Scienza e ricerca

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Il male sociale della paura dei vaccini

6 aprile 2017

Dal primo gennaio al 2 aprile 2017 i casi di morbillo in Italia sono saliti a 1.333, contro i 237 dei primi tre mesi del 2016. Il 32% di chi ha contratto la malattia ha avuto almeno una complicanza e il 39% è stato ricoverato. L’88% non era vaccinato. L’efficacia e la sicurezza delle vaccinazioni sono state ampiamente dimostrate, eppure c’è chi ancora nutre dei dubbi e non vaccina i propri figli. Ma quali sono le ragioni? Ad affrontare l’argomento è Andrea Grignolio nel libro Chi ha paura dei vaccini? (Codice Edizioni, 2016), finalista dell’edizione 2017 del Premio letterario Galileo per la divulgazione scientifica.   

Numerosissimi studi nel corso del tempo, senza contare i sistemi di monitoraggio internazionale, hanno dimostrato l’efficacia e la sicurezza dei vaccini. Perché dunque c’è chi ancora ne dubita o peggio li rifiuta?

Perché abbiamo perso la percezione del rischio delle malattie infettive. La generazione dei quarantenni attuali è la prima che ha avuto la fortuna di non avere contatti diretti sul lavoro o nelle scuole con persone offese dalla poliomielite o sfregiate dal vaiolo, o parenti deceduti per malattie infettive. Così non è stato per la generazione precedente. Per questa ragione la percezione sociale del rischio è svanita, ma il rischio reale rimane. Ce lo confermano i dati del bollettino delle malattie infettive (che ritornano) e quelli sul morbillo dei giorni scorsi. Si potrebbe dire, con una battuta di Rappuoli, che la scarsa percezione del rischio sia dovuta proprio al grande successo dei vaccini che hanno tenuto sotto controllo le malattie infettive. Queste non vengono più percepite come pericolose dalla popolazione e i vaccini non sono più ritenuti necessari.

Nel suo libro lei parla anche di “bias cognitivi”…

I cosiddetti bias cognitivi sono distorsioni del giudizio, errori di valutazione nel calcolo delle probabilità che agiscono a diversi livelli, non solo sul piano della salute ma anche nel mondo della finanza ad esempio. Diversi esperimenti dimostrano che noi siamo esseri con una razionalità limitata e questo si deve a ragioni evolutive. Per millenni l’uomo ha condotto una vita da cacciatore-raccoglitore e si è adattato a un contesto biologico che non prevedeva i problemi che la società della conoscenza oggi invece pone costantemente. Il nostro cervello non è stato selezionato per capire l’innovazione scientifica e per questo siamo disadatti a comprendere la modernità. 

Lei afferma che sono le fasce più istruite e benestanti a rifiutare le vaccinazioni. Perché?

Questo vale per il mondo occidentale, mentre bisognerebbe fare un discorso diverso per le altre popolazioni in cui invece subentrano ragioni di tipo religioso. I genitori istruiti sono quelli che si informano di più, ma contrariamente a quanto si potrebbe pensare un eccesso di informazione, specie se implica un calcolo dei rischi e delle probabilità, non ci aiuta a fare la scelta giusta e può portare a errori di valutazione (bias cognitivi). A ciò si aggiunga che questi genitori spesso cercano le informazioni in rete dove le bufale sono molte: se si inserisce il termine “vaccinazioni” su Google, più della metà dei risultati sono siti contro i vaccini. Infine, spesso questi genitori sono anche quelli che si curano con le medicine alternative come l’omeopatia, contrarie alle vaccinazioni.

Che ruolo hanno i media e la politica?

