Cultura

"Gente dell'Emilia", 1959, Nino Migliori

Cultura

Raccontare attraverso la fotografia

5 gennaio 2018

“Per quanto mi riguarda la fotografia è comunicazione, è necessità di raccontare qualcosa, significa esplicitare un‘idea, un sentimento, un pensiero per mezzo delle immagini”. Nino Migliori

 Si apre celebrando ‘la sperimentazione’ la mostra del fotografo bolognese Nino Migliori Alla luce dello sperimentare allestita, fino al 18 febbraio 2018, nelle stanze della fotografia di Palazzo Angeli a Padova. Un interesse, quello per la ricerca, l’indagine, l’esperienza sui materiali, che Migliori sviluppa parallelamente all’esercizio fotografico fin dall’inizio della sua carriera e che porta in mostra con alcune delle sue più famose produzioni (Ossidazioni, Polarigrammi, Lucigrafie, …) e molti lavori inediti. 

Strutturata in due sezioni, l’esposizione ripercorre la carriera di uno dei più importanti fotografi internazionali dalla fine degli anni Quaranta ad oggi passando per i numerosi percorsi che l’artista attraversa nell’arco della sua vita. Dalle sperimentazioni in bianco e nero degli anni Cinquanta e Sessanta della prima sezione, alle opere più recenti, a colori e bianco e nero, dedicate al paesaggio presenti invece nella seconda. Una carriera, la sua, che nasce nell’ambito del neorealismo italiano e che, dalla fine degli anni Sessanta, assume per lo più valenze concettuali che tendono a prevalere nelle sue opere anche nei periodi successivi.

Nato nel capoluogo emiliano nel 1926, Migliori comincia a lavorare con la fotografia giovanissimo e fin da subito inizia a sperimentare il fascino della manipolazione degli stessi materiali fotografici intervenendo su lastre e pellicole con graffi e incisioni, utilizzando la luce di un fiammifero per impressionare i negativi, ossidando la carta fotografica con i liquidi di fissaggio e sviluppo, utilizzando l’oro, il bronzo e altri materiali anche su polaroid e provando tecniche sempre nuove. La sua esperienza di fotografo è quella di un innovatore che crede e investe nella continua rigenerazione del linguaggio fotografico e che oggi a 91 anni, con un bagaglio di esperienze, fama, ed esposizioni realizzate in tutto il mondo, ancora lavora nel suo studio (un ex capannone per la verniciatura nella provincia di Bologna) sulla sperimentazione.

“Nino Migliori - scrive Marco Vallora nel catalogo della mostra edito da Immedia editrice-  dopo un periodo folgorante di fotografia, tagliente quanto affettuosa, che sarebbe riduttivo denominare neorealista, si è reso conto che la realtà non è sufficiente, e ha deciso d’iniziare il suo iniziatico cammino sperimentale, che lo ha spesso portato in grande anticipo sulle similari esercitazioni di artisti e pittori”.

La ricerca infatti non appartiene, per Migliori, a una specifica fase della vita professionale, è al contrario un modo di pensare la fotografia e l’arte che segue e stimola la sua produzione in modo continuo e costante. È lui stesso a inventare la maggior parte delle tecniche che utilizza e a reinterpretarne altre, proprie della storia della fotografia e della grafica. Ne è un esempio la ‘lucigrafia’, vera e propria scrittura di luce ottenuta dal movimento del fascio di luce di una pila puntiforme sulla carta sensibile e fatto filtrare attraverso una mascherina. Mentre il polarigramma, è il risultato della rielaborazione del cellogramma, attraverso lenti polarizzate.
Non è un caso se Migliori negli anni centrali della sua vita professionale conosce, frequenta e studia artisti visionari come Emilio Vedova e Arnaldo Pomodoro.

“La fotografia non deve descrivere, ma interpretare”, dice Migliori. “La fotografia è sempre un punto di vista: quello del fotografo.  È racconto, è narrazione fatta da una persona che ha sentimenti, idee, idiosincrasie, passioni che necessariamente si riflettono nelle situazioni, nella realtà che sceglie di rappresentare e interpretare”.
Non potrebbero esserci parole più adatte a introdurre la seconda sezione della mostra in cui un allestimento essenziale e pulito raccoglie alcune tra le opere più recenti, realizzate a partire dal 2006 e legate al tema del paesaggio. Gli antichi granai di Tataoine (ksour) ritratti nel 2013 nella regione della via carovaniera tra Tunisia e Libia, la serie recentissima di Cinema Modernissimo, oppure le sculture di Arnaldo Pomodoro trasformate in visioni di mondi alieni.

La mostra, ideata e curata dalla Fondazione Nino Migliori in collaborazione con Alberto Zotti, docente dell’università di Padova (dipartimento dei Beni culturali) è un omaggio alla storia e alla carriera di questo artista innovatore, visionario, anticipatore. “Deciso - come lo definisce Marco Vallora - a non perdere la sorpresa di quell’uno che sempre manca, pronto a ripartire, in aereo, con la sua fida Canon compagna dalle mille lenti, per documentare pure quell’ultimo cerchio residuo, dell’albero della vita in ghisa, che, per destino, non aveva potuto ghermire. Questo per lui - continua il critico -  è il senso pulsante e felicemente sgomento della fotografia. Una macchina micidiale ma affabile, che gli permette di non lasciarsi sfuggire quel fluire rumoroso e inafferrabile, che gli sgattaiola dietro le spalle, e che gli par ancor più affascinante, perché ignoto, per sempre, di quel diligente teatrino uggioso di impiegamento quotidiano, che gli sta di fronte. Come un sordido parapetto risaputo, che gl’impedisce di vedere e salutare il segreto stesso della vita, raggomitolato là nel basso dell’ombra solarizzata”.

Francesca Forzan