Scienza e ricerca

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Pillola blu o rossa? Non è Matrix, ma l'effetto placebo

14 maggio 2018

Pastiglie di colore blu avrebbero un effetto sedativo maggiore di quelle rosse o arancioni. Se sono rosse anziché blu invece saranno più efficaci come stimolanti. Non stiamo parlando della scena più famosa del film Matrix, pellicola fantascientifica del 1999, in cui uno dei protagonisti doveva scegliere tra una pillola azzurra e una rossa per scoprire la verità sul mondo, ma di effetto placebo nel campo della medicina e della farmacologia, i cui effetti – che possono dipendere da diversi fattori, quali anche il prezzo del prodotto o la marca – sono legati alle aspettative del paziente unite alla convinzione di ricevere una terapia reale. A occuparsi ormai da molti anni di questi argomenti è Irving Kirsch, direttore associato del programma in “Placebo Studies” al Beth Israel Deaconess Medical Center della Harvard Medical School, che nei giorni scorsi ha tenuto due conferenze all’università di Padova.

Di effetto placebo si parla da tempo. In un articolo pubblicato nel 1959 Leonard Cobb descrive un intervento che all’epoca era ritenuto utile su pazienti che soffrivano di angina pectoris. Si trattava della legatura dell’arteria mammaria interna: alcuni pazienti furono effettivamente sottoposti all’intervento, mentre ad altri fu praticata una semplice incisione cutanea. Risultato: anche nei pazienti che non avevano subito alcun intervento il dolore scomparve e le alterazioni cardiache si ridussero. Sempre in ambito chirurgico, ma in tempi più recenti, uno studio guidato da J. Bruce Moseley dimostra che nei pazienti affetti da osteoartrosi al ginocchio il lavaggio artroscopico e il debridement (la pulizia chirurgica dei tessuti) non producono risultati migliori di quelli ottenuti con placebo. Nel 1998 – ma sono stati molti altri i suoi studi – è lo stesso Kirsch a condurre una meta-analisi su pazienti che soffrivano di depressione (Listening to Prozac but hearing placebo: A meta-analysis of antidepressant medication), da cui sarebbe emerso che circa un quarto della risposta al farmaco è dovuta alla somministrazione di un principio attivo, metà è effetto placebo, l’ultimo quarto è dovuto ad altri fattori non specifici. Infine, per concludere con alcuni degli esempi citati da Kirsch, uno studio condotto da Jorge A. Roman-Blas e il suo gruppo, pubblicato nel 2017, sembrerebbe dimostrare che nei pazienti con osteoartrite al ginocchio il trattamento combinato con solfato di condroitina e solfato di glucosamina non dà risultati maggiori rispetto al placebo nella riduzione del dolore alle articolazioni.  

“Dobbiamo prescrivere placebo?” chiede provocatoriamente Kirsch. La questione non è così semplice dato che il placebo sembrerebbe aver effetto quando il paziente è convinto di assumere un farmaco reale. Allo stesso tempo, però, il medico non può occultare informazioni al paziente sui trattamenti cui viene sottoposto, non può somministrare il farmaco con l’inganno. Eppure, secondo alcune ricerche, il placebo sarebbe efficace anche quando il medico dichiara apertamente al paziente che il “farmaco” in questione non possiede alcun principio attivo. In pratica, anche se la persona sa che la terapia è finta, il trattamento funzionerebbe ugualmente. Questo porta a riflettere su un altro aspetto su cui insiste Kirsch e cioè l’importanza della relazione medico-paziente. L’atteggiamento del medico può fare la differenza, nella misura in cui promuove in chi si affida alle sue cure un atteggiamento positivo nei confronti della terapia. Le convinzioni e le aspettative dei pazienti, infatti, possono modellare sia gli effetti terapeutici che quelli avversi di ogni farmaco.

“L'effetto placebo – sottolinea a Il Bo Fabrizio Benedetti, neurofisiologo dell’università di Torino, noto a livello internazionale per i suoi studi sull’argomento – è dovuto al contesto psicosociale intorno al paziente, un contesto positivo che induce fiducia, speranza, aspettative. Visto che l'elemento fondamentale del contesto intorno al paziente è il medico, la relazione medico-paziente gioca un ruolo cruciale. Il semplice credere e aspettarsi un miglioramento clinico mette il cervello in uno stato che induce il rilascio di diverse sostanze, quali le endorfine, gli endocannabinoidi, la dopamina, e queste sostanze inducono un reale beneficio”. Lo scienziato osserva che in tutte le situazioni in cui la componente psicologica è importante l'effetto placebo è molto pronunciato e ciò avviene nelle malattie psichiatriche come la depressione e l’ansia, nel dolore, nella performance motoria come ad esempio il morbo di Parkinson.

“È importante tenere conto dell’effetto placebo nel caso in cui si introducano nuovi farmaci – argomenta Roberto Padrini, farmacologo del dipartimento di Medicina dell’università di Padova – per essere certi che il nuovo composto abbia un effetto proprio e non sia solamente un effetto placebo. Ma si deve tenere conto anche della storia naturale della malattia. Se la patologia ha una risoluzione spontanea è evidente che l’apparente miglioramento potrebbe essere dovuto a fattori indipendenti dal farmaco e dal placebo. Come strumento scientifico, dunque, il placebo è fondamentale. Per impiegarlo come strumento terapeutico, a mio avviso sarebbe necessario somministrarlo senza dichiarare che si tratta di placebo, ma questo non è deontologicamente corretto. Sono dubbioso sul fatto che il placebo funzioni anche quando la persona ne venga informata, come invece alcune ricerche sosterrebbero. In questi casi l’effetto placebo è costituito dal rapporto di fiducia medico-paziente. Dal mio punto di vista serve che il paziente sia convinto di assumere un farmaco ‘reale’”. E aggiunge: “Il placebo ha basi biologiche e quindi può essere studiato nei suoi meccanismi ed eventualmente bloccato o, teoricamente, potenziato usando determinati farmaci. Funziona nelle condizioni mediche con un’importante componente psicologica, in cui l’intensità del sintomo non è oggettivamente misurabile: nei farmaci per favorire la fertilità, ad esempio, non esiste alcun effetto placebo. È efficace nelle patologie in cui è il paziente a definire il miglioramento o il peggioramento della propria salute, come nei casi di depressione o di ansia”. Parla anche di omeopatia Padrini, sottolineando che in questi tipi di trattamento l’effetto placebo svolge un ruolo sostanziale. “Nessuno è guarito da un tumore o da uno scompenso cardiaco con l’omeopatia”. E questo bisognerebbe ricordarlo spesso.

Monica Panetto