Università e scuola

Una veduta di Rabat. Foto: Monica Gumm/laif

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Marocco, il nuovo hub universitario dell'Africa

26 settembre 2017

Nonostante l’uso della lingua inglese sia indubbiamente dominante a livello globale nell’istruzione universitaria, il Nordafrica rimane una delle regioni dove questa stenta ad affermarsi come lingua veicolare. In Africa, a muovere i grandi numeri di studenti internazionali è infatti la nazione più diffusamente anglofona, il Sudafrica: divenuto un vero e proprio hub, il suo sistema universitario conta circa il 15% di giovani stranieri, provenienti soprattutto da Zimbabwe, Namibia, Botswana e Lesotho.

Nelle nazioni del Maghreb – Algeria, Libia, Marocco e Tunisia – in particolare, il francese e l’arabo rimangono le lingue dominanti. Qui si impernia il secondo hub accademico africano che, seppur con una capacità d’attrazione molto minore rispetto al Sudafrica, ospita circa 18.000 studenti africani stranieri. Grazie a una politica di supporto alla formazione universitaria, il Marocco è divenuto infatti negli ultimi anni una destinazione sempre più appetibile. Secondo i dati del ministero marocchino per l’università, la ricerca e la formazione, gli africani che hanno scelto di studiare in Marocco vengono soprattutto dalla Mauritania, dal Senegal, Costa D’Avorio, Mali, Guinea e Gabon, ma – a sorpresa - anche dal Kenya e dalla Nigeria. Sono cresciuti senza sosta negli anni: erano 1.040 nel 1994, 5.000 nel 2004 e superano i 18.000 oggi.

Secondo l’Agenzia di cooperazione internazionale marocchina, ossia l’ente che regola la collaborazione internazionale in tema di formazione e cultura, la crescita delle iscrizioni straniere alle università è il risultato di una politica ad hoc, che ha stretto accordi con diverse nazioni africane con il preciso obiettivo di reclutare studenti fuori dai propri confini. Inoltre, questi accordi prevedono non solo programmi di scambio per studenti ma anche per insegnanti, manager e dirigenti scolastici. Ad amplificare il risultato delle azioni specifiche in ambito universitario ha contribuito il saldarsi dei legami commerciali con altri stati del continente, che nel 2016 hanno generato circa un miliardo e 700 milioni di dollari in entrate (erano 641 milioni nel 2004).

I termini economici tornano in gioco nel condurre le scelte dei giovani, che nelle università marocchine sembrano apprezzare la disponibilità di borse di studio. Sono infatti circa 6.500 gli studenti internazionali che beneficiano di queste borse, offerte dall’Agenzia di cooperazione. I rimanenti, autofinanziati, scelgono per lo più istituti privati, senza il supporto dell’Agenzia, in buona parte specializzati in corsi di studio inerenti l’ingegneria, le lingue straniere e l’economia.

Oltre al sostegno economico, ad attirare i giovani è anche - e senza dubbio - la prossimità geografica, come pure la crescente qualità dell’offerta didattica, sia nelle università statali che in quelle private, che in molti casi offrono programmi molto simili agli istituti internazionali. Diverse università europee e statunitensi hanno aperto in Marocco dei branch campus specializzati nei corsi di studio che riscuotono maggior successo. È un’enfasi, quella verso le università private, che si registra molto recentemente nello stato magrebino ma che in Africa contribuisce a circa il 30% di tutta l’offerta universitaria. Il primo ateneo privato riconosciuto ufficialmente dal governo marocchino è stato, solo nel 2016, la Rabat International University; a maggio di quest’anno hanno ottenuto il riconoscimento altre otto istituti privati.

Sulla via dell’allineamento all’offerta didattica internazionale sta la partnership fra otto università marocchine, sia pubbliche che private, per il lancio di la piattaforma online gratuita MarMooc presumibilmente in ottobre 2019.

E se studiare all’estero implica necessariamente libertà di movimento, le frontiere marocchine offrono un accesso semplice e privo dei ferrei controlli sull’immigrazione presenti invece in molte altre nazioni, soprattutto europee. Un punto a favore, al momento, non da poco.

Chiara Mezzalira