Scienza e ricerca

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Non siamo più figli delle stelle

10 agosto 2017

Lo dice la scienza, ma il fenomeno è percepibile oramai da chiunque: le stelle in cielo si vedono sempre di meno. Secondo l’Atlante mondiale dell’inquinamento luminoso pubblicato sulla rivista Science Advances, la Via Lattea è visibile solo a un terzo dell’umanità. Quasi tutta la popolazione mondiale (l’80% del totale) vive sotto un cielo inquinato da luci artificiali che impedisce la vista del cosmo in tutta la sua bellezza.
L’inquinamento luminoso consiste nell’irradiazione di luce artificiale verso la volta celeste; un problema serio che, non solo incide sulla naturale bellezza del cielo, ma che ricade in modo diretto e indiretto sull’intero pianeta, sull’ambiente, la salute degli animali e dell’uomo. “Stiamo perturbando l’ambiente – spiega Sergio Ortolani, docente di Astronomia all’università di Padova – il nostro e quello in cui vivono molti animali che a causa dell’eccesso di illuminazione lasciano il loro habitat naturale modificando abitudini e bisogni fino a volte, a morire. Ma l’esposizione alla luce, sempre più frequente anche di notte, mette a rischio anche la salute dell’uomo. Nelle luci a led infatti, sempre più utilizzate in molti ambienti (per strada, nelle nostre case, nei nostri giardini, nei fari delle macchine, nella tecnologia…) c’è una distribuzione dei colori piuttosto complessa e c’è un picco del blu. L’esposizione prolungata a questo tipo di luce, e in particolare al blu, comprometterebbe l’ orologio biologico dell’ organismo provocando danni al nostro sistema”.

Il cielo stellato, come tutte le bellezze della natura, è un patrimonio e deve essere tutelato. “La percezione che l’inquinamento luminoso sia un danno reale, è molto recente – spiega Ortolani -. Ora coinvolge di più l’opinione pubblica perché sta raggiungendo livelli molto elevati. Privare i cittadini della visione del cielo, è un problema culturale, ma anche artistico, scientifico, economico e sanitario. In questi anni non solo la Via Lattea è stata cancellata dal nostro cielo, ma sono sempre meno visibili anche le cosiddette ‘stelle cadenti’ e le aurore, fenomeni naturali bellissimi che nei secoli scorsi si potevano ammirare anche nei ‘cieli di Padova’, come riportano gli annali storici. L’inquinamento luminoso inizia infatti a svilupparsi con l’invenzione di Edison della lampadina elettrica (inizio del Novecento) e, contemporaneamente al diffondersi  di questa nuova scoperta, il cielo è andato via via ‘oscurandosi’”.

I dati dell'Osservatorio permanente regionale sul fenomeno dell’inquinamento luminoso, di cui fa parte lo stesso Ortolani, mostrano che Spagna e Italia sono i Paesi in Europa con i numeri più alti quanto a consumo di energia pubblica per illuminazione (90 chilowattora in Italia) e numero di punti luce per abitante (0.15).  In Germania, il consumo è di 48 chilowattora, mentre i punti luce sono 0.11 per abitante.
L’Osservatorio, istituito con la legge regionale del Veneto del 2009 “Nuove norme per il contenimento dell’inquinamento luminoso, il risparmio energetico nell’illuminazione per esterni e per la tutela dell’ambiente e dell’attività svolta dagli osservatori astronomici”, con la collaborazione dell’università di Padova e di Arpa Veneto, si occupa degli effetti, del controllo, dell’analisi dell'inquinamento luminoso e della razionalizzazione degli impianti.
“Secondo gli studi svolti a partire dal 2011, gli impianti in Veneto continuano a crescere dell’1-2% ogni anno – spiega il docente; ma c’è di buono che i progetti per i nuovi impianti ora vengono preventivamente inviati all’Osservatorio per un controllo. E un impianto ben progettato inquina molto meno e riduce le spese. Nella nostra regione in cinque anni, nonostante l’aumento dei punti luce per pubblica illuminazione sia del 7% tra il 2010 e il 2013, grazie all’installazione di impianti più virtuosi, sono stati risparmiati circa quattro milioni di euro”.

Dal Rapporto stilato nel 2015 emerge che le fonti dell’inquinamento in Veneto sono per metà di derivazione pubblica: provengono in particolare dalle strade extraurbane. E per metà di derivazione privata (attività commerciali, insegne pubblicitarie, illuminazione di giardini e palazzi ...). Emerge inoltre che, tra i comuni che dal 2010 al 2013 hanno aumentato o diminuito il consumo energetico per illuminazione, il 42% ha comunque speso di più e il 58% di meno. Numeri che testimoniano come ancora il concetto di risparmio economico derivato dalla riduzione del consumo energetico per pubblica illuminazione, sia ancora poco compreso.

“Usiamo la luce artificiale troppo e male ma il tempo e l’impegno possono aiutarci a riprenderci la bellezza del nostro cielo. Tutti possiamo contribuire – continua Ortolani – non solo le amministrazioni e i privati proprietari di grandi siti chiamati ora, come previsto dalla legge, a progettare impianti d’illuminazione secondo criteri ben precisi. Come privati cittadini possiamo fare molto; dobbiamo per prima cosa segnalare sprechi e abusi, ma anche controllare i nostri stessi impianti in casa o in giardino preferendo lampade a basso consumo e schermate che illuminino l’ambiente quanto e dove serve, ma anche spegnere le luci quando non sono necessarie”.

Francesca Forzan