Scienza e ricerca

Gli scavi in Prato della Valle. Foto: Massimo Pistore

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Teatro Zairo, nuove scoperte dagli scavi in Prato della Valle

11 dicembre 2017

Si scava nel fango e nel ghiaccio nella canaletta di Prato della Valle, gli stivali affondano nell’acqua gelida mentre tre pompe meccaniche sono contemporaneamente in funzione per drenare l’acqua fuori dal perimetro dei lavori. Le condizioni sono difficili, ma la ricompensa per gli archeologi dell’università di Padova stavolta non si è fatta attendere: dopo lo stop di questa estate, la ripresa dei lavori sulle rovine dell’antico teatro romano, il cosiddetto Zairo, sta infatti dando risultati superiori alle attese.

“Dopo le difficoltà iniziali siamo riusciti a ‘prendere le misure’ a un ambiente di lavoro caratterizzato da una situazione idrogeologica molto particolare: finalmente le strutture antiche sono emerse in tutta la loro bellezza e imponenza e adesso possono essere studiate”, spiega al Bo Jacopo Bonetto, docente di archeologia greca e romana e direttore del dipartimento dei Beni culturali dell’università di Padova. E le sorprese, come dicevamo, non sono mancate: “Non solo abbiamo trovato tutto quello che conoscevamo dagli studi precedenti (in particolare gli ultimi scavi del 1962 e del 1983, ndr), ma anche parecchio di più: in questo momento stiamo ad esempio studiando delle immense strutture laterizie fino ad ora sconosciute”.

Nei rilievi effettuati a partire dall’Ottocento erano infatti rappresentati solo i cosiddetti muri radiali: le grandi murature che sostenevano le gradinate della cavea, il luogo destinato agli spettatori, dipartendosi dalla platea come tanti raggi di un sole. Del tutto sconosciute erano invece le grandi strutture di mattoni che ‘riempivano’ gli spazi tra i singoli radiali, messe ora finalmente in luce dalla rimozione di fango e acqua. Un unicum – è proprio il caso di usare il latino – rispetto ad altri complessi simili studiati finora, anche se al momento tra gli studiosi vige ancora la massima prudenza.

Foto: Massimo Pistore

La spiegazione potrebbe risiedere nella natura dei terreni, paludosi e quindi cedevoli già in età antica a causa della falda d’acqua che insiste sotto tutta l’area di Prato della Valle, con la conseguente necessità di un sostegno maggiore per la struttura. Quello che inoltre colpisce è l’eccellente stato di conservazione dei reperti, protetti dal fango per secoli. I mattoni emersi mostrano ancora il caratteristico colore chiaro, giallo paglierino o rosato, tipico dei laterizi di età romana, prodotti con argille diverse dalle attuali e cotti in maniera meno intensa e prolungata, ma non per questo meno accurata ed efficace. E proprio l’utilizzo sistematico dei mattoni per le grandi costruzioni monumentali potrebbe essere una particolarità dell’area padana, nella quale questa tecnica costruttiva si sarebbe diffusa addirittura prima che a Roma, grazie alla grande disponibilità di argilla.

Le nuove scoperte, frutto del generoso impegno di tanti giovani studenti e dottorandi di archeologia che si alternano nel cantiere, potrebbero portare a una nuova comprensione del teatro sepolto sotto Prato della Valle: “Ci ha stupiti l’imponenza del complesso – continua Bonetto –. Abbiamo già scavato altri teatri romani ad Aquileia, in Grecia e in diversi altri contesti, ma l’imponenza di questo monumento è davvero straordinaria, da lasciare quasi senza fiato”.

Foto: Massimo Pistore

I risultati degli scavi serviranno inoltre a tutta una serie di analisi e di studi successivi: “Uno degli elementi che vogliamo approfondire è quello dei materiali e delle tecniche costruttive impiegate – spiega Caterina Previato, ricercatrice del dipartimento dei Beni culturali e responsabile del cantiere –. Per questo ci stiamo avvalendo della collaborazione dei colleghi del dipartimento di Geoscienze e di quello di Ingegneria civile, edile e ambientale. Stiamo ad esempio prendendo campioni di pietra, malta e laterizi per sottoporli ad analisi finalizzate a stabilirne le caratteristiche e soprattutto la provenienza. Sappiamo che probabilmente è stata utilizzata non solo la trachite dei Colli Euganei, ma anche materiali provenienti dai Colli Berici: i risultati delle ricerche saranno fondamentali anche per ricostruire le dinamiche economiche e commerciali della Padova romana. In parallelo, con i colleghi di Ingegneria, approfondiremo la questione del rilievo delle strutture, con la realizzazione di una scansione laser per ottenere un modello tridimensionale, che sarà poi utilizzato anche per far comprendere a un pubblico di non esperti le dimensioni e l’aspetto dell’edificio”.

Intanto i lavori hanno già raggiunto un obiettivo: quello di risvegliare l’interesse di tanti padovani intorno alla storia e alle origini della loro città: “Coinvolgere la cittadinanza era e rimane uno degli obiettivi del progetto, e direi che ci siamo riusciti – riprende la parola Jacopo Bonetto –. Le persone rispondono quotidianamente, sia direttamente con la loro presenza al cantiere, sia indirettamente attraverso i social network che utilizziamo per divulgare le informazioni”.

Il cantiere dovrebbe chiudere prima di Natale, se le condizioni metereologiche lo permetteranno, ma questa potrebbe non essere la parola fine sull’archeologia in città: “Questa esperienza ci ha galvanizzato – conclude il docente –. Ormai siamo in collaborazione strettissima con i Musei civici, la Soprintendenza archeologica e il Centro di studi liviani dell’università: abbiamo costituito un team davvero efficace e adesso puntiamo a rilanciare con progetti simili su altri monumenti della Padova antica”.

Daniele Mont D’Arpizio

Guarda il servizio video sugli scavi archeologici di Prato della Valle