Società

La manifestazione a favore della scienza che si è svolta recentemente in vari Paesi del mondo. Nella foto una ricercatrice a Seattle, Stati Uniti. Foto: Reuters/David Ryder

Società

La pupa, il secchione e il cellulare che non prende

24 aprile 2017

Temo di non essere d’accordo con Antonella Viola. “C’è un disperato bisogno - scrive-  di giornalisti scientifici seri e competenti, adeguatamente formati a livello universitario e post-universitario, ed esorto i mezzi di comunicazione a essere responsabili e non affidare dei temi così difficili e così delicati a persone impreparate”. Chi potrebbe obiettare a questa conclusione del suo articolo? Nessuno, però questo approccio solleva almeno due problemi.

Uno è stato indicato da Sergio Pistoi in un lungo intervento sul suo blog: “Non è vero – scrive – che non ci siano bravi giornalisti scientifici, anzi. Chi conosce il mondo della comunicazione scientifica sa bene che in giro ci sono molti professionisti che hanno proprio le caratteristiche di cui parli. Gente preparata, in grado di valutare le fonti e raccontare la notizia scientifica in modo accurato”.

Il problema, continua Pistoi, è che “sono quasi tutti freelance, tenuti a debita distanza dalle redazioni che contano. Professionisti seri che, piuttosto che guadagnare 30 o 50 euro per un articolo (perché questi sono i compensi medi) fanno comunicazione in altri modi”. Insomma, “C’è bisogno di formare nuove schiere di comunicatori scientifici quando neanche si usano quelli che già esistono?”

Questo ha a che fare con la struttura dell’industria giornalistica, che da almeno 25 anni ha perso ogni interesse per la qualità e ha deciso di inseguire la “notizia” della pillola che fa dimagrire, della dieta miracolosa, dell’antirughe che riporterà le signore attempate ai loro vent’anni. Il problema non è che i redattori confondano lo statino dell’università con le statine, i farmaci che inibiscono la sintesi del colesterolo: la questione è che i direttori sono a caccia di click, di copie vendute e di pubblicità di aziende farmaceutiche. Se l’editoria è un’industria è quanto meno ingenuo pensare che sacrifichi i propri bilanci al bene pubblico: lo può forse fare il New York Times (ma non ci conterei troppo) assai meno il medio quotidiano italiano che stenta a sopravvivere. 

Del resto, per quale motivo il cittadino dovrebbe prestare fede al più competente e accurato dei giornalisti scientifici se la televisione gli propone quotidianamente trasmissioni dove ci si fa beffe della cultura e della scienza? Un secolo fa era Antonio Gramsci a scrivere “Istruitevi, perché avremo bisogno di tutta la nostra intelligenza”, oggi il cosiddetto servizio pubblico televisivo propone agli spettatori  La pupa e il secchione piuttosto che Misteri

scientist and journalist

Il secondo, e più grave, problema è che da tempo la società dello spettacolo ci ha abituato ad avere un rapporto puramente magico con la tecnologia: andiamo in aereo ma non sappiamo veramente perché vola invece di cadere, accendiamo la luce ma non capiamo come funziona un interruttore, abbiamo tutti un cellulare ma talvolta, quando telefoniamo, il prezioso gadget “non prende” per motivi sconosciuti. Troviamo online un kit casalingo a basso costo per analizzare il DNA, ma una discreta percentuale di cittadini americani, un quarto, rifiuta di accettare l’esistenza del riscaldamento globale e il 42% rifiuta la teoria dell’evoluzione, credendo che dio ci abbia creati così come siamo circa 10.000 anni fa. 

È questa strutturale ignoranza dei principi scientifici basilari, di cui è primaria responsabile la scuola, a permettere una comunicazione di giornali e telegiornali in cui ogni giorno ci si dice che andremo su Marte, vivremo fino a 150 anni, cureremo il cancro, avremo petrolio fino alla fine dei secoli. La realtà è che siamo andati sulla Luna per l’ultima volta 45 anni fa e poi non se n’è fatto più nulla, la durata media della vita umana ha degli ovvi limiti biologici, il cancro resta una delle principali cause di morte e i combustibili fossili effettivamente recuperabili dureranno al più qualche decennio.

Non solo: tranne gli eremiti che hanno scelto una vita senza tecnologia, tutti usiamo il computer, una macchina che non solo permette di scrivere ma anche di spedire testi, intervenire su Twitter e pubblicare video dei gattini su Facebook. Mentre scriviamo possiamo anche ascoltare Nothing Compares to You di Prince, cantata da Sinead O’Connor, e guardare Wildest Dreams, un video di Taylor Swift pieno di zebre, elefanti e giraffe. La macchina, inoltre, ci dice dov’è viale Zara a Milano, e come arrivarci, oltre a mettere in ordine i dati elettorali delle 3.155 contee degli Stati Uniti su un foglio Excel. Però non sappiamo nulla di come accadano queste cose meravigliose, il che in parte spiega perché se vado a bere una birra ci sono 50 probabilità su 100 che la cassiera non sia capace di darmi il resto.

Le protesi elettroniche, la più recente conquista della società dello spettacolo profetizzata 50 anni fa da Guy Debord, ci hanno precipitato in una nuova età dell’ignoranza. Come scrive Marco d’Eramo in un libro uscito in questi giorni, “dopo aver fatto di tutto per millenni e ovunque sulla Terra perché la stragrande maggioranza del genere umano viva in ristrettezze, sia relegata nell’ignoranza, sia abbruttita dal martellamento pubblicitario, dopo tutto questo, ci si stupisce perché questa stessa umanità abbrutita e ignorante, misera e immiserita, non è in grado di degustare con raffinatezza le eccelse espressioni dell’animo umano” come l’arte e la scienza. 

Fabrizio Tonello