Cultura

La statua "Palinuro" all'interno di palazzo Bo raffigura il partigiano Primo Visentin, detto Masaccio, iscritto alla Scuola di perfezionamento in storia dell'arte, comandante di battaglione della Div. "Monte Grappa", caduto in combattimento a Loria (Treviso) il 29 aprile 1945

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Gli studenti che fecero la resistenza

16 dicembre 2015

Quando si entra nel portone principale di palazzo Bo, per accedere al cortile nuovo dell’università di Padova, si nota subito sulla destra una grande stele di pietra. È la motivazione della medaglia d’oro al valor militare, concessa all’ateneo in ragione del contributo dato alla Resistenza, e porta il nome dei 116 caduti dell’università nella lotta al nazifascismo. 107 sono studenti ma paradossalmente proprio di loro, rispetto a figure come i rettori Marchesi e Meneghetti, si parla meno. Un contributo di intelligenze e di sangue che finora non è stato ancora problematizzato dalla storiografia come fenomeno unitario.

Padova, come è noto, dopo l’8 settembre coordinò e guidò la Resistenza nel Veneto, e in città il centro operativo era dentro l’università. Quello del rapporto tra l’ateneo e il regime, prima e dopo l’8 settembre, è però un problema molto più complesso di quello che può apparire. Durante il fascismo l’università fu guidata da cinque rettori, il più longevo dei quali fu Carlo Anti, con un rettorato più che decennale (1932-1943). Anti plasmò in chiave fascista il Bo, spingendo docenti e studenti a mettere in atto l’uomo nuovo fascista: ad esempio potenziando Scienze politiche, che proprio nel 1933 da Scuola diviene Facoltà e al cui interno compare il corso di Storia e dottrina del fascismo, tenuto, tra gli altri, dal giornalista di regime Nello Quilici. Durante il ventennio la politica fascista entrò in maniera pervasiva al Bo: L’Ateneo offrì la laurea honoris causa in Ingegneria a Italo Balbo e ospitò  studenti provenienti da tutta Europa per seguire i corsi di “cultura fascista per stranieri” (unica sede in Italia oltre a quella di Roma). E nel 1938 l’Università di Padova fece propria totalmente, e in maniera zelante, la politica antisemita del regime, attuando i provvedimenti di espulsione nei confronti dei propri docenti, di studenti e personale “di razza ebraica”, cacciando dalle aule oltre 200 persone.

Per questo ambiente e contesto, calato in un regime totalitario, è difficile poter cogliere posizioni di antifascismo dichiarato. Nel 1931 ad esempio nessuno a Padova si rifiutò di prestare giuramento al regime e solamente Giulio Alessio – una delle “tre anime nere della reazione antifascista”, come lo definì Mussolini – in pensione dal 1928, fu tra i dieci accademici che non giurarono all’Accademia dei Lincei. Per cogliere dunque l’antifascismo nell’istituzione università bisogna, in sostanza, attendere il crollo del regime e l’armistizio: è qui che l'intero sistema viene messo alla prova e che l'esperienza universitaria, anche pregressa, diventa il motore di una scelta. 

Gli studi sul caso patavino relativi al periodo resistenziale sono consistenti. Finora però i lavori hanno prestato particolare attenzione allo studio dei protagonisti: oltre a quelle già citate figure come quelle di Norberto Bobbio, Manara Valgimigli, Luigi Cosattini, Ernesto Laura, Enrico Opocher, Lanfranco e Paola Zancan, Otello Pighin, Ezio Franceschini – solo per citarne alcuni – rimandano immediatamente alle vicende resistenziali. Si consideri infine il fatto che la Brigata Giustizia e Libertà intitolata a Silvio Trentin è nata in ambito universitario. Tutti questi elementi fanno sì che il Bo si erga a “capitale” della Resistenza veneta.

Più in ombra rimane la restante parte del corpo universitario, raccolta in una indistinta qualifica di “studenti”, che fino a poco prima aveva trovato nelle sedi più alte del sapere, come l’Università, l’incoraggiamento ad allinearsi al fascismo. La stessa generazione – e talvolta gli stessi studenti che si erano messi maggiormente in luce nei saggi di mistica fascista – sarà quella che darà il maggior contributo alla Resistenza dopo l’8 settembre. 

Il legame con l’ambiente universitario patavino, per molti studenti coinvolti nella Resistenza, fu cruciale: Lodovico Todesco ad esempio, laureando in Medicina, diviene comandante della brigata “Italia libera di Campo Croce” e muore durante il rastrellamento sul Grappa il 21 settembre 1944. Era cugino di Mario Todesco, assistente volontario alla cattedra di Lingue e letterature slave, organizzatore delle prime formazioni partigiane sul Grappa, trucidato in pieno centro a Padova nella notte del 29 giugno 1944. Alcuni studenti, nello scegliere il nome di battaglia, si rifanno agli studi compiuti al Bo: è il caso di Primo Visentin, iscritto alla scuola di perfezionamento in Storia dell’arte, nome di battaglia “Masaccio”, medaglia d’oro al valor militare. 

Tuttavia, se l’operato resistenziale dei vari Marchesi, Meneghetti, Franceschini viene oggi immediatamente e spontaneamente associato all’Università di Padova, tale nesso non è automatico per i nomi di quegli studenti e collaboratori tecnico-amministrativi che hanno preso parte alla lotta di Liberazione. Per questo in futuro sarà vitale tentare di ristabilire il forte nesso esistente tra la componente “non-docente” della Resistenza e la sua università, anche per dare il senso del carattere di unità e unicità che ha contraddistinto l’operato dell’ateneo padovano nella lotta resistenziale.

Giulia Simone