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L'ex presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, durante il suo discorso a Milano durante il summit del Global Food Innovation

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Successo in politica? Studiate i manuali di retorica

16 maggio 2017

Come si vincono le elezioni? Quali strategie di comunicazione convincono gli elettori? Il confronto tra le tecniche adottate da Donald Trump nel 2016 e dal suo predecessore Barack Obama nel 2008 permette di comprendere l’importanza della retorica nelle campagne presidenziali americane. Se ne è parlato la settimana scorsa a palazzo Maldura con il professor Michal Choinski della Jagiellonial University di Cracovia, nell’ambito del ciclo di seminari di anglistica ed americanistica organizzati da Anna Scacchi.

Tutti i più famosi presidenti degli Stati Uniti d’America sono stati dei pionieri nell’utilizzo dei mezzi di comunicazione per rafforzare i rapporti con il proprio elettorato. Così avvenne per i giornali durante la presidenza di Andrew Jackson, per la radio dove si tenevano i “discorsi al caminetto” di Franklin Delano Roosevelt, per la televisione che durante la campagna elettorale del 1960 favorì John Fitzgerald Kennedy, più a suo agio di fronte alla telecamera rispetto al goffo Richard Nixon, e infine i social media, per primi adoperati su larga scala da Barack Obama nel 2008.

Se confrontiamo la comunicazione politica di Barack Obama nella sua campagna elettorale del 2008 e quella di Donald Trump nelle recenti elezioni del 2016 scopriamo evidenti punti di contatto nelle scelte dei rispettivi slogan: “Yes, We Can” e “Make America Great Again”. Si tratta in entrambi i casi di messaggi fortemente positivi. In particolare, nel caso del candidato democratico, si possono individuare le ragioni del successo dell’espressione “Yes, We Can”: si tratta, innanzitutto, della risposta a una domanda inespressa rispetto alle cose da fare, applicabile a qualunque sfida futura.

Uno slogan particolarmente semplice, costruito da soli tre termini monosillabici, che ne aumentano la facilità e l’immediatezza per il grande pubblico ma trasmettendo un significato forte: “Yes” esprime positività e concordia; il soggetto della frase, “We” denota un sentimento di inclusione, di alleanza tra il candidato alla presidenza, e il suo uditorio; infine il verbo “Can” sottolinea le possibilità di azione, di realizzazione. La formula si ricollega all’idea del superamento di ogni limite, un concetto chiave nella retorica del Sogno americano. Questo ha permesso di costruire intorno a Barack Obama l’immagine di un candidato che in qualche modo incarnava lo spirito di tre grandi personalità della storia statunitense: Abraham Lincoln, John Fitzgerald Kennedy e Martin Luther King.

Nel 2016, sul fronte opposto, Donald Trump, ha scelto come slogan “Make America Great Again”, che implicitamente sottolineava il suo ruolo di salvatore, qualcuno entrato in politica per rimediare a un periodo di declino, quello delle presidenze democratiche. Ancora una volta, le parole sono state scelte con cura: lo slogan si presenta come un imperativo, un ordine per indicare l’azione

“Make America Great Again” è composto da quattro vocaboli formati da un diverso numero di unità fonetiche e manca un chiaro soggetto deputato a svolgere l’azione. Il tono è però ugualmente positivo: “Great” è un aggettivo che promette qualcosa degno di nota; l’azione, descritta dal verbo “Make” indica la volontà di cambiamento rispetto allo stato attuale ed è “l’America”, oggetto dell’azione, che dovrà essere trasformata, rispetto agli anni negativi della presidenza democratica. Ma la chiave del successo dello slogan nell’avverbio “Again” che trasmette un senso di speranza, promette il ritorno a un passato glorioso.

Pur non essendoci un soggetto esplicito di questa trasformazione, chiaramente Trump si  presenta come l’attore incaricato di trasformare il paese insieme al proprio elettorato, di nuovo una visione inclusiva che ha avuto un ruolo cruciale nella vittoria delle presidenziali. I temi dei suoi discorsi, da un apparente isolazionismo in politica estera (immediatamente smentito dalle azioni militari decise appena entrato in carica) al protezionismo in politica interna hanno fatto breccia in quella larga fetta di elettorato americano preoccupata dai processi di delocalizzazione dell’industria, così come dalla minaccia del terrorismo, che ne minano tanto le certezze lavorative quanto i bisogni di sicurezza.

Come ha sottolineato Choinski, nelle campagne elettorali americane nulla è lasciato al caso: la retorica e il linguaggio non verbale dei candidati sono il frutto di attenti calcoli, di precise strategie alla ricerca del successo elettorale.

Giuseppe De Rosa