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Parlamento Ue, la sfida tra italiani porterà ossigeno all’Europa?

23 dicembre 2016

Il 17 gennaio il Parlamento Europeo eleggerà il suo nuovo presidente. I maggiori gruppi parlamentari, socialisti e popolari, candidano due italiani, Gianni Pittella e Antonio Tajani: dal 1979, anno in cui debuttò l’elezione diretta dell’assemblea, è la prima volta che un connazionale potrebbe conquistarne la massima carica. Come si inserisce questa variabile nel complesso quadro politico che oggi caratterizza l’Unione? Per Ekaterina Domorenok, docente di politiche dell’Unione Europea a Padova, è fuorviante pensare a queste candidature solo nell’ottica di un vantaggio per il nostro Paese.

Cosa significherebbe per l’Italia la presidenza del Parlamento Europeo? Si dice che il nostro Paese sia spesso poco rappresentato nelle istituzioni internazionali.

Sarebbe, senza dubbio, una novità importante, sia in termini simbolici che di immagine. Ma parlare di un ruolo europeo in termini di rappresentanza di interessi nazionali non offre una prospettiva corretta. Non è la quantità di posti a determinare l’incisività in Europa: la delegazione italiana è una delle più folte in tutti gli organi rappresentativi dell’Unione, compresi quelli consultivi come il Comitato delle Regioni e il Comitato economico e sociale. La questione centrale non è quanto riusciamo a difendere gli interessi italiani in Europa, ma quanto siamo in grado, come italiani, di essere propositivi e incidere sulle decisioni europee.

Però oggi, in Europa, i governi sembrano determinati a tutelare con energia le proprie scelte politiche. Colpa anche dei faticosi meccanismi che, nell’Unione, impongono spesso scelte all’unanimità?

L’ascesa del populismo compromette visioni pragmatiche, che permettano di creare prospettive unitarie. È un problema di maturità politica, non di meccanismi decisionali. Se pensassimo di imporre decisioni a maggioranza su argomenti delicatissimi, come l’immigrazione, si creerebbe un ulteriore rischio di spaccature interne nell’Unione. L’unanimità vincola i Paesi alla responsabilità di trovare una soluzione comune.

Torniamo al Parlamento Europeo. Quanto pesa il suo ruolo, e quello del suo presidente, nei rapporti tra le istituzioni della Ue?

Il Parlamento Europeo costituisce il fondamento democratico dell’Unione, essendo l’unico organo eletto dai cittadini. Altre istituzioni chiave – il Consiglio Europeo, formato dai capi di Stato e di governo, e il Consiglio dell’Unione Europea, composto dai ministri nazionali – sono anch’esse di natura rappresentativa, sebbene di secondo grado. Il ruolo del Parlamento potrebbe essere rafforzato, sfruttando meglio la base giuridica del Trattato di Lisbona, sia nell’iter legislativo sia in termini politici. Per entrambi gli aspetti il ruolo del presidente e la capacità di leadership sono fondamentali: in questo senso Schulz, il presidente uscente, è stato sicuramente una figura autorevole.

Le istituzioni europee non danno a volte l’impressione di seguire logiche da vecchia politica? In questi giorni si parla di un possibile “baratto”: ai popolari la presidenza del Parlamento, ai socialisti quella del Consiglio…

Gli organi dell’Unione sono governati da equilibri basati sull’alternanza, che tutto sommato funzionano. Al di là del confronto politico, il problema vero è che il legame tra rappresentanti e cittadini appare sempre più debole. I parlamentari lavorano tra Bruxelles e Strasburgo, lontani dai propri collegi, e la comunicazione spesso è scarsa: anche questo accresce il senso di distacco e lo scarso interesse per le questioni europee.

In sintesi, sembra che per rendere l’Europa più “vicina” ed efficiente, più che puntare sul cambio delle regole, serva capire quale visione ogni Paese possiede per l’Unione.

Quello che manca all’Europa oggi non sono nuove regole, ma un progetto politico di lungo termine. La leadership dei singoli Paesi è sempre stata un fattore fondamentale nel processo di integrazione. E per esercitarla contano reputazione e credibilità, basate su aspetti come la continuità di governo, la stabilità economica, l’autorevolezza della delegazione nazionale. l’Italia, su questi fronti, non è sempre stata impeccabile, anche se ultimamente vi sono stati segni di maggiore impegno. Ma il vero nodo è che in Europa, dove si stanno imponendo sempre più logiche di accordi tra governi nazionali, per orientare realmente le decisioni bisogna essere capaci di creare coalizioni unite da una prospettiva comune. Il punto è se i politici, non solo italiani, sapranno raccogliere questa sfida.

Martino Periti