Scienza e ricerca

Scienza e ricerca

Un milione e mezzo di euro per studiare le staminali pluripotenti

15 novembre 2016

Ha 36 anni, dirige un laboratorio di sette persone e, da quest’anno, ha a disposizione quasi un milione e 500.000 euro per studiare il metabolismo delle cellule staminali pluripotenti, nell’ambito del progetto MetEpiStem-Dissecting the crosstalk between metabolism and transcriptional regulation in pluripotent stem cells. Lui è Graziano Martello del dipartimento di Medicina molecolare dell’università di Padova, vincitore di un Erc Starting grants, un finanziamento europeo destinato a “ricercatori promettenti che hanno dimostrato di avere il potenziale per diventare leader indipendenti della ricerca”.   

Dopo il dottorato in Genetica e biologia molecolare dello sviluppo conseguito all’università di Padova, nel corso del quale si è occupato di Rna non codificanti implicati nello sviluppo embrionale e nella progressione tumorale, nel 2010 Martello decide di andare a Cambridge per un post-doc nel laboratorio di Austin Smith, struttura leader del settore, per approfondire le sue conoscenze sulle cellule staminali pluripotenti di tipo embrionale. Dopo quattro anni torna in Italia. A Padova avvia il proprio laboratorio di ricerca grazie a due importanti finanziamenti, il Career Development Award della Armenise-Harvard foundation (un milione di dollari per cinque anni) e un DTI Career Development della fondazione Telethon (300.000 euro per cinque anni). L’esperienza all’estero gli consente di fare un bilancio. “Avendo frequentato anche strutture straniere, posso affermare che nel nostro Paese esistono università di ottimo livello. Senza contare che, per me, la qualità di vita in Italia è migliore”.

Nel suo laboratorio Martello, con sei collaboratori e altri in arrivo grazie al finanziamento Erc, studia le cellule staminali pluripotenti, particolarmente interessanti grazie alla loro capacità di autorinnovarsi e differenziarsi in qualsiasi cellula presente nel corpo. Il gruppo di ricerca ne studia la biologia e ora, in particolare, si focalizzerà sul loro funzionamento, un aspetto poco esplorato fino a questo momento, ma importante per capire meglio come generare e utilizzare queste cellule. Il gruppo, inoltre, utilizza le staminali pluripotenti per generare “modelli di malattia”: in pratica le cellule di un paziente con una particolare patologia (le cellule della pelle ad esempio) possono essere “riprogrammate” in laboratorio per comportarsi come cellule staminali pluripotenti. In questo modo gli scienziati possono studiare il loro sviluppo ed esaminare ciò che accade nel corso della patologia: le cellule staminali così ottenute sono portatrici ad esempio degli eventuali difetti genetici che causano la malattia e che gli scienziati possono indagare. Martello e i suoi collaboratori studiano la patogenesi delle malattie neurodegenerative e ora, in particolare, stanno “modellando” la malattia di Huntington.  

“Le competenze in materia di cellule pluripotenti del laboratorio trovano perfetta complementarietà in quelle dell’università di Padova. Numerosi gruppi del nostro Ateneo, infatti, spiccano nel panorama internazionale nell’ambito della biologia dei mitocondri e del metabolismo. Si sono quindi create collaborazioni e sinergie fondamentali per lo svolgimento di questo progetto”.

Graziano Martello non nasconde l’impegno e la determinazione necessari per arrivare a questi risultati. “La nostra è una professione che si fa per passione. Si deve essere disposti a lavorare anche 15 ore al giorno e a rinunciare ai weekend. Si deve lavorare duro e scegliere i laboratori migliori in cui imparare. Poi non manca una componente di fortuna: un’idea può essere migliore di un’altra o qualcuno può arrivare prima di te, anche se di poco”. Il ricercatore sottolinea l’importanza di fare esperienza all’estero. “Dal mio punto di vista non è del tutto esatto parlare di “fuga dei cervelli”: se un giovane acquisisce nuove conoscenze e competenze in un Paese diverso dal proprio, al suo rientro arricchisce la nazione”. Il problema risiede piuttosto nella difficoltà a ritornare in Italia a svolgere il proprio lavoro di ricerca.    

M.Pa.