Media e politica dovrebbero avere un ruolo centrale. Quando la scienza arriva in modo corretto ai cittadini significa che i media e la politica hanno un ruolo sano e ben strutturato. In Europa penso sia l’Inghilterra a fare da esempio. Gli inglesi hanno molte strutture politiche che si occupano di una corretta divulgazione. La House of Lords produce dei dossier di indirizzo per la politica e guida diverse scelte delicate di impatto e rilevanza pubblica in tema di Ogm, vaccinazioni, sperimentazione animale. Esistono inoltre dei “consiglieri scientifici” (science advisors) sparsi su tutto l’asse politico, che fungono da mediatori tra i decisori politici e il mondo della scienza, cosa che in Italia manca. Se anche nel nostro Paese fossero esistite figure di questo tipo, fatti come Stamina o Di Bella non sarebbero potuti accadere.

In campo giornalistico, poi, si ritiene ancora che valga la par condicio su ogni argomento, ma questo è un errore perché su molti temi scientifici la par condicio non esiste ed è assurdo chiedere opinioni a persone non competenti in materia. Proprio per questa ragione, ad esempio, la Bbc ha definito un documento che su alcuni temi sensibili vincola i giornalisti a rispettare le competenze di ognuno e impedisce in questo modo ai ciarlatani di comparire in televisione.   

Alcuni medici (una percentuale molto esigua) esprimono dubbi sui vaccini. Il fatto che sia un uomo di scienza a manifestare perplessità può disorientare i cittadini…

Ciò che io chiedo sempre è una dimostrazione. Uno può anche sostenere che i vaccini siano inefficaci, ma si deve basare sui dati non sul metodo più antiscientifico che esista cioè sulla “propria esperienza”. L’esperienza al medico non dice nulla, servono casistiche e numeri certi.

Io ritengo che la maggior parte di questa esigua minoranza di medici esprima dubbi sui vaccini per interessi personali non perché ci crede veramente, dato che mancano totalmente dati contro le vaccinazioni. Penso che questi medici sappiano perfettamente che le vaccinazioni non fanno male, ma che sia piuttosto una mossa molto abile e astuta per avocare a sé tutta quella fascia di popolazione (con atteggiamento naturista) che ha un atteggiamento esitante nei confronti delle vaccinazioni. Chi si occupa di medicina alternativa dedica molto più tempo ai pazienti rispetto ai medici tradizionali, crea un’alleanza terapeutica, e questo è uno dei motivi principali per cui le persone optano per questi trattamenti. È una grande strategia per farsi un “parco pazienti” considerevole e si gioca in modo scorretto. Non credo che questi medici ritengano veramente che i vaccini facciano male, perché essendo medici non possono non possedere determinate conoscenze.

Cosa dire a un genitore che nutre dubbi sui vaccini?

Innanzitutto il consiglio è di non usare informazioni correttive. Non cerchiamo di demolire le sue credenze sbagliate sui vaccini, ma ignoriamole. Insistiamo piuttosto sui rischi delle malattie infettive. Si tratta solitamente di genitori ansiosi, che prestano molta attenzione alla salute dei propri figli: cerchiamo di spostare l’attenzione dalle false credenze al rischio reale delle malattie infettive. Parliamo dei rischi che i figli corrono a non essere vaccinati.

Il secondo punto importante è utilizzare una comunicazione il più possibile personalizzata e rivolta in modo specifico al proprio interlocutore (“tuo” figlio, il “suo rischio” di ammalarsi). È inutile fare appello all’immunità di gruppo, al genitore non interessa perché è focalizzato sulla salute del proprio figlio.

Vuole aggiungere altro?

In questi giorni si discute molto sull’obbligatorietà o meno dei vaccini. In realtà io non credo che l’obbligatorietà sia la panacea, a meno che non vi siano casi di scoppi epidemici gravi. Ritengo invece che l’importante sia formare i medici. Fino a qualche tempo fa la vaccinazione era obbligatoria, quindi il medico era abituato a pazienti che si mettevano in fila e si facevano vaccinare. Ora le cose sono cambiate, il medico deve farsi parte attiva e convincere in qualche modo parte della popolazione a essere vaccinata. Penso che bisognerebbe lavorare su questo, sulla formazione dei medici, perché la vaccinazione oggi non è più una cosa scontata.  

Monica Panetto