Università e scuola

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Quell'abbraccio tra l'Ungheria e l'università di Padova

21 novembre 2016

Oggi l’Italia è la loro seconda patria ma, nonostante siano già passati 60 anni, non dimenticheranno mai i tragici fatti che li hanno condotti a Padova. Le celebrazioni per la rivolta del ‘56 in Ungheria, repressa nel sangue dall'Armata Rossa, sono stati per la piccola comunità degli ex studenti ungheresi accolti dall'ateneo in quei giorni, l'occasione per incontrarsi con gli amici di allora e per fare memoria di una storia comune.

Nella tragedia di allora l’università di Padova scelse con chiarezza da che parte stare: il campanone del Bo suonò a lutto mentre nel cortile universitario si svolgeva la cerimonia dell’alzabara per gli studenti morti nelle strade di Budapest; poi il 30 ottobre 1956 anche il Senato accademico adottò un ordine del giorno in cui si lodava la ‘temeraria generosità della gioventù studentesca ungherese’.  Ricorda oggi quei fatti Camillo Bianchi: “A quei tempi nell’assemblea del tribunato degli studenti, di cui facevo parte, c’era ancora una forte contrapposizione tra i comunisti, che annoveravano fra loro Toni Negri, e i fascisti, rappresentati da Freda e Ventura. Eppure tutti deliberammo all’unanimità una richiesta al Senato accademico affinché ci permettesse di andare sul confine ungherese, per portare aiuto”. Parte così una strana delegazione, fatta da due camion di generi di prima necessità e un’auto del CNR con a bordo un docente e alcuni studenti. Il piccolo convoglio però non riesce nemmeno raggiungere Vienna: “Fummo dirottati ad Andau, al confine tra Austria e Ungheria; lì vedemmo uscire continuamente dalle paludi centinaia di profughi, tra cui anche donne e bambini, completamente bagnati nel freddo di novembre. Noi li aiutavamo ad asciugarsi e a cambiarsi nelle tende della Croce Rossa, intanto cercavamo studenti da portare con noi in Italia”.

In questo modo vengono trovati e portati a Padova 13 giovani ungheresi; tra di loro Csaba Gombos, oggi medico in pensione: “Cosa mi mancava? La democrazia e libertà. Una volta lavoravo in fabbrica (Gombos non aveva potuto iscriversi subito all’università in quanto di origine borghese, ndr) e fui richiamato ufficialmente perché mi ero girato pochi secondi a guardare delle ragazze. Mi dissero che se fosse successo di nuovo sarei stato espulso”. Durante la rivolta Gombos partecipò attivamente alla resistenza contro i carri armati russi, tre suoi amici vennero uccisi; alla fine, dopo mille peripezie, riuscì a raggiungere l’Austria, dove incontra i ragazzi italiani. “Pensavo che sarei andato in America e in Australia – racconta Gombos – poi nel centro profughi incontrai Camillo Bianchi e gli altri. Ricordo ancora quando arrivammo a Padova, all’alba del 24 novembre: alla residenza ‘Fusinato’ di via Marzolo ci aspettavano centinaia di studenti, ricordo ancora un affetto e un entusiasmo indescrivibili”.

Con il tempo gli studenti ungheresi arrivarono a una trentina, tutti ospitati nelle residenze studentesche e mantenuti agli studi dall’ateneo. Come Lajos Okolicsanyi, oggi ottantenne: “Eravamo pieni di gioia, felici di essere in un Paese libero, dove poter seguire i nostri sogni onorando la nostra terra d’origine ma anche quella che ci aveva accolto. L’Italia ci ha sempre sostenuto e ci ha dato la possibilità di realizzarci, farci una famiglia... Farci una vita insomma”. Per il primo anno e mezzo Okolicsanyi  è stato ospite presso il collegio Antonianum, dove ha iniziato a seguire le lezioni di medicina: un percorso culminato in una brillante carriera accademica e professionale, coronata dalla cattedra di ordinario in gastroenterologia a Padova, con annesso posto da primario a Treviso. Senza per altro mai scordare la propria terra d’origine: “Ci parlava spesso dell’Ungheria, del regime e della rivolta” confida oggi una sua ex allieva. Eppure nessuno dei rifugiati di allora oggi sembra rimpiangere la scelta di lasciare il proprio Paese: “Non ho mai avuto nostalgia, soprattutto sotto il comunismo – conferma Gombos –. In Italia ho trovato una famiglia, i Valenti, che mi ha praticamente adottato. Qui ho esercitato la mia professione di medico, ho conosciuto mia moglie e sono nati i figli. Oggi torno ancora spesso in Ungheria, ma non si possono confrontare i 20 anni lì con i 60 che ho trascorso in Italia”.

Quella padovana fu un’esperienza unica in Italia, che ascoltata oggi crea una certa sensazione di straniamento, in un’epoca in cui si torna a parlare – in tutt’altra luce – di muri e di rifugiati. Per questo in occasione dell’incontro l’ambasciatore Péter Paczolay ha insignito il rettore Rosario Rizzuto dell'onorificenza di ufficiale dell’Ordine al merito della Repubblica ungherese, come segno di ringraziamento a tutto l'ateneo. I magiari però non sono gli unici a ringraziare: “Avevamo 18 anni, dell’Ungheria allora conoscevamo al massimo Puskás e Hidegkuti, la nazionale di pallanuoto, i fortissimi schermidori – ricorda commosso un altro studente di allora, Paolo Lion – l’Italia era libera ed eravamo all’inizio del boom economico... Ma questi ragazzi, che avevano la nostra stessa età, ci mostrarono che per la libertà si può e volte si deve rischiare la vita. E con il loro esempio ci insegnarono a diventare uomini”.

Daniele Mont D’Arpizio