Scienza e ricerca

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Ragazzi e social: “Dipendente sarai tu!”

26 marzo 2015

Se prendete l’autobus delle 7.30 vi sarà capitato di incrociare studenti che vanno a scuola. Testa china, smartphone alla mano. Sul display WhatsApp, Facebook o qualche gioco. Gli adulti li chiamano “nativi digitali”, li studiano e in qualche caso descrivono comportamenti di dipendenza. Eppure i numeri non bastano ed è necessario ascoltare i ragazzi per capire fino in fondo la situazione. 

“Negli ultimi quattro, cinque anni – spiega Luigi Gallimberti, psichiatra e tossicologo padovano responsabile di un centro di disintossicazione clinica – sono arrivati in laboratorio adolescenti di 15-17 anni dipendenti da alcol, da sostanze, da internet e il fatto forse più strano è che sono ragazzi in gamba. Bravi a scuola, leader tra i loro compagni, spesso sportivi. Quando cerchiamo di capire se alla base esistono problemi psicologici, scopriamo che in realtà non ce ne sono”. Su 1.400 ragazzi tra i 9 e i 12 anni considerati nell’ambito del progetto Pinocchio, è stato rilevato che già a nove anni i bambini occupano molte ore al giorno con videogiochi destinati agli adulti (come Grand Theft Auto) e molti a 12 anni hanno già sperimentato, e non in modo episodico, cocaina, spinelli e alcol. Sonia Chindamo, psicologa dell’équipe di Gallimberti, osserva che si assiste spesso a una gradualità nello sviluppo delle dipendenze: si parte da iperstimolazioni da social network e internet per arrivare alla sperimentazione di sostanze eccitanti. 

Da parte dei ragazzi, o almeno di qualcuno, sembra mancare la percezione del problema. “Secondo me si esagera un po’ quando si parla di dipendenza da social network. Hai l’app sullo smartphone, dai un’occhiata ogni tanto. Poi hai la tua cerchia di amici e li frequenti. Penso che il problema sia sopravvalutato”. Riccardo, studente delle superiori, trascorre circa un’ora e mezza al giorno sui social network e due ore abbondanti a giocare a Clash of Clans, per un totale di 450 euro spesi in tre mesi, dato che a un certo punto il gioco richiede denaro per avanzare di livello. Anche Francesco gioca ma sul computer e non sullo smartphone, tiene a precisare. “I videogiochi possono senz’altro causare problemi di attenzione e autocontrollo, a volte è capitato anche a me, ma cerco di darmi un limite”. Francesco sottolinea l’aspetto “social” del gioco, la possibilità di fare gruppo e dare corso a vere e proprie competizioni. “Dal mio punto di vista si tratta di un aspetto positivo perché fornisce un collante sociale tra chi gioca”. 

Tra i social network, invece, Facebook ormai è usato poco. A sostenerlo è Giorgio e in molti sono d’accordo con lui. Ad andare per la maggiore sono Instagram, Ask.fm e Snapchat, un’app quest’ultima che consente la condivisione di foto per un tempo limitato. “È diventato popolare soprattutto perché ci siamo resi conto di pubblicare un po’ troppe foto personali su internet, mentre questa app dovrebbe farle scomparire”. Un modo di tutelarsi dunque.  

Quanto al numero di contatti su Facebook, invece, secondo i ragazzi la media va dai 500 ai 1.000. “Io in tutto ho 1.500 contatti, ma ne conoscerò veramente forse 30. Quando mi arriva una richiesta di amicizia, accetto senza nemmeno guardare di chi si tratta. Tre un giorno, tre un altro e il numero sale”. Non tutti però seguono la stessa linea e, sul fronte opposto, c’è invece chi rifiuta la “richiesta di amicizia” se non conosce chi sta dall’altra parte. Non manca infatti la percezione della differenza tra realtà virtuale e mondo reale. “Vedevo continuamente su Facebook ciò che pubblicavano gli altri – racconta Giovanni – e francamente non mi interessava. La mia presenza sul social network era nulla se rapportata a tutto ciò che facevo nella mia vita vera. Per queste ragioni ho eliminato il mio account, anche se mi è dispiaciuto perdere alcune conoscenze che potevo contattare solo in questo modo”. 

E c’è chi lo abbandona anche per liberarsi dello stato d’ansia che a volte si avverte, come Riccardo. “Quando postavo qualcosa, avevo continuamente l’ansia di andare a leggere i commenti degli altri e di vedere quanti ‘like’ ricevevo. Ora che ho disattivato l’account sto meglio e ho più tempo libero”. In ambito clinico quella di Riccardo viene chiamata “sindrome del like”. Sonia Chindamo spiega che dare o ricevere like provoca un piccolo rilascio di dopamina, un neurotrasmettitore coinvolto nel circuito del piacere, che a sua volta rinforza questo tipo di comportamento e induce a ripeterlo. 

Il problema di fondo è l’autocontrollo, la capacità di limitarsi. C’è chi si impone dei tempi, orologio alla mano, e chi fa una selezione tra ciò che è utile e ciò che non lo è, collocando i social network nella seconda categoria. “Cerco di regolarmi – spiega una ragazza – perché quando trascorro troppo tempo sui social mi sento inutile, sento di buttare via la mia vita, quando invece potrei leggere un libro o fare altro”.  Giovanni ammette di inviare 200-300 messaggi al giorno su Whatsapp, per confrontarsi sui compiti per casa ma anche per decidere cosa fare la sera. Ritiene che chi è dipendente da social network o da videogiochi difficilmente riesce a risolvere il problema da solo ma forse svolgere qualche altra attività, come lo sport ad esempio, che obblighi a mettere da parte smartphone e computer potrebbe aiutare. 

D’altra parte non manca nemmeno chi è convinto che davanti a un problema di dipendenza, dai social network, all’alcol al fumo, si possa cavarsela da soli e smettere quando si decide di farlo, senza bisogno di rivolgersi a una clinica. La psicologa spiega che fino ai 15-17 anni nel novanta per cento dei casi parlare con i genitori e creare una rete di supporto può permettere di arginare il problema, senza bisogno di farmaci. Ma si è al limite, perchè si è ancora nella fascia di età in cui il problema può essere risolto senza troppi danni. Se invece passa troppo tempo senza alcun tipo di intervento, si rende necessario un approccio clinico e farmacologico. 

Il problema della dipendenza viene visto anche in termini più generali, come nel caso di Pietro. “L’unica vera dipendenza della nostra generazione è quella di voler essere accettati dalla società”. E i social network, il fumo o lo spinello vengono considerati modi per esibirsi e uniformarsi. Un comportamento, quello dell’appiattimento della propria personalità sui canoni richiesti dalla massa, che non è solo dei ragazzi.   

Monica Panetto