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Foto: Reuters/Pascal Rossignol

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Puigdemont, incubo natalizio per l'Europa

1 dicembre 2017

La richiesta di asilo politico da parte del presidente della Catalogna Carles Puigdemont al Belgio, avvenuta il 31 ottobre scorso e il mandato di arresto europeo, dichiarato da un giudice spagnolo il 3 novembre è un problema più serio di quel che sembra. La questione, definita dalla versione europea del sito Politico l’“incubo di Halloween” dell’Unione Europea, rappresenta un problema per il Belgio e per la Spagna. Ma non soltanto per loro.

In gioco ci sono due dei concetti più centrali degli ultimi decenni: il movimento libero delle persone e i diritti umani. La decisione di Puigdemont di non chiedere asilo politico, ma di cercare di rimanere in Belgio, lottando contro l’estradizione, il successivo arresto e rilascio da parte di un giudice belga, sottolinea quanto questa situazione abbia svelato il paradosso del libero movimento delle persone in Europa e le contraddizioni al cuore dei diritti umani.

Il problema comincia dal fatto che Puigdemont e i suoi ministri non scappano da un regime dittatoriale come l’Eritrea o dalla Russia di Putin, ma da un Paese democratico membro dell’Unione Europea verso un altro Paese membro dell’Unione. È vero: il Belgio prevede una procedura più breve per i cittadini europei che cercano asilo, quindi non possiamo dire che non ci sia tecnicamente un sistema da parte di uno Stato nell’UE per riconoscere richieste di asilo politico da parte di cittadini di altri Paesi membri dell’Unione Europea. Ciò nonostante, la richiesta da parte di un rappresentante politico importante, proveniente da un Paese europeo, apre una crisi. Anche perché contro la procedura Belga ci sono i “protocolli spagnoli” dell’Unione Europea stessa, che, basato sulla situazione dei Baschi, vietano esplicitamente cittadini di Stati membri UE da chiedere asilo o protezione diplomatico internazionale da un’altro Stato membro.

Se Puigdemont andasse in Belgio in vacanza, per cercare lavoro o per mangiarsi un waffle, potrebbe, come tutti i cittadini europei, andare dove vuole, dentro i confini dell’Unione. Il problema è che Puigdemont è il presidente della Catalogna, con un mandato di arresto, non per aver rubato da un fruttivendolo, ma per un reato politico. Dunque, se fosse arrestato, potremmo definirlo un prigioniero politico.

Scrivo queste note senza nessuna opinione in favore o contro la sua causa. Non sono favorevole all’indipendenza dalla Catalogna, almeno non lo sono sotto le attuali condizioni, ma, nello stesso tempo, sono molto contrario alla repressione spaventosa messa in atto da Madrid contro il referendum e alla decisione di togliere l’autonomia storica della regione. Noi americani diciamo “I don’t have a dog in this hunt”, che significa “Non ho un cane in questa caccia”. Non tifo, dunque, ideologicamente né per una squadra, né per l’altra. Anche se, come vedremo, non posso mantenere questa posizione per sempre. Quando chiamo Puigdemont “prigioniero politico”, mi riferisco a un dato di fatto, non a un giudizio morale.

Il punto è che nella storia politica europea, fino a questo momento, c’è sempre stata l’opzione di cercare asilo politico. Scappavi da un regime cattolico? Potevi andare in un Paese protestante. Fuggivi da una monarchia ostile? Potevi andare in una repubblica. Te ne volevi andare da una repubblica dove i tuoi nemici avevano preso il potere? Potevi trasferirti in una monarchia illuminata. Scappavi da un Paese comunista? Ti trasferivi in uno capitalista. Volevi andartene da un Paese della NATO? Andavi in uno appartenente al blocco di Varsavia.

Il paradosso, l’ironia della storia, è che in pratica questa opzione è persa con l’unità formale europea. Machiavelli aveva dato l’allarme, scrivendo nei Discorsi che quando non si ha una pluralità di repubbliche, ma soltanto una repubblica, in realtà si ha un impero. Anche Kant ha scritto che quando un Paese deve andare per forza d’accordo con il resto della comunità internazionale, per non rischiare sanzioni o violenza, questa non è pace, ma guerra. E Hannah Arendt ci ha informato che, se ci fosse un governo mondiale capace di realizzare nella pratica i diritti umani, forse non saremmo completamente felici dei risultati.

Ora, il caso Puigdemont mostra che nell’Europa di oggi, tu puoi andare liberamente dove vuoi. E puoi essere arrestato ovunque vai. Questo è dovuto al fatto che, invece di basare i diritti sulla nostra appartenenza ad una comunità politica, li abbiamo fondati sul concetto di diritti umani individuali. L’individuo può andare dove vuole liberamente dentro l’UE. Il presidente della Catalogna, se si trova in conflitto con il governo nazionale, no. È vero, lui ha richiesto asilo al Belgio, tecnicamente il Belgio potrebbe concederglielo. Ma in pratica questo è impensabile oggi. Perché farlo costituirebbe una critica aperta della politica di un altro Stato membro democratico dell’UE. Per Machiavelli questo eventuale antagonismo andrebbe bene, dal momento che per lui le repubbliche dovrebbero  sempre competere per la migliore pratica e la politica più giusta, dovrebbero criticare le debolezze, i fallimenti e gli sbagli l’una dell’altra. Questo è il processo virtuoso di perpetua perfezione asintotica della repubblica (sottolineato da Kant), processo mai completato perché storico. E nella storia le repubbliche non sono permanenti, né perfette.

