Società

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Trump, l'antitaliano

7 aprile 2017

“Per il vostro lavoro e per il vostro svago… Vespizzatevi”. È uno degli slogan pubblicitari con cui la Piaggio, negli anni Cinquanta, presentava in Italia il suo prodotto di maggiore successo: la Vespa. All’epoca lo scooter italiano aveva già raggiunto il successo in patria: manifesti la ritraevano con immagini ammiccanti e con pubblico femminile per invogliare l’acquisto anche da parte delle donne. Ma il successo mondiale e la nascita di uno stile Made in Italy si ebbe a partire dal 1953 quando la proiezione di Vacanze romane, capolavoro cinematografico di William Wyler, consacrò la Vespa come simbolo dell’Italia sull’intero pianeta.

Un simbolo economico-culturale che però ora, nell’era Trump, viene messo in discussione, all’apparenza da un punto di vista meramente commerciale. La Vespa, infatti, in compagnia dell’acqua minerale San Pellegrino, della francese Perrier e di due marche di motociclette europee (l’austriaca KTM e la svedese Husqvarna) è stata inserita in cima alla lista dei prodotti esteri “indesiderati” per l’amministrazione (e per i consumatori) americani.

Donald Trump in nome del suo cavallo di battaglia elettorale “America First” vorrebbe mettere un freno all’importazione di prodotti che, a suo dire, danneggerebbero l’industria americana. Un protezionismo non solo di bandiera, visto che la Casa Bianca, secondo indiscrezioni del Wall Street Journal sarebbe pronta a imporre dazi fino al 100% del valore del prodotto sulla Vespa (e delle altre aziende colpite). La mossa sulla carta dovrebbe fortemente disincentivare l’acquisto di queste categorie di prodotti stranieri, favorendo quelli americani.

Al netto dei proclami e dell’inevitabile tonfo in Borsa del titolo Piaggio nel giorno dell’annuncio del dazio, rimangono in realtà abbastanza oscure le ragioni di tale gesto. Sicuramente a livello economico un’azienda come Piaggio (tanto meno Perrier e San Pellegrino, gruppo della multinazionale Nestlè) non risentirà nel lungo periodo del protezionismo americano: “Un blocco di questo tipo – spiega Marco Bettiol, ricercatore di economia e gestione delle imprese e autore del volume Raccontare il Made in Italy – ha poche ragioni a livello economico, anche perché la Piaggio esporta le Vespe dal Vietnam e non dall’Italia. Si tratta più di un attacco a un approccio culturale, a uno stile di vita, al simbolo che Vespa rappresenta nel sentire comune”.

Un controsenso per una nazione tradizionalmente permeabile ai costumi da importazione: “Gli americani – prosegue Bettiol – da sempre ci hanno presentato con la Coca Cola e altri prodotti la loro ‘way of life’, ma allo stesso tempo si lasciavano influenzare da quello che negli anni è poi diventato lo stile del made in Italy”. Prodotti di massa contro un export fatto di oggetti di nicchia, di origine quasi artigianale, simboli appunto della tradizione italiana.

Se non si trattasse di una boutade, di un’esibizione di forza da parte della Casa Bianca, i risvolti potrebbero essere più gravi. Non solo per un possibile effetto a elastico attraverso cui l’Europa potrebbe scegliere di dire ‘no’ a servizi americani “come Airbnb – chiarisce Bettiol – o a oggetti di culto come l’iPhone, per quanto poco probabile”, ma soprattutto per una questione di tipo culturale: “Alzare barriere culturali – sottolinea Bettiol – è un sintomo forse ancora più grave dell’elevare muri contro l’immigrazione come quello tra Messico e Stati Uniti”. Un muro che non nasconde la volontà politica di ostacolare la circolazione di cultura e di stili di vita differenti, mal celata davanti alla scusa di una presunta ripicca degli Stati Uniti contro i divieti di importazione europei delle carni con ormoni.

Se poi si vogliono mostrare altri difetti nell’impostazione dei veti commerciali di Trump, basti ricordare che il presidente americano veste camicie artigianali made in Italy: “Una contraddizione nei fatti – conclude Bettiol – e una differenza di stile rispetto alla precedente amministrazione Obama”, in cui il “comprate americano”, senza assurde barriere commerciali verso l’estero, era semmai espresso dal vestire quasi esclusivamente made in Usa dell’ex first lady Michelle Obama.

“Un controsenso anche nell’era della globalizzazione – conclude Bettiol – epoca in cui il consumatore cerca prodotti differenti, non standardizzati, come quelli che possono provenire dall’Italia”. Alla fine, la Vespa resterà, anche se non vedremo mai Donald Trump sfrecciare a fianco del Colosseo sulla colonna sonora di Vacanze Romane.

Mattia Sopelsa