Cultura

Uno scorcio della cittadina inglese di Cheshire, dove è ambientato il racconto 'Cranford', una delle opere più importanti di Elisabeth Gaskell

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Sottovoce. Elizabeth Gaskell e la scrittura poetica

1 giugno 2017

Recentemente è uscita per i tipi dell’editore romano Croce la prima traduzione italiana delle pur poche poesie in cui si cimentò Elizabeth Gaskell (Bran e altre poesie, ottobre 2016). Tra gli autori più noti e meglio pagati di tutto il secondo Ottocento britannico, Gaskell è famosa soprattutto per romanzi quali Mary Barton, North and South, Wives and Daughters, in cui il continuo impegno sociale di Elizabeth (e in altro senso del marito reverendo Gaskell) tra i poveri, a favore degli ultimi della città di Manchester, trova un esito intenso e appassionatissimo. Lei, sposa e madre solerte, per qualcuno solo una dolce 'colomba', tale non dovette esattamente essere, anzi. Seppe contemporaneamente rispondere e corrispondere all'ideale borghese di donna casta e dolcemente silenziosa, compagna dedita alla cura degli altri e mai di sé; eppure, riscrisse quelle categorie proprio dal loro interno. La sua voce, ben modulata, certo, mai stridente, fu ascoltata, eccome. Anche nei suoi rapporti complessi con l’agguerrito, e talora tirannico, Charles Dickens, che le chiese spesso di pubblicare sulle sue riviste, ma non lesinò mai sarcasmo privato alla sua “Sheherazade”. Ricca, potente, presente in molti modi nella sua città e nel suo paese, a lei interessava far sentire le voci dal margine di un mondo che perdeva velocemente i suoi riferimenti ideologici e culturali e aveva bisogno di crearsi un qualche orizzonte, ogni volta nuovo. Riformista, mai rivoluzionaria, spesso ha registrato nelle sue storie il dolore, la solitudine, la nostalgia del mondo industriale, quella Manchester che divenne eponimo e epicentro di disagio e di studi approfonditi da parte, per fare un esempio acclarato, di Friedrich Engels. Dall’altro lato, spesso si ritrova nei suoi testi l’immagine ideale, sognata quasi, di un tempo precedente alle rivoluzioni industriali, di una Inghilterra rurale, felice e lontana dalla maleodorante modernità, abitata da reti umane accoglienti e solidali. Pur inquieta nel guardare al suo mondo vero, verissimo, Gaskell dipinge donne sole, abbandonate, ma sempre dignitose, attive, impegnate a trovare la strada giusta, a difendere se non rimettere in sesto le proprie reputazioni, i propri affetti.

Su questa linea si muovono anche i pochissimi testi poetici cui si può associare il suo nome. La relazione numericamente marginale che Elizabeth Gaskell intrattiene con la forma poetica è pressoché sconosciuta. Giustamente, se si bada ai volumi di produzione; del tutto sconsideratamente, invece, se si escludono a priori i suoi tentativi di sondare le possibilità del testo poetico per narrare una sua verità. In alcuni dei testi poetici, Elizabeth Gaskell risulta autrice sola, là dove aveva invece dichiaratamente lavorato a fianco del marito appassionato di glottologia. Qui, la logica patriarcale che avrebbe previsto di nascondere la voce e il nome della moglie dietro la ‘protettiva’ ombra maritale viene del tutto scalzata, scomposta: nella poesia “Sketches Among the Poor, No. 1”, “Bozzetti tra i poveri, n. 1”, pubblicata sul Blackwood's Edinburgh Magazine nel 1837, la voce narrante si dice unica osservatrice di una storia semplice e di quotidiana solitudine e povertà, di una donna povera, senza legami, solerte lavoratrice di città con nel cuore il sogno di tornare alla pur misera casa di campagna avita. “Sketches” avrebbe dovuto essere il primo schizzo di una serie 'panoramica', che invece si concluse in quello stesso gennaio 1837.

A quel primo tentativo di scrittura poetica, seguono a diversi anni di distanza due traduzioni/adattamenti da una delle raccolte più note di tutto il secolo, le Barzaz Breizh. Il primo ha titolo “Bran”, il secondo è “The Scholar's Tale”, “Il racconto del chierico”. Entrambe le ballate sono tratte da una raccolta di testi orali antichi (veri o presunti), di canti e ballate bretoni, edita in Francia da Théodore de Villemarqué nel 1839 e rivista ripetutamente negli anni seguenti. I suoi Chants populaires de la Bretagne, più volte tradotti in Europa, portano come altro, più appropriato, titolo, appunto, quello di Barzaz Breizh. Come le Mille e una notte, anch'esse mirabolante esempio di materiale magmatico, che ebbe un impatto fenomenale sulla cultura europea settecentesca e ottocentesca, le Barzaz erano mosse da profondi impeti nazionali e ‘popolari’. Quel sentimento, quel tesoro di canti e ballate eroiche veri o verosimili ambientati in un medioevo lontano e misconosciuto colpisce i Gaskell e li porta a pubblicarne una versione parziale, commentata brevemente e tradotta in inglese, non è chiaro se da uno solo o da entrambi i coniugi. Le due ballate raccontano storie di guerra, di amore, di morte violentissima e crudele, ambientate in Bretagna: “Bran” narra di vichinghi e di un prode soldato che muore in solitaria prigionia e diviene, con la madre addolorata dalla sua perdita, una presenza fantasmatica sulle coste bretoni, un mito esemplare che elabora la nostalgia della patria perduta. “Il racconto del chierico”, invece, narra una vicenda privata, vagamente attestata da alcune fonti storicamente accreditate: la vicenda tragica della giovanissima Jeanne de Rohan, che sposa per amore il conte Mathieu. Lasciata sola dal marito, impegnato a combattere in una non meglio specificata Crociata, la giovane e il suo bambino cadono vittime della malizia crudele del “chierico” e proprio per mano del geloso Mathieu: anche in questo caso, la ballata narra di fantasmi e colpe imperdonabili, di inganni, solitudini, abbandoni.

L’unico componimento poetico ascrivibile in toto a Elizabeth e presentato all’interno dell’introduzione a Bran e altre poesie è invece una poesia intima, non intesa probabilmente per la pubblicazione, ma segno di un dolore lancinante, la morte alla nascita della prima figlia di Gaskell, rimasta innominata. Quella poesia racconta un altro lato della romanziera famosa, della filantropa impegnatissima: da quel breve testo emerge un’altra donna, una madre, una scrittrice anch’ella, come Dickens, come tanti altri autori vittoriani, assediata da fantasmi del presente e del passato, da una nostalgia taciuta e incolmabile cui Elizabeth cede, pare, solo una volta, celando altrimenti con gelosa caparbietà quella voce infranta dietro il personaggio pubblico così faticosamente costruito.

Marilena Parlati