Cultura

Foto: Reuters/Damir Sagolj

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Un racconto onirico della guerra dei Balcani

6 ottobre 2017

Faruk Šehić, poeta bosniaco classe 1970, ha combattuto la guerra nei Balcani come comandante di un’unità di 130 soldati dell’esercito della Bosnia Erzegovina. Il mio fiume, la sua prima opera di narrativa, vincitrice del Premio dell'Unione Europea per la Letteratura nel 2013, mette insieme in modo onirico e quasi surreale, attraverso la confessione sotto ipnosi del protagonista, un’infilata di immagini e azioni accadute in guerra e, per contro, prima che quel mondo, che descrive con tratti quasi bucolici, conflagrasse.

Šehić sarà a Padova, ospite de La Fiera delle Parole venerdì 6 ottobre, e con l’occasione incontrerà gli studenti del dipartimento di Lingue e letterature slave dell’università.

Scrivi: Se qualcuno vi chiede di descrivere brevemente la guerra potete tranquillamente rispondere: "È come una fine del mondo prolungata con sopra la panna montata, ma molto, molto meglio". Cosa significa? Cos’è la guerra?

Questa frase è ironica, vuol dire che la guerra è peggio dell’Apocalisse. Non c’è una definizione che possa render conto di cosa sia la guerra. Ogni guerra è particolare, diversa dalle altre, ma ogni guerra è teatro delle stesse azioni: in ogni guerra la sofferenza è la stessa, la morte è la stessa, i profughi sono gli stessi, le distruzioni sono le stesse, non in termini di entità ma nella sostanza. Anche i morti sono sempre gli stessi: non hanno nome, nazione, religione né colore della pelle. La guerra è la cosa peggiore che l’essere umano possa vivere.

Si legge sempre nel tuo libro: La testimonianza di un uomo senza nome ha più valore della fredda voce di un’enciclopedia. Cos’è Il mio fiume? Una testimonianza? Un sogno/incubo trasposto su carta? Una forma artistica, per certi tratti nuova, di racconto autobiografico?

Il mio fiume doveva chiamarsi Il romanzo sulla natura, addirittura aveva come titolo provvisorio Il libro verde, ma ho rinunciato a quel titolo perché Mu'ammar Gheddafi a sua volta scrisse un libro con lo stesso titolo. Il mio doveva essere un libro sulla natura, privo di esseri umani e del loro mondo, ma non sono riuscito nel mio intento. Il mio fiume è quindi semplicemente un libro. Una pseudo-enciclopedia di piante, animali, fiumi, città, esseri fantastici e uomini.
Quanto all’importanza della testimonianza, la più significativa è, secondo me, sempre quella di un uomo che ha vissuto i fatti in prima persona: per esempio quello che scrive Orwell sulla guerra civile per me ha più valore di quello che riporta dello stesso evento l’enciclopedia Britannica.

Nel romanzo, ancora, si legge: Il fiume sa, ma non parla e del fiume Una tu racconti. Di pesci, di uccelli, di erba verdissima. Ma anche di fachiri, di mostri, di fantasmi interiori. Cosa rappresenta il fiume fuor di metafora? E il resto? Perché hai scelto di raccontare in modo onirico e non storico quello ch’è stata la guerra nei Balcani?

Non si può scrivere dei traumi se non in modo onirico, che sia però chiaro e leggibile. Il mio fiume è un libro in cui non ci sono eventi di “frattura”: non ha una trama classica, si appoggia su una specie di trama interiore, in cui gli eventi sono le emozioni. È semplice spiegare perché: io non sono uno storico, sono soltanto uno scrittore, e, basandomi sull’insieme delle mie reazioni, di quello che percepiscono i miei sensi eccetera, ho provato a raccontare la storia di un fiume, e di una città sul fiume, in un periodo storico difficile.

Fusi insieme nella narrazione dai tratti ipnotici ci sono un “prima” e un “dopo”. Prima della guerra e dopo la guerra. Scrivi: Tutti avevano continuato a fingere di essere normali. Nessuno aveva aperto bruscamente la finestra e urlato fino a lacerarsi le corde vocali. È stato davvero così?

La guerra ti abitua alla sua presenza: gli esseri umani hanno nei geni la capacità di adeguarvisi. La guerra, purtroppo, fa parte della nostra civiltà, per questo l’uomo si abitua velocemente all’orrore. La guerra ti fa tornare all’età della pietra, al tempo dello scambio in natura: il denaro diventa una merce senza senso, non ci sono più la corrente elettrica, l’acqua, non c’è la televisione, né i giornali, resta solo la radio, con il suo scoppiettio, che dà notizia di morti e feriti, di zone conquistate e perse. La radio però non si occupa di raccontare di come l’essere umano in guerra si sente dentro.

Il protagonista della storia è: Mustafa Husar, ex soldato dell’Armata di difesa della Bosnia-Erzegovina e poeta in prova. Sei tu? È stata la guerra a farti comandante. È stata la guerra a farti scrittore?

La guerra mi ha fatto diventare entrambe le cose. Uno dei miei nomignoli era appunto Comandante, ma veniva usato esclusivamente nella stretta cerchia dei miei amici e conoscenti. Scrittore, invece, lo sono sempre voluto essere, la guerra mi ha soltanto liberato da tutte le convenzioni sociali e dai provincialismi: ha velocizzato la mia decisione di diventare scrittore.

Io non sono Mustafa Husar: lui è un personaggio letterario al quale io ho “prestato” molto di quello che ho vissuto, ma non tutto. Nella vita ho fatto delle cose che non ho attribuito a Husar. Se la guerra alla quale ho partecipato fosse stata la Seconda guerra mondiale, forse il mio contributo sarebbe potuto essere riconosciuto come eroico, cosa che ho deciso di non attribuire al personaggio di Mustafa Husar, perché il mio libro non vuol mostrare la guerra come qualcosa di eroico e importante, ma esattamente il contrario.

Chiudi gli occhi. È possibile per te pensare cosa sarebbe stato se non fosse successo?

È possibile. Anche se non penso spesso a cosa sarebbe stato se la dissoluzione della Jugoslavia non fosse avvenuta. Bisogna accettare le proprie ferite: come sappiamo tutti, l’uomo è il più forte tra gli animali e può superare le cose più impensabili. Bisogna costruire la vita dopo la guerra. Di questo parla Il mio fiume.

Valentina Berengo