Scienza e ricerca

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Quelle miniere sotto acqua e gli ecosistemi a rischio degli oceani

27 novembre 2017

Il mare è da sempre una fonte preziosa di risorse per l’uomo. Nell’ultimo secolo queste risorse sono state ampiamente sfruttate; la pesca intensiva e l’estrazione di idrocarburi sono solo alcuni tra gli esempi più noti di sfruttamento che hanno portato alla degradazione degli ecosistemi marini.

La nostra sete di risorse si sta spingendo verso le profondità oceaniche, in particolare sui fondali ricchi di minerali. Sebbene la maggior parte dei depositi marini non sia attualmente sfruttata, l’interesse delle industrie minerarie si sta significativamente concentrando su di essi. Sabbia e ghiaia destinate all’industria edile vengono estratte lungo le spiagge e al largo in molte regioni del mondo, gallerie sotterranee di alcune miniere di carbone si prolungano fino in mare aperto e depositi di fosfati sono ampiamente utilizzati come fertilizzanti.

Una nuova potenziale fonte di minerali è rappresentata dai noduli polimetallici, concrezioni rocciose delle piane abissali ricche in manganese, nichel, rame e cobalto. Nel 2001 vi erano solamente 6 contratti per l’esplorazione mineraria dei fondali oceanici, ma saranno 27 entro la fine del 2017 di cui 18 riguardanti aree ricche in questi noduli, nelle profondità del Pacifico equatoriale a sud delle Hawaii.

Alcune industrie minerarie hanno proposto di compensare il danno che le loro attività causeranno ai fondali mediante il ripristino di ecosistemi costieri, ma questo secondo alcuni esperti sarebbe una misura insensata. Pensare di poter compensare la perdita di biodiversità dei fondali oceanici con la protezione di ambienti completamente diversi è assolutamente fuorviante. “È come salvare i frutteti di mele per proteggere le arance” afferma Cindy L. Van Dover, professoressa di Oceanografia e Biologia presso la Duke University's Nicholas School of the Environment.

Gli ecosistemi marini profondi sono estremamente sensibili e possono richiedere decenni o secoli per recuperare la loro composizione originale se alterati da un disturbo esterno. Inoltre, nonostante le condizioni estreme, questi ambienti sono caratterizzati da un’elevata biodiversità e nuove specie che abitano i fondali oceanici vengono scoperte ogni anno.

Un caso interessante è quello di Plenaster craigi, una spugna scoperta solamente nel 2013 che si è rivelata essere la specie più abbondante dei fondali oceanici in corrispondenza dei più grandi giacimenti di noduli polimetallici. Questa spugna filtra giornalmente una grande quantità di acqua per catturare le particelle di nutrienti che a queste profondità sono estremamente disperse, una caratteristica che la rende estremamente vulnerabile alla presenza di fango e sabbia che vengono portati in sospensione durante l’estrazione dei noduli polimetallici. Gli scienziati pensano quindi di utilizzare questa nuova specie come indicatore degli effetti dell’estrazione mineraria sui fondali oceanici, zone inalterate da milioni di anni.

Il primo progetto minerario in mare aperto della storia è ormai pronto per iniziare. Si tratta del progetto Solwara 1 al largo della costa della Papua Nuova Guinea a circa 1.600 metri di profondità e a 30 chilometri dalla costa. L’obbiettivo è quello di estrarre quanto più rame, oro, zinco e argento da un grande deposito di solfuri sul fondale. Per fare ciò, circa 130.000 tonnellate di sedimenti e altre 115.000 tonnellate di roccia residua saranno rimossi, e questo potrebbe causare seri danni agli organismi che trascorrono la loro vita sul fondale. “Il deposito di interesse del progetto Solwara 1 è costituito al 7.2% di rame, un valore altissimo rispetto alla media delle miniere terrestri che è attualmente inferire allo 0,7% - sostiene Adam Wright, vice presidente delle operazioni -. Si possono ancora trovare nuove miniere di rame sulla terra tuttavia con alti costi di gestione per lo smaltimento dei rifiuti, lo spostamento delle comunità locali che occupano il territorio e la bonifica dopo lo sfruttamento”.

L’estrazione delle risorse non rinnovabili comporta dei compromessi, nel caso dell’attività mineraria nei fondali oceanici si assisterà inevitabilmente a una perdita della biodiversità. In previsione di questo è quanto mai importante ampliare la nostra conoscenza sugli ecosistemi marini prima che questi vengano alterati in modo irreversibile. Finora la biodiversità al di sotto dei 3.000 metri di profondità è stata studiata per meno dello 0,001% e uno sfruttamento incontrollato potrebbe costare la perdita di ‘tesori biologici’ di cui non siamo ancora a conoscenza.

Riccardo Trentin