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Il complesso "Serenissima" di via Anelli a Padova. Foto: Francesco Cocco/Contrasto

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Spazi vuoti, da rigenerare

20 aprile 2018

È la cultura il minimo comune denominatore alla base dei tanti, e sempre più articolati, progetti di rigenerazione urbana che stanno coinvolgendo numerose città italiane ed europee; cultura sociale, imprenditoriale, commerciale e politica che attiva e coinvolge la comunità a diversi livelli nella trasformazione degli spazi in luoghi nuovi, diversi, a misura d’uomo. Un nuovo modo di pensare le politiche per la città, con un approccio integrato e intersettoriale, in partnership con attori privati e cittadinanza.
La crisi economica ha avuto un ruolo sicuramente molto importante sui cambiamenti della geografia delle città italiane negli ultimi anni. Nel decennio appena trascorso il numero dei negozi nei centri storici è sceso notevolmente e la decentralizzazione delle attività al di fuori delle città ha portato con sé l’impoverimento dei quartieri e insieme lo svuotamento di molti spazi, anche abitativi.
Il forte ridimensionamento del settore degli investimenti e del mondo del lavoro ha contribuito, in molti casi, alla rapida disgregazione delle città e questo, soprattutto nelle grandi periferie urbane, ha determinato anche l’impoverimento degli spazi pubblici di qualità e dei servizi.
Secondo uno studio di Confcommercio proprio a questi, considerati luoghi di aggregazione per eccellenza, viene affidato un ruolo decisivo nella promozione dell’offerta culturale di una città (20%) e nel recupero di forme di vita comunitaria che si muovono nella direzione del recupero della relazionalità minuta (l’81,6% degli italiani ha rapporti frequenti e soddisfacenti con i propri vicini), della riappropriazione degli spazi (il 33% degli italiani dichiara di coltivare le proprie relazioni in luoghi pubblici) e del radicamento territoriale (il 47% degli italiani non lascerebbe la città in cui vive).

Su questo si radicano le politiche di rigenerazione urbana che, a differenza di quelle di riqualificazione, non solo si identificano con il recupero di aree e quartieri degradati o dismessi attraverso la sistemazione fisica degli spazi o la progettazione di nuovi interventi architettonici, ma anche e soprattutto con la rivitalizzazione del tessuto sociale attraverso la partecipazione attiva dei cittadini e delle tante realtà che costituiscono l’anima di una città.
Per le sue caratteristiche di città metropolitana, grazie alla presenza dell’università, delle tante attività commerciali, i servizi offerti, la vasta area industriale che la caratterizza (è una tra le più grandi del Nordest), le politiche d’integrazione legate alla presenza di stranieri, Padova è da sempre considerata ‘laboratorio sperimentale’ di politiche urbane. Fece parlare l’Italia intera la vicenda del complesso ‘Serenissima’ di via Anelli diventato in 15 anni un ‘ghetto’ (nel 2006 era stata anche eretta una barriera lunga 80 metri e alta 3 con lo scopo di tenere lontani gli spacciatori residenti in via Anelli dal resto degli abitanti limitrofi), lasciato per tutti questi anni all’abbandono e al degrado dopo lo sgombero definitivo del 2009, e di recente  in fase di acquisizione dal Comune con l’intenzione di riqualificare l’intera area. L’ufficialità dovrebbe arrivare lunedì 23 aprile 2018, durante la seduta del Consiglio comunale, ma nei giorni scorsi la giunta ha previsto la destinazione di 5 milioni di euro per l’acquisizione dei rimanenti appartamenti di via Anelli rimasti dal 2009, abbandonati e in stato di degrado.

Differente invece è il recente e positivo piano per ‘Piazza Gasparotto’ che ha coinvolto organizzazioni pubbliche e private, cittadini e istituzioni nella riattivazione di una zona della città da anni isolata e lasciata a se stessa. Il progetto, vincitore del bando nazionale Culturability 2016, ha permesso di ripensare e trasformare un’area degradata e quasi disabitata a pochi passi dalla stazione ferroviaria in una ‘piazza contenitore’ dove in pochi anni (dal 2014) sono nati uno spazio di coworking, un orto urbano fuori terra, un centro culturale, uno sportello informativo oltre che attività di diverso tipo.
Anche l’università di Padova, attraverso il progetto UniCity, sta lavorando in questa direzione in vista dell’ apertura del nuovo campus universitario che ospiterà il polo di Scienze sociali in quella che era, fino a non molti anni fa, la sede della caserma militare Piave.
“UniCity - spiega Michelangelo Savino professore al dipartimento di Ingegneria civile e ambientale dell’ateneo patavino - è un'indagine sui processi di trasformazione urbana indotti dalla nuova presenza dell'università in quest’area urbana e quindi un'esplorazione di quanto accade in città per la presenza di un'istituzione complessa ed articolata come l'ateneo, per l'elevato numero di posti di lavoro che questo assicura, ma anche per il numero di studenti (da intendere quali city users, quindi una diversa popolazione che si aggiunge ai residenti nell'uso e nel consumo dello spazio e che a loro volta innescano processi di trasformazione  nei settori dell'abitare), della mobilità, della rete commerciale, dei servizi pubblici, delle attività culturali e del tempo libero in città”.
Non si tratta di un vero e proprio progetto di rigenerazione urbana ma di un’azione che, oltre all’indagine, si propone un'azione di informazione e sensibilizzazione della cittadinanza (ma anche delle istituzioni) sui processi in atto in città attivando forme di partecipazione che contribuiscano a ridurre i conflitti e promuovere forme nuove di integrazione.

“Per parlare di rigenerazione urbana -  spiega Patrizia Messina, direttrice del Centro interdipartimentale di studi regionali Giorgio Lago - dobbiamo prima capire realmente quale sarà l’impatto di questo nuovo progetto nel contesto in cui andrà a inserirsi e nell’intera città. E per farlo vogliamo attivare, assieme a una rete di attori strategici per lo sviluppo della città, un laboratorio che vorremmo diventasse permanente (costituito da membri di diversi dipartimenti dell'Ateneo) che utilizzi questa nuova forma di approccio per ogni nuovo progetto. Molto spesso infatti - continua Messina -  l’università di Padova è stata penalizzata rispetto ad altri atenei europei perché non possiede un campus. Non si tiene però conto che il campus è la città stessa e, se guardiamo una mappa di Padova e tutti gli insediamenti dell’ateneo, si capisce che l’università è diffusa in tutto il territorio urbano. Il successo delle politiche di rigenerazione dipende molto anche dagli strumenti e dalle pratiche di partecipazione pubblica che favoriscono la co-progettazione e questo richiede da un lato la capacità e la volontà politica dell'attore pubblico di confrontarsi effettivamente con i bisogni della cittadinanza e dall'altro la capacità dei cittadini-utenti di esprimere domande politiche in modo efficace”.
Francesca Forzan