Università e scuola

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Gli Orazi e Curiazi, 2.000 anni dopo nelle parole di Vacis e Tarasco

21 settembre 2017

Ultimi giorni di prove per i giovani attori che domenica 1 ottobre a Palazzo della Ragione porteranno in scena, in un vero e proprio rave teatrale, Gli Orazi e i Curiazi, uno dei più importanti racconti tratti dall’opera dello storico Tito Livio riscritto da Bertolt Brecht per un suo dramma didattico. Lo spettacolo, allestito da Roberto Tarasco e diretto da Gabriele Vacis, con la partecipazione di Marco Paolini e di un centinaio di studenti dell’università e delle scuole superiori padovane, è il frutto di un lungo progetto iniziato lo scorso maggio e pensato in occasione delle celebrazioni per il bimillenario liviano che si sono svolte quest’anno.

Gabriele Vacis. Coordinare 100 ragazzi di età e formazione diversa e metterli in scena con un professionista come Marco Paolini. Come ci è riuscito?
Questo è un lavoro interamente fondato sull’ascolto e l’attenzione. Se le persone si ascoltano, si guardano, si prendono cura le una delle altre, non ci sono difficoltà perché capiscono le necessità e i bisogni degli altri e sanno, di conseguenza, come muoversi. Questi giovani, che hanno o meno precedenti esperienze nel teatro, hanno fatto in questo lungo percorso, un lavoro fortemente basato sulla presenza e sulla naturalezza. Può sembrare una cosa strana, ma quello che facciamo in questo tipo di teatro è ‘essere presenti a noi stessi’ e i ragazzi sono riusciti a farlo tra loro e anche con un professionista come Paolini, che grazie alla sua esperienza, ha saputo misurarsi, lavorare, amalgamarsi con loro perché è molto bravo – in primis - ad ascoltare.

Ha utilizzato anche per questo lavoro il metodo della schiera. Ci può spiegare qualcosa in merito?
La schiera è una pratica che allena all’ascolto.  Si comincia semplicemente con il camminare naturalmente, senza affettazioni, abbandonando tutti i cliché e le rigidità a cui siamo abituati. Sembra semplice ma è un lavoro enorme. Negli esercizi della schiera, ci sono elementi che vengono dallo yoga, dalla meditazione, dalla bioenergetica di Lowen; c’è un po’ di tutto, inteso come distillazione di percorsi, che passano attraverso e soprattutto le pratiche dei maestri del Novecento da Stanislawski a Grotowsky, del cui lavoro, in qualche modo, siamo gli eredi. Quello che facciamo è far diventare spettacolo proprio questo. Questa non è preparazione allo spettacolo. I ragazzi non sanno esattamente quello che faranno quella sera, c’è un margine di improvvisazione molto ampio dentro alla schiera che pone regole molto precise e rigorose a cui i ragazzi devono attenersi. E queste regole servono proprio a far scattare la loro creatività.

Rispetto all’opera di partenza, come ha lavorato?
Le giornate si dividono in momenti di lavoro pratico e teorico. Al mattino una ventina di ragazzi di questo grande gruppo segue un laboratorio di drammaturgia durante il quale, a partire dall’estrazione di testi e temi dall’opera di Brecht viene chiesto loro, di raccontare le loro storie. Su queste ci si confronta, si comunica, si parla di realtà e di vissuto e non di opinioni.

Il lavoro con i giovani è diventata una parte molto importante della sua esperienza professionale e anche in questo progetto sono loro i protagonisti.
L’idea di partenza era quella di coinvolgere gli studenti perché questa è la loro festa e perché questo è un teatro che include, non che esclude. Lavorare con i giovani ci interessa particolarmente perché oggi ce n’è tanto bisogno. Settanta anni di pace ci hanno garantito una ricchezza, una fortuna straordinaria di cui nessun popolo, o pochi altri, hanno potuto godere. Come salvaguardiamo i prossimi? Questi primi 70 ci hanno dato o tolto la forza per garantire gli anni che verranno? La mia impressione è che viviamo in un eccesso di sicurezza che in realtà non esiste, in una pretesa di certezza che indebolisce in particolare i giovani. Per questo credo che si debba fornire ai giovani gli strumenti per stare allerta, non come un sergente, ma per essere in attenzione rispetto a quello che ci succede intorno, rispetto allo spazio, alle persone, al tempo. E credo che molto si possa fare anche attraverso l’ascolto e l’attenzione.

Cosa l’ha spinta ad accettare questa ‘sfida’?

Per prima cosa devo dire che è impossibile dire di no alla professoressa Annalisa Oboe. È una persona di un’intelligenza e di una sensibilità straordinaria, come lo è il rettore. Ma anche l’ambiente di questa università che è un po’ particolare e che per me è l’università per eccellenza. E insieme il fatto che siamo in Veneto, un territorio vivo, vivace, attivo dove ho e abbiamo già lavorato diverse volte. E poi Padova che è una città in cui io sto personalmente bene, che mi rigenera.

Roberto Tarasco. Come saranno questi Orazi e Curiazi 2.000 anni dopo?
Speriamo che siano innanzi tutto un’iniezione di fiducia e coraggio perché le storie di Tito Livio erano proprio questo.
Dopo molti anni in teatro, ho definito il mio lavoro di allestitore ‘scenofonia’ perché credo che la musica, i suoni, i rumori siano la dimensione realmente più vicina a chi guarda. Con i suoni si possono evocare oggetti (anche se questi non sono presenti in scena), stagioni, sentimenti, ricordi; quindi, anziché costruire bellissime scenografie di cartapesta, costruisco ambienti sonori abitati dagli attori. Ecco perché, anche in questo spettacolo, il suono sarà grande protagonista, così come lo saranno i luoghi in cui verrà rappresentato, che non hanno bisogno di nessun artificio. Palazzo della Ragione è una scenografia naturale stupenda, è un luogo fantastico che parla da sé.
Credo sia importante nel teatro di oggi recuperare più che la rappresentazione, l’evocazione proprio com’era nel teatro antico, luogo di connessione e comunicazione. Oggi lo spettacolo lo puoi fare in televisione, al cinema, su internet. A teatro invece, la cosa più importante per me è il momento di incontro, di dialogo, di irripetibilità che solo questa forma d’arte può dare.
Nel teatro antico gli spettatori, per la disposizione stessa della struttura, si guardavano, si riconoscevano, comunicavano tra loro. Lo spettacolo si faceva alla luce del sole e aveva non solo funzione di intrattenimento ma anche educativo. Forse nell’ultimo secolo si è perso un po’ il senso di questo atto originario che credo invece, vada recuperato perché se oggi il teatro ha una possibilità di vivere e esistere nell’epoca del cinema, della televisione e dei nuovi media è proprio nel recupero del suo atto iniziale che è quello di un momento d’incontro, di nascita.

Francesca Forzan