Scienza e ricerca

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Pensa positivo (e addestra il tuo cervello)

28 marzo 2018

Si chiama neurofeedback e permette di imparare ad addestrare il proprio cervello. È una variante del biofeedback che consente di modulare una propria funzione fisiologica “attraverso la registrazione di quella funzione, trasformata poi in un segnale che informa la persona in tempo reale sulle sue modificazioni: nel caso del neurofeedback, sull’attività cerebrale”. A parlare della procedura e delle sue applicazioni è Elisabetta Patron,assegnista post-doc del dipartimento di Psicologia generale dell’università di Padova, impegnata nel servizio di psicofisiologia biofeedback e neurofeedback. Con Rocco Mennella e Daniela Palomba, Patron ha condotto e firmato lo studio Frontal alpha asymmetry neurofeedback for the reduction of negative affect and anxiety. “Il biofeedback funziona attraverso due meccanismi – spiega -, il primo determina una maggiore consapevolezza delle proprie modificazione fisiologiche e permette di ottenere un maggiore autocontrollo di funzioni che di solito sono al di fuori del controllo volontario o che sono sfuggite ad esso. L’altro è un meccanismo di apprendimento che avviene attraverso condizionamento, per cui il feedback costituisce una gratificazione, un rinforzo. Nel caso del neurofeedback, l’individuo apprende ad associare una specifica attività cerebrale alla presenza del rinforzo, il feedback. Nel nostro studio è stato utilizzato il neurofeedback per modulare il bilanciamento nell’attivazione delle aree corticali prefrontali di destra e di sinistra”, con l’obiettivo di migliorare l’affettività positiva e ridurre l’ansia di trentadue studentesse dell’università di Padova: un campione scelto con estrema attenzione, dato che in letteratura sono emersi effetti legati al genere e alla manualità nella modulazione dell’indice di asimmetria alfa frontale (Glass, Butler, & Carter, 1984).  

“Per studiare l’effetto del training nel rimodulare questo specifico indice ed evitare possibili effetti confondenti legati alle differenze di genere e di manualità, sono state selezionate solo donne destrimani – precisa Patron - I criteri di inclusione prevedevano che le studentesse non avessero subito traumi cranici, che non soffrissero di disturbi neurologici, per esempio epilessia, che non fossero sottoposte a terapie farmacologiche con effetti sull’attività elettroencefalografica”. All’inizio della sessione, un breve messaggio presenta la procedura a ogni studentessa: Verranno registrati i tuoi segnali fisiologici a riposo e, successivamente, svolgerai alcuni training di neurofeedback. Il training di neurofeedback permette di apprendere ad autoregolare l’attività del cervello, e la modulazione di questa attività permette, attraverso la rilevazione di segnali elettroencefalografici, di visualizzare sul computer una barra che varia proporzionalmente all’attività elettroencefalografica dal rosso al verde. L’attività cerebrale ottimale corrisponde all’attività quando la barra è verde.

Quali dunque i risultati ottenuti alla fine del ciclo di sedute?

“Alla fine del ciclo di cinque sedute è emersa una rimodulazione dell’attivazione corticale nelle aree prefrontali di destra e sinistra. Inoltre, le partecipanti che hanno svolto il training di neurofeedback per rimodulare il bilanciamento prefrontale hanno riportato una riduzione dei sintomi ansiosi e dell’affettività negativa, misurate attraverso la somministrazione di alcuni questionari”.

Quali le possibili applicazioni future? 

“Le applicazioni più consolidate del neurofeedback, cioè quelle che sono state dimostrate essere più efficaci, riguardano alcune forme di epilessia e il disturbo da deficit di attenzione, con o senza iperattività, Adhd. Per altre applicazioni cliniche, per esempio la depressione, il neurofeedback non ha un così alto livello di efficacia, poiché spesso mancano gli studi clinici che la testino. Recentemente il neurofeedback è stato applicato anche per il potenziamento delle capacità cognitive degli sportivi, andando a migliorare le prestazioni attentive, la concentrazione, le abilità motorie e visivo-spaziali”.

In questo senso, vi state concentrando su nuovi studi e ricerche?

“Da un lato lavoreremo su ricerche che permettano di valutare l’efficacia del neurofeedback anche in pazienti con disturbi dell’umore e ansia, al fine di incrementare il numero di studi. Dall’altro, ci concentreremo sui meccanismi di base e sui circuiti coinvolti nel neurofeedback”.

Francesca Boccaletto