Scienza e ricerca

Scienza e ricerca

Una Padova underground, senza bisogno di scavi

28 settembre 2017

Camminare per Padova, come in molte città italiane, significa passeggiare nella storia. Da palazzo Bo, una delle più antiche sedi universitarie a palazzo della Ragione, fino all’Anfiteatro nei giardini dell’Arena, senza contare le mura con porta Altinate, porta Savonarola e porta Portello. Se queste sono le impronte visibili di un passato non così lontano, esiste una Padova sommersa che di tanto in tanto riaffiora dal sottosuolo, inattesa o cercata. Si pensi allo Zairo, il teatro romano i cui resti si trovano sotto l’acqua della canaletta che circonda l’Isola Memmia in Prato della Valle e alla cui riemersione l’università di Padova sta lavorando. Ma si pensi anche a quanto finora è stato riportato in superficie con scavi d’emergenza, in seguito a opere di edilizia urbana. Si tratta di ritrovamenti per lo più fortuiti che ora invece potrebbero essere identificabili preventivamente, grazie a mappe digitali tridimensionali elaborate dall’università di Padova in collaborazione con il Comune e la Soprintendenza per i Beni archeologici del Veneto. Lo studio è stato recentemente pubblicato nella rivista scientifica Geoarchaeology, con il titolo The modeling of archaeological and geomorphic surfaces in a multistratified urban site in Padua, Italy.

Padova, come Roma, Firenze e altre città di antica fondazione, presenta una pluralità di strati archeologici all’interno del sito urbano e dunque una pluralità di stratificazioni di diversi periodi storici. Centri di questo tipo sono importanti archivi di attività umane passate, che registrano la sovrapposizione di depositi antropici nel corso dei millenni. “Sulla base di queste premesse – spiega Paolo Mozzi, coordinatore dello studio – abbiamo condotto un’analisi geoarcheologica del centro storico di Padova (includendo il Duomo e la zona delle Piazze, il Liston e Palazzo del Bo, Piazza Antenore e via del Santo, via S. Francesco e le Riviere) per capire l’evoluzione della città partendo dall’età del bronzo e contestualizzando lo sviluppo della rete urbana con i dati paleoidrografici e paleoambientali. Questo ha permesso di accrescere le conoscenze sulle prima fasi e sullo sviluppo della città antica dalla protostoria all’età romana, definendo anche le relazioni che intercorrevano tra insediamenti e reticolo fluviale”.

Ma il contributo del gruppo di ricerca va oltre. Il docente osserva infatti che qualunque tipo di intervento condotto in città con secoli di storia implica scavi archeologici molto onerosi e in alcuni casi la modifica dei progetti edili. Gli scienziati, che evidentemente hanno considerato anche questi aspetti, hanno realizzato delle “mappe” digitali tridimensionali che anticipano la possibilità di trovare resti archeologici durante uno scavo, indicando a quale profondità e di quale epoca storica. Si tratta di un nuovo strumento che potrebbe aiutare anche a valutare la quantità di depositi archeologici ancora inesplorati presenti nel sottosuolo padovano. “Fino a questo momento – spiega Mozzi – non esisteva nulla di questo tipo, ma solo una raccolta dei dati di scavo degli ultimi decenni”. Ora invece è possibile quantificare e mappare i depositi archeologici che costituiscono il grande mound archeologico - la “collina archeologica” - del centro storico della città, alto alcuni metri rispetto alla pianura alluvionale circostante.

Gli scienziati sono partiti dall’esame di 31 scavi archeologici d’emergenza condotti tra il 1988 e il 2007 su una superficie di 1,55 chilometri quadrati nel centro città, per ognuno dei quali esiste un dettagliato rapporto nell’archivio della Soprintendenza. Gli elementi chiave da considerare erano i cosiddetti “piani di calpestio”, come i pavimenti, le strade, i focolari, in pratica le evidenze archeologiche della superficie topografica della città in un determinato periodo storico, dall’età del Bronzo finale (XIV-X secolo a.C.) fino al II secolo dopo Cristo.

Sulla base dei dati di scavo sono state fatte delle interpolazioni in sistemi informativi geografici, tenendo conto della posizione dei resti archeologici e della quota sul livello del mare e considerando tutti i resti della stessa età distribuiti nel centro storico della città. Ciò ha consentito di creare dei modelli digitali tridimensionali delle diverse superfici archeologiche del sottosuolo della città e della pianura alluvionale su cui inizia la storia dell’insediamento. Sono state generate delle mappe in cui viene stimata la profondità dei livelli archeologici di età romana o protostorica rispetto al piano attuale, dando luogo a una sorta di “pianta urbana virtuale”.

