Cultura

Foto: Reuters/Ritzau Scanpix/Mads Claus Rasmussen

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I rifiuti sono il lato B del nostro sviluppo

10 maggio 2018

Alessandra Viola, giornalista scientifica, collaboratrice con Il Sole 24 Ore”, La Repubblica, L'Espresso, autrice e conduttrice Rai, docente alla Luiss, è autrice assieme a Piero Martin, docente di fisica sperimentale all'università di Padova, di Trash – tutto quello che dovreste sapere sui rifiuti (Codice edizioni, 2017, 270 pagg., 25,00 E), libro finalista del Premio Galileo per la divulgazione scientifica.

In questa intervista al Bo Magazine, racconta la genesi di un libro che si può leggere come un saggio scientifico ma anche come una raccolta di storie sui rifiuti.

Come nasce l'idea di questo libro?

All'inizio è stato un gioco, quasi una scommessa. Con Piero Martin discutevamo se fosse possibile fare buona divulgazione scientifica a partire da qualsiasi argomento. Avevamo posizioni differenti. Davvero si può parlare di scienza a partire da qualunque tema? Anche parlando per esempio di rifiuti? Abbiamo iniziato a scambiarci un po' di mail e a lavorarci. Ogni volta che trovavamo delle cose che ci incuriosivano, scrivevamo un breve articolo e lo mettevamo da parte. In questo modo siamo arrivati a raccogliere molto materiale e a quel punto abbiamo deciso di fare un piano dell'opera e organizzare il libro. Abbiamo sfoltito, ordinato il materiale per temi e aggiunto le informazioni che mancavano. Ne è venuto un collage di argomenti, che poi abbiamo tessuto in una struttura narrativa, che parte da quanti sono i rifiuti e dove si trovano, passa da qual è il loro valore e in che modo si possono riciclare e arriva fino alla loro influenza nel cinema e nella letteratura.

Si potrebbe dire che questo è un libro multimediale, ricco di testi ma anche di immagini e infografiche. Come vi ha aiutato  in questo l'editore? 

L'editore Codice ci ha aiutato moltissimo, credendo da subito nel progetto, anche quando sembrava solo un'idea stravagante: un libro sui rifiuti che si legge come un libro di racconti!  Ha dato all'opera un grande contributo editoriale e grafico, che l'ha molto arricchito. Grazie a questo contributo, adesso Trash è un libro di facile fruizione, molto godibile dal punto di vista visivo e della narrazione, che si può leggere come una raccolta di storie separate tra loro o come un insieme narrativo. Il pubblico a cui si rivolge è ampio: dai ragazzi delle scuole fino ai lettori esperti, perché è al contempo un libro pieno di curiosità e scientificamente rigoroso, in cui ogni singolo dato è stato controllato alla base e il report originario o la ricerca scientifica di riferimento vengono sempre citati.

Sono anche stati coinvolti altri autori nella stesura di questo libro?

Sì, altri autori sono stati coinvolti nella stesura dell'introduzione. Il tema centrale dei rifiuti è stato declinato secondo vari aspetti, e abbiamo chiesto delle brevi introduzioni ad altri autori, esperti in campi diversi dal nostro. Si parla quindi dei rifiuti come avanzi di cibo con Alessandro Marzo Magno e dei resti in matematica con Claudio Bartocci, dell'essere rifiutati con Andrea Tagliapietra, degli scarti della lingua italiana con Roberta Cella e dei rifiuti tecnologici con Vittorio Marchis.

I temi possibili da trattare erano tantissimi. Quale storia ha raccontato con più piacere?

Trash ha il grande pregio di contenere storie che hanno colpito noi per primi, non essendo né io né Piero Martin in partenza esperti di rifiuti. Ogni storia è stata una sorpresa, come scoprire che ci sono rifiuti sulla luna, o sulla cima dell'Everest, o che abbiamo inquinato persino la fossa delle Marianne. I rifiuti come li conosciamo oggi, virtualmente eterni, li abbiamo inventati noi: tecnicamente, fino a quando erano biodegradabili o si trattava di materiali presenti in natura, non esistevano, se non per brevi periodi. Non sono quindi un problema connesso alla vita, ma sono legati alla civilizzazione umana dalla rivoluzione industriale in poi, e in parte rilevante all'invenzione delle materie plastiche. I rifiuti sono il lato B del nostro sviluppo.

A questo proposito una storia che mi ha molto colpito è quella dell'obsolescenza programmata, deliberatamente inventata nel 1932 da un americano, Bernard London, che nel pieno di una crisi produttiva e di consumo che stava mettendo in ginocchio gli Stati Uniti suggerì di programmare la durata di un oggetto. Oggi ci troviamo a fare i conti con questo strumento dell'economia capitalista senza più ricordarci di come è nato. Pensiamo che cambiare telefonino dopo uno o due anni sia una cosa legata all'inarrestabile sviluppo tecnologico: la tecnologia avanza e il telefonino invecchia. Ma non è così.

Nel suo saggio “Porre fine alla crisi attraverso l'obsolescenza programmata” London teorizzava l'utilità di invecchiare volutamente gli oggetti per sostenere l'economia capitalistica, basata sulla domanda e l'offerta di beni e servizi. Il capitalismo si basa ancora oggi su questo principio, e ha prodotto una quantità spaventosa di rifiuti.

Qual è il take home message del libro?

Direi che il messaggio principale, senza retorica ma dati alla mano è che nonostante tutto i rifiuti oltre a essere un problema gigantesco possono essere anche un'opportunità. I rifiuti in realtà non esistono. Diventano rifiuti per... mancanza d'immaginazione, cioè perché non sappiamo - ancora - cosa farne. C'è bisgno di molta ricerca in questo campo, e per fortuna in Italia se ne fa parecchia. Ci sono esempi virtuosi, come quello di una società che recupera le reti da pesca abbandonate in mare e le ritrasforma in nylon, un materiale molto prezioso. O quello di una società che riutilizza glis carti della lavorazione degli agrumi per produrre fibre tessili. Ma si tratta ancora di settori di nicchia. La maggior parte dei rifiuti infatti finiscono in discarica o vengono bruciati. Solo il 9% dei rifiuti a livello globale si ricicla.

Abbiamo qualche dato a riguardo dell'impatto dei rifiuti sull'ecosistema?

I dati stanno cominciando ad arrivare e sono allarmanti, anche se estremamente incompleti. Per esempio oggi sappiamo che circa l'80% delle specie di pesce contengono microplastiche nell'apparato digerente e le proiezioni dicono che ai ritmi attuali entro il 2050 in mare ci sarà più plastica che pesce. Quando mangiamo un pesce di piccole o medie dimensioni non assumiamo le microplastiche che contiene perché di solito non mangiamo il suo stomaco, ma quando mangiamo i molluschi sì: 2 etti di cozze contengono circa 900 frammenti di microplastiche. La plastica comunque sta già causando una moria di pesci e uccelli acquatici, che la ingoiano in grandi quantità. Un altro grosso problema è che circa un terzo del pescato viene trasformato in farine per mangimi animali, e in questo caso la plastica viene sminuzzata e data da mangiare a polli e buoi, oltre che ad altri pesci. In questo modo, entra nella catena alimentare. Sappiamo che circa il 90% della microplastica che mangiamo viene espulsa dal nostro corpo. Ma l'altro 10% che fine fa? E con che effetti? Ancora non si sa.

Francesco Suman