Università e scuola

Una veduta dall'alto della città di Mardin, nel sud della Turchia. Foto:Georg Knoll/laif/contrasto

Università e scuola

Perché in Turchia licenziano i docenti stranieri?

14 luglio 2015

“Ci stanno licenziando perché non siamo turchi”: è un grido di allarme quello che arriva dalla Artuklu Üniversitesi di Mardin, una città di circa 80.000 abitanti a pochi chilometri dal confine siriano. Pochi giorni fa infatti a 14 docenti stranieri è stato comunicato il termine anticipato del loro contratto. Tra loro anche Federica Broilo, laurea in lingue e civiltà orientali a Ca’ Foscari di Venezia e dal 2011 docente presso l’ateneo. “I nostri contratti scadevano tutti a fine anno, ma il 22 giugno l’amministrazione ci ha comunicato che già a partire dal 30 settembre non servivamo più – spiega la studiosa –. Dei 42 stranieri che insegnano qui sono stati mandati via tutti gli europei e gli americani, più una parte dei curdi iracheni o siriani”.

L’università ha presentato la mancata conferma come un atto dovuto, causato dalla necessità di ridurre le presenze straniere al di sotto di una quota del 2% del corpo docente stabilita dal ministero: “In realtà abbiamo chiesto copia della normativa o della circolare, ma siamo stati ignorati”, riferisce Broilo. Dall’altra parte i sindacati contestano la rigidità e soprattutto la natura politica del provvedimento, che sarebbe accompagnato da una vera e propria campagna diffamatoria: “Hanno scritto che siamo sempre assenti, che addirittura siamo sempre nei nostri paesi d’origine, che non pubblichiamo studi e ricerche. Accuse ridicole: da quando sono qui tengo otto corsi semestrali all’anno e sono sempre in facoltà, come testimoniano i bolli sul passaporto e soprattutto i miei studenti. Chiunque può controllare il curriculum con le mie pubblicazioni. Tra l’altro seguo anche quattro laureandi che adesso non so più che fine faranno”. Gli studenti intanto hanno scelto da che parte stare: una petizione on line a favore della professoressa italiana ha infatti già superato le 500 firme. 

Federica Broilo è arrivata nell’università turca nell’ottobre 2011: “Venni a sapere di un bando per il corso di architettura e arte ottomana: per me, laureata in queste materie, era l’ideale. Insieme ad altri colleghi abbiamo praticamente fondato da zero il dipartimento di storia dell’arte”. Alla Artuklu, pur essendo un’università statale, oltre il 30% delle lezioni è tenuto in inglese: “In Turchia non c’è un’università pubblica tanto aperta verso l’estero. Adesso però probabilmente cambierà tutto”. Un’inversione di rotta, accusa la Broilo, iniziata a novembre con l’arrivo del nuovo rettore Ahmet Ağirakça, ex preside della facoltà di Teologia, che avrebbe continuato a polemizzare con i docenti su Twitter e sui giornali anche dopo il licenziamento. Contro gli stranieri, accusa Federica Broilo, ci sarebbe inoltre stata una vera e propria campagna di mobbing: “Prima ci hanno negato l’alloggio, a cui hanno invece diritto i professori fuori sede, in seguito anche i rimborsi per la partecipazione a convegni. Solo noi siamo rimasti esclusi dagli aumenti di stipendio. Ultimamente mi hanno perfino negato le ferie e il permesso di accedere alle biblioteche”. 

Se la disputa sulla legittimità dei provvedimenti di licenziamento sembra destinata ad approdare in tribunale, a dare un’idea del clima e dell’opinione pubblica che circonda la vicenda ci sono invece i commenti apparsi in rete dove, oltre allo slogan “prima i turchi”, gli europei arrivano anche ad essere chiamati crociati e paragonati a spie e missionari.

Non si tratterebbe del resto del primo episodio di discriminazione nelle università turche. Nel marzo 2014 ad esempio, secondo il report internazionale della Scholars at Risk Network, è stato licenziato il docente di diritto Zafel Üskül dalla Doğuş Üniversitesi di Instanbul, ufficialmente per ragioni accademiche ma in realtà per una petizione presentata alla commissione parlamentare per i diritti umani. Un episodio che forse può fornire una chiave di lettura anche per la situazione attuale: “Credo che la situazione sia peggiorata dopo che, alle ultime elezioni del 7 giugno, il  Partito per la Giustizia e lo Sviluppo (AKP) del presidente Erdoğan ha perso la maggioranza assoluta del parlamento (anche a causa dell’affermazione del curdo Partito Democratico del PopoloHDP, ndr). Adesso il governo si sente con l’acqua alla gola e cerca di colpire non tanto gli stranieri quanto i nostri capi dipartimento, molti dei quali sono curdi”. Mardin infatti, splendida città medievale sul fiume Tigri, è in larga parte abitata da una popolazione curda: “Noi siamo solo i primi. Hanno scelto questa perché è l’università statale più aperta agli stranieri, e questo ad Ankara proprio non potevano sopportarlo”. E adesso? “Insieme agli altri colleghi stiamo decidendo se presentare un ricorso contro il licenziamento e per la diffamazione a cui siamo stati sottoposti”. Resterà in Turchia? “Non lo so, sinceramente temo anche per la mia incolumità. Mardin è una città piccola e tutti ci conoscono; soprattutto però sanno che gli ordini di quello che sta accadendo arrivano direttamente da Ankara”.

Daniele Mont D’Arpizio