nostre pretese di arricchimento dell’istituto universitario attraverso l’inserimento in esso di nuovi motivi culturali, accettando, nell’attuale stato di cose, una università diversa da quella “universitas studiorum” di cui il rinascimento ci ha lasciato ricordo, oggi irrealizzabile, ed allora, con una diversa concezione delle funzioni dell’istituto universitario, scuola professionale e ambiente culturale, potremo agire per adeguarne sempre maggiormente la struttura a queste moderne funzioni. O altrimenti, se crediamo che l’“universitas studiorum” abbia a tutto oggi ragione d’essere, allora provvediamo infine alla creazione di istituti superiori  di istruzione professionale che stiano al di fuori dell’università, di titoli tecnici che senza essere titoli universitari tuttavia consentano possibilità di impiego analoghe; all’aumentare del livello di preparazione necessario all’ingresso nell’università e così via. Potremo parlare di rinnovamento dell’istituto universitario in un senso diverso da questo, nel senso in cui ne parla oggi la rappresentanza studentesca, come inserimento cioè nell’università di quei rami della vita culturale che oggi le sono estranei, solo quando vi sarà un numero di studenti universitari pari ad un terzo del numero attuale.

Ed intanto non sarebbe male cominciare a proporre un serio esame di lingua italiana (non di letteratura, proprio di lingua), e di galateo, a chi entra nell’università.

Carlo Prini

Il Bove. Numero unico degli studenti dell’università di Padova. 31 ottobre 1955