Ma noi non viviamo in un mondo repubblicano ma in uno liberale. Nell’immaginario liberale, i diritti appartengono all’individuo, in quanto essere umano, non al cittadino in quanto cittadino di una comunità politica. E questo fa tutta la differenza. Perché il concetto di asilo politico si basa sulla solidarietà, non sui diritti. La solidarietà è un atto politico, un modo di scegliere da che parte stai in un conflitto. Non è stato mai soltanto una procedura giuridica, ma un atto di politica estera.  Se tutta l’Europa è ora unita, c’è soltanto una parte con la quale stare. Non puoi tifare per nessun altro. La solidarietà sparisce con i diritti umani individuali. Per questo vediamo i nazionalisti fiamminghi accusati di aver incoraggiato la richiesta di Puigdemont. Cioè una cosa completamente normale nella storia europea fino ad oggi, ma dare soccorso ad un alleato politico internazionale è ora considerato una cosa squallida perché politica.

Ma nel passato, quando la gente scappava da un governo fascista per andare in un paese anti-fascista, oppure se ne andava da una repressione religiosa per uno stato laico, ad esempio, è stata esattamente la politica che ha definito l’atto di solidarietà. Persino quando lo Stato non era d’accordo con te poteva concederti asilo politico. Esattamente come è accaduto a Karl Marx in Gran Bretagna dopo il 1848.

Concedere asilo significava criticare politicamente la repressione. Questo è il senso della famosa dichiarazione del Presidente John F. Kennedy su coloro che scappavano oltre il muro di Berlino verso l’occidente “Hanno votato con i loro piedi” disse. Reprimere, arrestare, scappare, chiedere asilo, accogliere, sono per forza tutti atti politici, non soltanto di procedura. Basta immaginare che il prossimo politico importante di un Paese membro dell’Unione che chiede asilo, non venga dalla Spagna, ma dall’Ungheria di Orban. Anche se L’Ungheria rimane tecnicamente ancora un Paese democratico, potremmo aver più dubbi che i diritti umani siano al sicuro sotto il suo governo. Ma se il precedente di Puigdemont diventasse una regola, anche se informale, potremmo trovarci nel futuro a non essere così contenti dei risultati del libero movimento delle persone in un mercato libero.

Con la caduta dei regimi dittatoriali in Grecia, Portogallo e Spagna, questi Paesi hanno iniziato il loro percorso per far parte dell’Unione Europea. L’ingresso di Scandinavia e Austria hanno poi rafforzato l’impegno democratico europeo. Successivamente, l’invito a far parte dell’Unione rivolto ai Paesi dell’ex blocco Sovietico ha portato alla decisione di inserire nei criteri di Copenaghen la democrazia come elemento qualificante ed indispensabile per entrare a far parte dell’Unione. Così l’appartenenza alla UE è diventata la garanzia di democrazia dei Paesi membri. Una priorità cambiata con l’introduzione dei trattati di Maastricht e Lisbona che hanno fatto virare il concetto di base dell’Unione verso idee liberali.

Ma per il liberalismo i diritti sono soltanto una procedura e questi diritti si basano soltanto sull’esistenza fisica della persona in quanto essere umano, non in quanto cittadino di una comunità politica, né membro di una società con vari status, lingue, culture, titoli, legami familiari o appartenenze politiche o religiose. Ed è proprio questo che sta alla base della critica profonda di Hannah Arendt dei diritti umani come concetto. Lei ha visto la crisi dei profughi dopo la Seconda Guerra Mondiale: milioni in fuga in Europa, persone di origine tedesca da vari paesi dove le loro famiglie hanno vissuto per secoli, oppure dove sono state soltanto per pochi anni, durante la breve occupazione nazista. Diverse etnicità scappavano dalla Germania. Gli ebrei se ne sono andati dall’Europa verso la Palestina. E poi, con l’indipendenza dell’India e del Pakistan, ancora milioni in fuga da un paese all’altro.  Arendt nota due problemi. Primo: i sistemi di asilo politico erano stati concepiti per accogliere singoli individui o piccoli gruppi per motivi politici o religiosi, non milioni in fuga da una guerra, ad esempio. Secondo: i diritti umani non sono realizzabili senza che ci sia uno Stato pronto a metterli in pratica. Questo significa che, se i profughi in massa scappano dal loro Paese, non è detto che trovino un altro Stato costretto ad accoglierli. Dunque, secondo Hannah Arendt, i diritti umani sono un’illusione. Ovviamente, a volte, qualche Stato, come è successo anche oggi rispetto alle crisi dei profughi, si muove per salvare le vite, per accogliere le persone, per dare asilo. Ma, ed è questo il punto, altri no. Cioè, nessun profugo può obbligare uno Stato a rispettare i suoi diritti umani. In altre parole, anche l’atto di dare soccorso e salvare vite umane è realizzato, persino con un senso morale di obbligo, come atto di carità. Oggi è una priorità salvare le vite, ma soccorso e carità  non sono diritti.

