Cultura

Cultura

Raccontare la medicina, tra guru, emozioni e scienza

27 marzo 2017

“La medicina è una scienza sociale” scrisse più di 150 anni fa il padre della patologia cellulare, Rudolf Virchow. Per dirla con le parole di Silvia Bencivelli e Daniela Ovadia, autrici del libro È la medicina, bellezza! (Carocci, 2016), finalista dell’edizione 2017 del Premio letterario Galileo per la divulgazione scientifica, “è una scienza, sì, ma dalle ricadute dirette sulle società e quindi una scienza che con la società si deve confrontare”. 

Una società di genitori che non fanno vaccinare i figli per timore che diventino autistici, di cliniche che propongono cure allo yogurt per il cancro, di persone che si cibano esclusivamente di alcuni “alimenti miracolosi”. E di intere città che muoiono per i fumi delle industrie o per i veleni sepolti nel sottosuolo.

Silvia Bencivelli e Daniela Ovadia, medici e giornaliste: come affrontate la sfida di scrivere di medicina?

Bencivelli - Le parole sono importanti. Non solo perché possono rendere chiaro un concetto o un problema, ma anche perché, dietro le quinte, muovono le emozioni. Ed è con le emozioni che la comunicazione della salute deve fare i conti. Altrimenti il nostro mestiere sarebbe semplicemente quello di "tradurre in parole semplici". Ma a complicare ulteriormente le cose, si consideri che le parole della salute non si usano soltanto parlando di salute. Per esempio, "staminali": un tempo evocava gli "scienziati Frankenstein", oggi la trovi al supermercato sulle etichette dei cosmetici e non fa più nessuna paura. 

Ovadia - In quanto giornalisti, le controversie hanno sempre diritto di cittadinanza tra le notizie. Spesso ci dicono che dovremmo evitare di "fare loro pubblicità", ma così facendo tradiremmo il ruolo sociale del giornalismo. La difficoltà sta tutta nel trovare un equilibrio tra il racconto del reale e lo stato dell'arte della scienza e della medicina. 

Viviamo in un momento in cui la nutrizione, la dieta, l’alimento killer o quello miracoloso stanno divenendo ossessioni

Bencivelli - Sono mode, e hanno le ragioni di tutte le mode. In più, come ogni moda, vengono cavalcate dalla tv (vedi il nutrizionista oggi immancabile anche nei programmi di attualità politica) e anche la scienza fa la sua parte. Forse dietro c'è anche il pensiero che parlare di cibo male non fa, e l'accettazione sociale della ricerca sull'alimentazione è molto facile da ottenere, in confronto per esempio alla farmacologia. 

Ovadia - C'è però anche una ragione scientifica valida per parlare di cibo: sappiamo che cambiando gli stili di vita della popolazione potremmo evitare una buona percentuale di malattie costose in termini economici ma anche di mortalità. E ciò che mettiamo in tavola è importante da questo punto di vista, ma i medici non hanno ancora capito come comunicare questo dato di fatto in modo scientificamente corretto: ecco perché nascono i "guru" dell'alimentazione sana, che spesso travalicano, nei loro consigli, le conoscenze scientifiche.

Si è giunti a pensare di “curare” qualsiasi sintomo di disagio. Capita perfino di inventarcele, queste malattie. 

Bencivelli - Dare una definizione di salute e di malattia non è affatto facile, soprattutto quando le condizioni sono sfumate o quando si parla di "rischio" di malattia, più che di malattia vera e propria. In questa zona grigia capita che si infilino venditori di inutilità o veri e propri truffatori. Ma a discolpa di chi ci casca, ricordiamoci quanto sia difficile far calzare al singolo una definizione teorica: se uno ha un malessere, è chiaro che farà di tutto per farselo passare. 

Ovadia - Il consumismo medico è il problema per eccellenza della sanità moderna nei Paesi sviluppati, ma bisogna anche essere sinceri: definire l'appropriatezza di una cura, di un intervento, di una misura di prevenzione è un compito arduo che richiede anni di studi. Nel frattempo certe patologie e certe cure diventano comuni anche se non ci sono sufficienti prove a sostegno della loro esistenza o natura.

E sul successo dell’omeopatia, quali sono le vostre considerazioni?

Bencivelli - Non parlerei di successo. L'impiego dei prodotti omeopatici è in costante e importante calo. Evidentemente, ci si sta accorgendo che non sono altro che acqua fresca e zucchero, peraltro costosissimo. O forse è una moda in fase di declino. 

Ovadia - Rimane il fatto che talvolta la medicina scientifica non può dare risposte efficaci al 100% e quindi i pazienti si rivolgono altrove. E aggiungiamo una certa mentalità "naturalista" che vede nel farmaco uno strumento "innaturale" a fronte di una supposta "naturalità" di erbe e zuccherini. Finché tutto ciò si usa per curare malattie che comunque sarebbero guarite da sole, pazienza. Il problema compare con le malattie gravi, ma per fortuna la percentuale di coloro che rimangono fedeli a cure inefficaci di fronte a un reale pericolo è molto bassa.

Daniela Ovadia, nel libro è toccato anche il delicato argomento dell’efficacia reale degli screening, in particolare dei quello mammografico:  in che modo?

Spiegare che la prevenzione non è sempre uno strumento efficace è davvero difficile, anche perché vuol dire andare contro slogan e proclami sostenuti anche da medici molto noti e soprattutto dalle associazioni di pazienti. Ma la verità dei numeri dice questo: gli esami di screening sono utili solo in certe categorie di persone. Altrimenti non modificano l'esito finale della malattia, che è la ragione per cui la medicina li propone. In compenso fanno crescere il numero di esami, interventi e terapie. È comprensibile quindi che, per disincentivare un comportamento irrazionale, una Regione decida di colpire il portafoglio. Sarebbe più utile, però, una campagna informativa che, come è stato fatto per esempio nel Canton Ticino proprio per la mammografia, aiutasse le persone a capire il razionale degli screening e le ragioni per cui, purtroppo, certe volte sono inutili.

Chiara Mezzalira