Scienza e ricerca

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Melanoma, nuove scoperte per la cura del tumore

3 luglio 2017

“Hello”. “Buongiorno, chiamo dall’università di Padova per l’intervista”. “Ah sì, buongiorno”. Sara Valpione saltella velocemente dall’inglese all’italiano. In quel momento la trovo a Manchester, dove lavora come oncologa, pochi mesi fa era all’università di Padova a discutere la tesi di dottorato in oncologia e oncologia chirurgica. Di lì a poco è volata a Chicago, al meeting dell’American Society of Clinical Oncology che riunisce circa 30.000 esperti da tutto il mondo: tutte le novità nel campo della lotta ai tumori passano da lì. Lei presentava una ricerca su un sottotipo particolare di melanoma che le è valsa il Merit Award 2017 della Conquer Cancer Foundation. Uno studio, il suo, che potrebbe avere ripercussioni sul tipo di trattamento attualmente somministrato ai pazienti.

I melanomi, causati dalla trasformazione tumorale delle cellule che producono la melanina, sono particolarmente aggressivi e ultimamente in aumento. In Italia si contano circa 13 nuovi casi all’anno per 100.000 donne e 14 nuovi casi per 100.000 uomini. Il 40-50% di questi pazienti presenta una mutazione genetica, la mutazione del gene Braf, e proprio su questo sottogruppo si sono concentrati gli studi della giovane dottoressa.  

La terapia che oggi viene seguita prevede l’impiego di farmaci Braf-inibitori e va a colpire la proteina prodotta dal gene mutato. Una volta interrotto però, il trattamento non può essere ripetuto, perché finora gli studi che ne hanno verificato l’efficacia hanno testato la terapia somministrandola una sola volta. Per questo la classe di farmaci non è registrata per essere riutilizzata. A questo punto entra in gioco Sara Valpione che verifica invece se possano esistere o meno benefici nel somministrare la terapia una seconda volta. Raccoglie dati da 116 pazienti trattati in 14 centri distribuiti in Europa, Stati Uniti e Australia e l’esito è positivo.

L’obiettivo ora è riuscire a ottenere l’autorizzazione a utilizzare il trattamento nella modalità sperimentata. Al Christie Nhs Foundation Trust di Manchester, dove la giovane lavora e ha condotto la ricerca, ci si sta muovendo in questa direzione. Tanto più che i risultati ottenuti sono stati confermati anche da uno studio pubblicato recentemente su Lancet Oncology e condotto da ricercatori belgi su un gruppo indipendente di 25 pazienti.

Se questo è il lavoro che ha ricevuto l’importante riconoscimento a Chicago, non è l’unico progetto a cui si sta dedicando l’oncologa. A Manchester divide il suo tempo tra gli ambulatori del Christie Nhs Foundation Trust e il Cancer Research UK Manchester Institute, dove da otto mesi ha iniziato una nuova linea di ricerca sull’immunoterapia per pazienti affetti da melanoma. Il suo scopo è isolare nel sangue dei pazienti dei biomarcatori che aiutino a capire se la cura è efficace o meno fin dai primi momenti. Si tratta di terapie che, oltre a essere costose, possono causare tossicità e dunque si rivela importante individuare precocemente chi può beneficiarne, anche per evitare di somministrare un trattamento che magari può risultare inefficace.

Sara Valpione lavora nella città inglese dal 2015, anno in cui vince una borsa di studio della European Society of Medical Oncology (Esmo) con il progetto che poi l’ha premiata. Sempre a Manchester svolge la seconda parte del dottorato che aveva iniziato nell’ateneo padovano, dopo la specializzazione in oncologia conseguita nel 2014. A Padova ha frequentato le strutture di ricerca e assistenza dell’Istituto oncologico veneto dove ha lavorato a un progetto sul melanoma in pazienti trattati con immunoterapia sotto la supervisione di Vanna Chiarion Sileni, responsabile dell’unità di Oncologia del melanoma e dell’esofago. A seguirla in tutto il percorso la coordinatrice del dottorato, Paola Zanovello, che la giovane oncologa considera la propria “mentore”.   

E ora che riserva il futuro? “Per poter accettare il finanziamento dell’Esmo ho dovuto lasciare il posto di medico a contratto che avevo all’Istituto oncologico veneto e a gennaio terminerò anche il contratto al Christie Nhs Foundation Trust. Valuterò eventuali proposte, ma di una cosa sono certa: ciò che voglio fare nella vita è continuare a dedicarmi alla ricerca clinica e traslazionale ad alti livelli”. Forte anche di una preparazione a Padova che a livello internazionale sente molto competitiva.

Monica Panetto