Nel capitolo “Il tramonto dello Stato-Nazione e la fine dei diritti dell’uomo” del suo famoso e discusso libro “Le origini del totalitarismo”, Hannah Arendt scrive una cosa ancora più pesante.  Fondare i diritti umani sul fatto di essere umani, anche se sembra più universale, più progressista e più avanzato rispetto ai diritti del cittadino, lascia in realtà la persona priva di ogni elemento che la rende essere umano: la lingua, la cittadinanza, i legami di famiglia, le caratteristiche culturali,  i rapporti sociali, gli status sociali, le condizioni di classe, la professione, il quartiere, la tribù, l’etnicità, la religione, l’amore per la propria terra. I diritti umani, in quanto tali, lasciano l’individuo precisamente soltanto un individuo, ridotto a quello che Arendt definisce “la vita nuda” oppure “mera vita”. Come lei commenta, tali diritti appartengono ad un individuo astratto, che abita in un mondo astratto, non-esistente. I diritti umani esistono fuori dalla storia umana reale. La tragedia è che, guardando e affrontando le persone che sembrano prive di ogni caratteristica riconoscibile che definisca l’individuo un essere umano, rimane soltanto questa astrazione. E, come Arendt nota, l’apparenza di “vita nuda” da parte degli altri porta più probabilmente a nuovi abusi, anziché ad atti di solidarietà.

Quindi il caso di Puigdemont si trova legato stranamente alla crisi dei profughi di massa arrivati a Lampedusa, bloccati davanti al Channel Tunnel in Francia, chiusi fuori dai cancelli che separano l’Ungheria dalla Serbia, a coloro che arrivano dall’Afghanistan e dalla Siria. Alla fine, la solidarietà sarà sempre un atto politico, un modo di prendere parte, di mettersi da una parte invece che dall’altra in un conflitto politico. Sostituirla con una procedura, con l’universale astratto dei diritti umani o del “libero movimento di persone, prodotti, servizi e capitale” non ci rende più sicuri. Essere “vita nuda” non è preferibile ad essere un cittadino, persino di uno Stato cattivo. E il rispetto per la diversità non può sostituirsi ad un mondo plurale, dove non solo possiamo fuggire, ma abbiamo un luogo dove arrivare. Un problema che affrontano sia i catalani che i siriani è che non siamo dalla loro parte. Ma fare la parte della Catalogna vuol dire opporsi a Madrid. E noi stiamo con la Spagna o con la Catalogna? Dovremmo discuterne, ma, stranamente, non si senta questo dibattito, perché la politica e la solidarietà  sembrano sparite dall’Europa. E non solo dall’Europa. Il soccorso non è un rapporto fra uguali, anche se è assolutamente necessario per salvare le vite in pericolo. Ma non può essere il fondamento per rapporti di lunga durata. Sotto queste condizioni, l’unico modo di realizzare i diritti umani negati da un tuo governo locale è “l’intervento umanitario”, cioè la guerra portata dalla NATO, con o senza l’approvazione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, in base alla Risoluzione 1674, che riconosce “La Responsabilità di Proteggere”, e che consente una guerra per motivi umanitari, creando, nel frattempo, ancora più profughi e più abusi sulle persone.

È chiaro che sia nella crisi della Catalogna, che in quella della Siria, ciò che manca è la politica, il giudizio politico, le scelte politiche e poi la solidarietà, basata su criteri di discriminazione politica, non sulla vita nuda. Politica non soltanto degli Stati riguardo ai profughi e ai loro Paesi. Ma la politica dei cittadini, le azioni di solidarietà con altri cittadini di altri Paesi, che lottano per cause analoghe alle nostre. Così si costruiscono rapporti fra pari che ci permettono di riconoscerci reciprocamente. Questa politica mette  pressione sui nostri Governi per cambiare la politica estera verso i Paesi da dove arrivano le persone in cerca di asilo. La solidarietà internazionale trasforma i rapporti fra le persone e le comunità. Porta la relazione a condizioni di parità. Ci sono tante modalità di intervenire nelle crisi internazionali: accogliere i profughi è una. Non la sola.

Puigdemont può andare in spiaggia in Grecia, ma non riesce a trovare un luogo dove non sia in vigore un mandato di arresto promulgato in un altro luogo: la Spagna. Forse, sulla spiaggia, troverebbe qualcuno appena arrivato dall’Africa, continente devastato da decenni di programmi di liberalizzazione imposti dal Fondo Monetario Internazionale, oppure dalla Siria, Paese distrutto da una guerra civile e  dall’intervento da ogni potere coinvolto nell’area medio orientale (Stati Uniti, Russia, Turchia, Arabia Saudita, Iran, ecc.). Forse, insieme a lui e ad un greco, vittima dell’austerità europea,  potrebbe avere una conversazione interessante sulla solidarietà.

Steven Colatrella