Società

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Studenti e anziani: la strana coppia funziona

29 aprile 2016

Favorire la solidarietà tra generazioni per fronteggiare le sfide di un Paese che invecchia. È il tema del progetto di ricerca condotto dal Gruppo di Ricerca in Pedagogia dell’Invecchiamento del dipartimento di Filosofia, Sociologia, Pedagogia e Psicologia Applicata (FISPPA) dell’università di Padova, i cui primi risultati sono stati presentati recentemente in un convegno

“Il progetto parte dal tentativo di tracciare possibili risposte a un’emergenza epocale sul piano demografico – spiega la responsabile scientifica Emma Gasperi –. Si stima che nel 2050 gli over 65 costituiranno il 33% della popolazione europea e addirittura il 39% di quella italiana. Il nostro paese risulta essere tra i più longevi al mondo e in campo europeo è secondo solo alla Spagna quanto a vita media dei suoi anziani”. Tuttavia non sempre longevità va di pari passo con la qualità della vita: “Autorevoli fonti nazionali denunciano il preoccupante aumento, in Italia, di anziani fragili, che vivono in situazioni di isolamento fisico e relazionale. Anche in Veneto, nello specifico della Provincia di Padova, la richiesta di assistenza si va sempre più ampliando e differenziando per tipologia di bisogni”.

Una situazione che fatica ancora ad essere letta e gestita efficacemente dalle istituzioni: è nata così nel 2012, anno europeo anziano attivo, l’idea di affiancare ad alcuni soggetti fragili, individuati con l’aiuto della Federazione Anziani Pensionati delle Acli di Padova, dei tirocinanti del corso di laurea in Scienze dell’educazione e della formazione, realizzando una sinergia tra università e territorio. Ciascuno studente ha iniziato a frequentare regolarmente, di norma visitandola a casa sua, la persona anziana che gli è stata assegnata, sviluppando una rapporto che partiva dal dialogo e dal confronto su alcune passioni in comune (ad esempio la fotografia, la natura o gli animali). 

Si tratta di un’iniziativa rivolta a persone in teoria autosufficienti ma non attive, estraniate dal contesto sociale, che ad esempio non frequentano i centri per anziani e le università per la terza età, realtà importanti anche se a volte a rischio di ghettizzazione. In poco tempo le relazioni instaurate si sono rivelate fruttuose per tutte le parti coinvolte: “I tirocinanti avrebbero dovuto aiutare i pensionati a ridare un significato alla loro quotidianità – spiega Gasperi – ma in realtà quest’esperienza ha fatto bene anche ai giovani: siamo rimasti anzi stupiti dalla capacità degli anziani, pur nella loro fragilità, di dare tanto dal punto di vista umano”.  Del resto anche per i più maturi l’esperienza si è rivelata più che positiva: i primi dati, (contenuti in due ricerche pubblicate rispettivamente su Rivista formazione, lavoro, persona e Focus on Lifelong Lifewide Learning) evidenziano come la presenza dei giovani abbia permesso di migliorare la loro vita a tutti livelli: dall’autostima alle relazioni, fino alla salute psicofisica. Grazie a questa esperienza inoltre molti dei soggetti coinvolti hanno recuperato la capacità di attivarsi per socializzare e per fruire dei servizi disponibili sul territorio. 

Un percorso che ha portato anche all’abbattimento di alcuni pregiudizi: “I nostri studenti alla fine hanno capito di aver nutrito in passato degli stereotipi verso la terza età, considerata esclusivamente come un periodo di declino fisico e mentale. D’altra parte però esce smentita anche la figura del giovane come unicamente proiettato in un universo multimediale, egoista e chiuso nei confronti dell’altro lontano da sé”.

Si tratta di risultati importanti, dato che l’isolamento e la povertà di relazioni rappresentano oggi un grave rischio, anche dal punto di vista sanitario: “Diversi studi internazionali e nazionali individua nella solitudine dei fattori ‘gerotossici’ di accelerazione dell’invecchiamento – spiega Gasperi –. Evidenze scientifiche dimostrano la correlazione tra la condizione di isolamento e l’insorgenza di malattie cardiocircolatorie e demenziali, con un aumento del rischio di mortalità anche di tre-quattro volte superiore rispetto a chi ha una vita relazionale soddisfacente. Ricerche italiane confermano inoltre che solitudine è la prima concausa (assieme alla malattia) di decadimento psico-fisico e di stati depressivi nell’anziano, con la conseguente prescrizione di psicofarmaci, l’ospedalizzazione e talvolta l’istituzionalizzazione, tra l’altro con un ulteriore aggravio della spesa per la sanità pubblica”.

Per questo da tempo si parla di Active ageing, da favorire anche attraverso interventi che soddisfino gli specifici bisogni relazionali degli anziani fragili. Dopo il compimento la prima parte del progetto è attualmente in via di attivazione una seconda fase, da basare stavolta sulla partecipazione di giovani appartenenti al volontariato locale: “All’inizio l’obiettivo era di sperimentare un modello con ragazzi qualificati, tutti studenti con un’infarinatura sociologica e pedagogica che quindi conoscono l’abc della relazione educativa. Adesso speriamo di coinvolgere i giovani del territorio, sperando di riuscire a far leva sulle strutture sociali esistenti, che in Veneto sono rappresentate innanzitutto le parrocchie”.

Daniele Mont D’Arpizio