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Referendum: il Veneto non è la Catalogna

20 ottobre 2017

Vuoi che alla Regione del Veneto siano attribuite ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia?’.
A questo quesito saranno chiamati a rispondere con un ‘si’ o con un ‘no’, il prossimo 22 ottobre, i cittadini iscritti nelle liste elettorali dei comuni del Veneto che decideranno di prendere parte al referendum consultivo proposto dal consiglio regionale. E a loro si uniranno anche i cittadini della Lombardia, che voteranno sullo stesso tema. Abbiamo chiesto, sulla questione, un parere scientifico al professor Andrea Ambrosi, docente di Diritto costituzionale regionale all’università di Padova.

Per cosa si vota?

Questo è uno dei cinque quesiti che la Regione Veneto aveva deciso di proporre nella legge regionale n.15 del 2014 (gli altri sono stati annullati dalla Corte Costituzionale con sentenza del 2015). Questo quesito assume significato alla luce dell’articolo 116, terzo comma, della Costituzione secondo cui le regioni possono intavolare una trattativa con lo Stato centrale per ottenere ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia rispetto a quelle disciplinate dall’articolo 117.
Questo referendum è collegato al procedimento previsto dalla legge ma non ha valenza giuridica. Si chiede quindi se si è favorevoli o meno a che la Regione attivi quella procedura prevista dal terzo comma dell’articolo 116.

In quanto referendum consultivo, sulla procedura di concessione di maggiore autonomia l’ultima parola spetta comunque allo Stato. Esiste la possibilità che il governo decida di non dare seguito alla consultazione?

Anche se il referendum dovesse avere esito positivo, comunque non influenzerà giuridicamente il procedimento che seguirà. Eventuali forme concrete di maggior autonomia secondo la procedura prevista in Costituzione, dovranno essere negoziate prima tra Governo e Regione e poi approvate dalle Camere a maggioranza assoluta. Il Governo potrebbe anche non volere questa intesa o il Parlamento non approvarla. Nemmeno la stessa Regione sarebbe obbligata a proseguire e quindi il peso che potrebbe avere questo referendum quindi, è esclusivamente di natura politica.

Cosa cambierà in caso di vittoria del ‘si’?

La vittoria del ‘si’ non dovrebbe comportare cambiamenti immediati. La Regione si attiverà e chiederà al Governo di avviare delle trattative anche se il Governo potrebbe non arrivare a concluderle o nemmeno a trattare. Credo però che, se la partecipazione dei cittadini sarà alta e anche il numero dei ‘si’, l’appoggio popolare ottenuto potrebbe far sentire la Regione ‘politicamente più forte’ e quindi anche il Governo potrebbe sentirsi chiamato a ulteriori riflessioni.

L’articolo 117 della Costituzione prevede che vi siano materie su cui lo Stato esercita legislazione esclusiva mentre è sulle materie di legislazione concorrente che la Regione Veneto potrebbe richiedere maggiori competenze. Di quali competenze parliamo?
Se lo Stato ritenesse di arrivare ad un accordo con la Regione, i campi su cui la Costituzione ritiene che possa esserci accordo riguardano alcuni temi: i rapporti internazionali e con l'Unione europea, il commercio con l'estero, la tutela e la sicurezza del lavoro, alcune norme relative all’istruzione, le professioni, la ricerca scientifica e tecnologica e sostegno all'innovazione per i settori produttivi, la tutela della salute, il governo del territorio, le grandi reti di trasporto e di navigazione,  il coordinamento della finanza pubblica e del sistema tributario, alcuni rami del settore bancario e altre ancora.
La Regione invece non avrà margine di trattativa nelle materie ad esclusiva competenza dello Stato: politica estera e rapporti internazionali dello Stato, immigrazione, difesa e forze armate, sicurezza dello Stato, organi dello Stato e relative leggi elettorali, sicurezza, ordinamento civile e penale e giustizia amministrativa, diritti civili, norme generali sull'istruzione e molte altre ancora.

Anche nel caso di avvio delle procedure per il riconoscimento di maggiore autonomia in alcuni ambiti, la Regione Veneto non diventerà una Regione a statuto speciale come nel caso delle cinque attualmente riconosciute in Italia.
Istituite nell’immediato dopoguerra e per ragioni puramente politiche, le Regioni a statuto speciale godono ancora oggi di autonomia legislativa e privilegi fiscali. Secondo il suo parere, hanno ancora senso di esistere?
Personalmente penso che alcune di queste Regioni abbiano motivo di esistere, altre no. In generale, rispetto al resto d’Italia, tutte hanno maggiori poteri e privilegi, anche fiscali, ma, per valutare davvero questi privilegi, vanno considerati alcuni elementi. Ad esempio le Province autonome di Trento e Bolzano, hanno a proprio carico tutti gli insegnanti di ogni ordine e grado, mentre nelle altre regioni d’Italia l’intero costo del personale scolastico ricade sullo Stato. Né Trento né Bolzano inoltre, si ripartiscono il Fondo Sanitario nazionale, ma usano per la sanità risorse proprie.
Credo che per le Regioni a statuto speciale a minoranza linguistica, Provincia autonoma di Bolzano, parte della Valle d’Aosta e del Friuli Venezia Giulia, dove ci sono delle percentuali anche consistenti di abitanti che parlano un’altra lingua e vivono un’altra cultura, si possa giustificare una competenza speciale anche se questo non significa che per tutelare una minoranza, debba esserci necessariamente un trattamento fiscale agevolato che con le minoranze linguistiche non c’entra nulla.

Francesca Forzan