Società

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Il pericolo dell’euro e la crisi della politica

7 febbraio 2017

Che fine farà l’euro? Doveva servire a costruire l’Europa, ma potrebbe anche metterla in pericolo. Questa per lo meno è l’impressione che si ricava leggendo il recente Crisi dell'euro e conflitto sociale. L'illusione della giustizia attraverso il mercato(Franco Angeli 2016), scritto da Andrea Guazzarotti, docente di diritto pubblico al dipartimento di Economia e management dell’università di Ferrara. 

“Dividendo gli stati in creditori-virtuosi e debitori-inaffidabili, le riforme sembrano andare nel senso opposto all’obiettivo dei trattati istitutivi: creare un’unione sempre più stretta tra i popoli europei” scrive lo studioso. Oggi insomma l’euro, lontano dal riavvicinare i popoli, rischia proprio di riattivare i conflitti: “Da una parte sono stati tolti agli stati strumenti che, come la svalutazione, servivano a riequilibrare la bilancia commerciale – spiega Guazzarotti al Bo – dall’altra abbiamo assistito a una vera e propria gerarchizzazione tra le varie nazioni. Guardiamo come sono stati colpevolizzati i paesi mediterranei: non è un caso l’uso di termini come Piigs (acronimo per Portogallo, Italia, Irlanda, Grecia e Spagna, ndr), che sembrano fatti apposta per rinsaldare i peggiori stereotipi”. Non c’è però un fondo di verità in questa divisione tra cicale e formiche? “In realtà il vero squilibrio non è quello dei debiti pubblici ma quello della bilancia dei pagamenti: il problema è il surplus commerciale della Germania, che non può essere scaricato tutto sugli stati deboli”.

Ma una moneta forte non ha messo fine all’inflazione, una volta considerata una vera e propria tassa sui poveri? “In parte lo era, ma contribuiva anche a erodere il valore dei debiti, sia privati che pubblici. Oggi, in assenza di inflazione, i debiti pubblici pesano molto più sugli stati proprio perché il debito non si svaluta”. È anche vero che la politica dei tassi bassi e le iniezioni di liquidità della BCE dovrebbe dare una mano all’economia... “Non è sufficiente. Come diceva Keynes la corda si può tirare ma non spingere: se in una fase espansiva ricorrere alla politica monetaria funziona, lo stesso non si può dire per le fasi recessive. Le banche centrali possono fare poco in caso di deflazione per far ripartire la crescita, se a monte manca una politica di investimenti pubblici”.

Eppure la politica dell’austerity, a parte i casi di Grecia e Italia, in altre situazioni sembra aver dato buoni frutti: altri Paesi sono tornati a crescere. “In realtà tutti i governi che hanno gestito la fase della crisi poi sono stati puniti dagli elettori. Non solo in Irlanda e in Portogallo: anche negli Usa la vittoria di Trump può essere interpretata anche come un voto contro l’amministrazione precedente”. Come mai? “Anche nelle economie che vanno meglio c’è oggi un gigantesco problema di redistribuzione della ricchezza: il Pil quando aumenta va nelle tasche di chi sta già bene. E anche la politica di Draghi finora ha arricchito chi ha già buoni investimenti in titoli, i cui valori sono stati pompati dagli acquisti della BCE. Così però aumenta anche la diseguaglianza sociale e territoriale, e infatti non è un caso che ad aver votato la Brexit o per Trump siano state proprio le aree povere e deindustrializzate”. 

Da un punto di vista giuridico, secondo l’analisi di Guazzarotti, l’euro ha provocato anche una rottura con il costituzionalismo del dopoguerra: “Il problema rimane sempre quello della sovranità popolare. Pensi solo che, secondo l’articolo 75 della Costituzione, tutte le norme che danno esecuzione ai vincoli europei non possono essere sottoposte a referendum, a differenza della altre leggi ordinarie che si occupino delle stesse materie. Quindi ad esempio non si può proporre un referendum sulla direttiva che introduce il bail in, e non c’è ancora un istituito del referendum europeo”.  A questo si aggiunge il Fiscal Compact, “che ha chiesto l’introduzione all’interno degli ordinamenti degli stati di norme di rango ‘preferibilmente costituzionale’ proprio per imporsi alla volontà dei cittadini”. Allo stesso tempo sono state finora deludenti le applicazioni della Carta di Nizza, che avrebbe dovuto contribuire al bilanciamento del potere delle istituzioni europee. Abbiamo deciso di salire sulla stessa nave, ma le regole che abbiamo scelto lasciano saldamento il timone nelle mani dei popoli ‘risparmiatori e virtuosi’.

L’unica soluzione quindi è uscirne dall’euro? “Difficile, i buoi ormai sono fuggiti dalla stalla. Lasciare l’euro oggi sarebbe complicatissimo: con un’uscita pianificata, ad esempio in caso di referendum, la speculazione dei mercati ci ammazzerebbe con il conseguente aumento dello spread e la fuga di capitali. Tanto è vero che i trattati – a differenza dell’uscita dall’Unione – non la prendono nemmeno in considerazione”. E allora qual è la soluzione? “Quello che ci vuole è una strutturazione europea dei partiti. Si deve ricominciare a fare politica, e farla a livello europeo. Paradossalmente però oggi a fare maggiormente rete sono proprio i partiti antieuropeisti; la vicenda Grillo-Farage dimostra però come sia difficile anche per loro”.

Daniele Mont D’Arpizio