Geologi, geografi e archeologi hanno lavorato fianco a fianco. Nello specifico hanno partecipato al progetto, finanziato dalla Fondazione Cariparo, il dipartimento di Geoscienze e di Scienze storiche Geografiche e dell'Antichità dell’università di Padova, oltre al Comune di Padova e alla Soprintendenza per i Beni Archeologici del Veneto. “Lo studio è stato altamente interdisciplinare – sottolinea Mozzi – e questo si è rivelato uno degli aspetti più entusiasmanti. È stato necessario integrare saperi di tipo umanistico con altri di tipo scientifico e ciò ha comportato anche un lavoro di correlazione dei rispettivi vocabolari”. Spesso si tratta di ambiti disciplinari che si muovono su binari paralleli, ma non si deve trascurare che l’apporto di discipline differenti in alcuni ambiti conoscitivi può avere importanti ricadute pratiche nella tutela del patrimonio culturale e nella gestione del territorio.

Monica Panetto

Le scoperte: il ruolo dei fiumi Brenta e Bacchiglione

Interpolando i punti quotati di ciascun periodo storico si è dapprima ricostruita la superficie della pianura alluvionale su cui si sono impostati i primi insediamenti dell’età del Bronzo. La ricostruzione geomorfologica della pianura alluvionale al di sotto degli spessi depositi archeologici mostra la presenza di alcuni paleoalvei attribuibili a divagazioni del fiume Brenta. Questo fiume attraversava l’area durante l’età del Bronzo, disegnando il sinuoso percorso meandriforme che ancora marca l’idrografia urbana patavina (o meglio, la marcava prima dei massicci interramenti delle Riviere negli anni settanta del XX secolo, che hanno in gran parte cancellato dal paesaggio urbano del centro di Padova la dimensione fluviale e rivierasca).

«Probabilmente – sottolinea Paolo Mozzi – già all’inizio dell’età del Ferro, il Brenta lasciò il posto al fiume Bacchiglione, che prese a scorrere lungo il medesimo alveo a seguito di importanti modificazioni della paleoidrografia. Il Brenta si spostò lungo l’attuale direttrice, passando a est della città per Ponte di Brenta e poi a sud verso Piove di Sacco. La pianura alluvionale del Brenta di 3000 anni fa costituisce dunque il suolo su cui sorsero i primi insediamenti, ma il fiume che sostenne la nascita e lo sviluppo della città a partire dal I millennio a.C. fino all’età moderna è stato il Bacchiglione».

La ricerca dimostra che le depressioni allungate dei paleoalvei, così come le aree leggermente rilevate con suoli più sabbiosi in corrispondenza di ventagli di rotta fluviale o di barre poste all’interno dei meandri, condizionarono sia l’impostazione degli insediamenti protostorici, sia lo sviluppo dell’insediamento nei secoli successivi.

«La ricostruzione dell’assetto paleoidrografico nell’area urbana – conclude Paolo Mozzi – ha permesso di comprendere le motivazioni del posizionamento dei primi insediamenti, evidenziando la presenza di aree prossime al fiume ma leggermente rilevate e con suoli sabbiosi più asciutti, oltre che un possibile guado in corrispondenza del ponte romano di San Lorenzo nell’attuale via S. Francesco - Piazza Antenore. Relativamente alle molteplici problematiche inerenti lo sviluppo urbano in età veneto antica e romana, spiegazioni possono essere date ora sulla destinazione a porto fluviale di lunghi tratti spondali oppure del perché il fiume potesse costituire un elemento difensivo per l’insediamento posto all’interno delle anse o della viabilità condizionata dall’attraversamento del fiume per mezzo di ponti e guadi. Non solo, si possono capire le ragioni di una sistemazione urbana di questo tipo dove la necessità di disporre d’acqua per attività artigianali o la gestione delle acque fluviali e degli scoli coabitava con il rischio costante di esondazione ed erosione delle sponde. I risultati raggiunti mostrano come la città, attraverso i secoli, si sia accresciuta su sé stessa innalzando via via la sua altezza rispetto alla pianura alluvionale circostante. La struttura interna è invece data da stratificazioni sovrapposte, a costituire un complesso sito pluristratificato».