Società

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Spintarelle che non funzionano

20 dicembre 2016

Gli ultimi anni hanno visto un aumento della popolarità di interventi di politica sociale ed economica basati sui principi della psicologia delle decisioni. Questi interventi, definiti “nudge” (o spintarelle gentili) influenzano le scelte delle persone pur lasciandole libere di fare ciò che preferiscono e sfruttano il fatto che le preferenze non sono stabili nella nostra mente ma vengono costruite al momento della decisione. Una app per il telefono che ci dice quante calorie abbiamo mangiato ieri è un nudge che ci ricorda di non esagerare oggi. In modo simile, l’email che inviata dalla Regione per ricordare la scadenza del pagamento del bollo auto è un utile nudge che permette ai più sbadati di pagare senza sovrattasse, ma non obbliga i meno onesti a saltare il pagamento.

In modo simile, le immagini sui pacchetti di sigarette hanno l’obiettivo, ovvero di rendere più visibili le conseguenze del fumo per la nostra salute, ma non impediscono alle persone che davvero lo vogliono di continuare a fumare. Un altro possibile nudge è quello costituito dall’etichetta con le informazioni nutrizionali, oppure il costo infinitesimale aggiunto ai sacchetti di plastica che ha prodotto un aumento significativo del numero di consumatori che portano la busta da casa. Siamo liberi di mangiare quello che vogliamo, ma queste informazioni espresse in modo semplice ed esplicito ci ricordano cosa “sarebbe giusto fare”. E spesso ci convincono a comportarci di conseguenza…

Questo tipo di interventi ha due principali caratteristiche che li rendono molto utili e anche attraenti per i politici di tutto il mondo. La prima caratteristica è quella di non ingannare i cittadini né imporre scelte che potrebbero sembrare limitazioni alla libertà individuale. La seconda caratteristica è quella di essere molto efficaci e quindi vincenti quando si tratta di influenzare il comportamento, ad esempio per incentivare stili di vita più salutari o un maggior rispetto per l’ambiente o la comunità in cui si vive.

Nonostante il grande successo di questo tipo di interventi, diversi aspetti sono ancora da approfondire, come ad esempio i criteri esatti con cui definire quali comportamenti incentivare per aumentare il benessere dei cittadini. A volte, la scelta è abbastanza ovvia. Per esempio, molti fumatori vorrebbero smettere ma non ci riescono. Di conseguenza trovare soluzioni che rendano più semplice sopportare l’astinenza o che riducano la tentazione di iniziare è utile per loro e per la comunità intera (perché diminuiscono le spese del sistema sanitario). Altre volte, invece, la scelta non è così semplice, non è chiaro cosa vogliano effettivamente gli individui ed è quindi difficile sostenere se l’intervento previsto va nella direzione corretta.

Inoltre, ci sono casi in cui, pur con le migliori intenzioni e usando tutti i dati scientifici a disposizione, i nudge non hanno successo. Recentemente, Cass Sunstein ha proposto alcune riflessioni sui motivi riguardo ai casi in cui questo approccio non risulta sufficientemente efficace. Per chiarire cosa si intende per fallimento di un nudge si pensi ad una politica sociale in base alla quale si cerca di invitare le persone a mettere in atto un certo comportamento (fare più attività fisica o impegnarsi nella raccolta differenziata) ma ciò non avviene. Se i nudge sono così popolari e basati su dati sperimentali o ricerche sul campo, non dovrebbero funzionare sempre?

Sunstein si è concentrato in modo particolare sull’analisi delle ragioni che possono rendere inefficaci le regole di default. Questo tipo di regole prevedono l’uso di interventi in cui c’è una soluzione o azione prestabilita e le persone possono confermarla oppure modificarla scegliendo un comportamento differente. Ad esempio, ci sono paesi in cui i cittadini sono donatori di organi per default, devono quindi scegliere esplicitamente di non donare gli organi, e paesi in cui i default è quello di non donare gli organi, in questo caso i cittadini dovranno dichiarare esplicitamente di voler donare gli organi. Sappiamo che in entrambi i casi la maggioranza delle persone accetta la situazione di partenza e così i donatori di organi sono molti di più nel primo caso rispetto al secondo.

Qualche volta però questo risultato non si ottiene e le persone decidono di modificare attivamente quella che era la condizione di default scelta dall’architetto delle scelte. Ciò può accadere quando ci sono delle preferenze forti o delle “tradizioni”, tali per cui creare un default diventa problematico perché costringerebbe le persone a sacrificare le proprie preferenze (ma essendo libere di scegliere altrimenti decidono di non farlo). Ad esempio, negli Stati Uniti, il default, al momento del matrimonio, è che sia il marito che la moglie mantengano il proprio cognome. Tuttavia, mentre il default funziona per gli uomini (quasi nessuno prende il cognome della moglie), nella maggior parte dei casi non funziona per le donne (molte delle quali scelgono di prendere il cognome del marito). In modo simile, quando un dipartimento pubblico ha deciso di diminuire di un grado la temperatura di default dei termostati negli uffici, nessuno si è lamentato. L’effetto è stato una diminuzione dei consumi di energia. Quando però la diminuzione è stata di due gradi, i dipendenti non si sono adeguati, anzi la differenza ha fatto loro capire che erano abituati ad una temperatura maggiore (infatti hanno aumentato la temperatura e non c’è stato alcun risparmio).

In altri casi, le regole del default potrebbero non funzionare se altri attori hanno interesse nel creare dei contro-interventi che inducano le persone a modificare la situazione. Si tratta, ad esempio, di una situazione rilevante nel caso della privacy. Le istituzioni tendono a favorire un default tale per cui i cittadini non forniscono alcuna informazione personale senza dare un consenso esplicito. Tuttavia, le aziende possono superare questo ostacolo impedendo l’accesso ad un servizio o prevedendo che alcune funzionalità di un sito siano operative solo dopo aver fornito le proprie informazioni. Un caso tipico per chiunque usi delle app per lo smartphone. Si tratta di un comportamento così diffuso che lo applicano perfino le organizzazioni no-profit, teoricamente paladine della moralità ma in realtà soggette a una fortissima concorrenza.

Chiaramente se una regola di default non funziona si può sempre cercare di reagire cambiandola, ma va ricordato che a volte l’insuccesso dell’intervento potrebbe avvenire i cittadini non condividono l’obiettivo dell’intervento. Da questo punto di vista, l’inefficacia è un successo dell’intervento che lascia comunque le persone libere di decidere cosa preferiscono. Se però il default scelto non ha funzionato nonostante la necessità di risolvere un problema sia condivisa dai cittadini, bisogna continuare a studiare nuove soluzioni, magari usando altri tipi di interventi. Infine, quando i nudge non bastano si può ritenere necessari degli interventi più drastici dal momento che la libertà di scelta impedisce di raggiungere un obiettivo ritenuto importante. Ad esempio, si potrebbe creare un default in cui all’acquisto dell’auto le persone ricevono automaticamente una assicurazione di base, ma possono rinunciare se lo vogliono. Molti automobilisti sottovalutano seriamente il rischio legato all’uso dell’automobile, di conseguenza potrebbero decidere di rinunciare all’assicurazione. In questo caso, la libertà di scelta preservata dal default potrebbe essere problematica, non a caso l’assicurazione auto è obbligatoria.

Enrico Rubaltelli