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Una veduta dall'alto della caserma Piave

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Da luogo di culto a caserma: la storia della Piave

30 novembre 2017

Un giornale padovano il 4 maggio 2017 così titolava: “Caserma Piave: finisce un’era, ne inizia un’altra”. Per questo nuovo inizio, che oggi vive un fondamentale e simbolico momento di passaggio, abbiamo pensato di presentare le immagini di un volumetto che Alessandro Cabianca, con il Gruppo 90 – Arte Poesia ed altre associazioni padovane, ha dedicato, qualche anno addietro, al patrimonio storico, architettonico, artistico e museale di Padova, gestito dal Ministero della difesa. Si tratta, oltreché della Caserma Piave - situata nel luogo del Convento dei domenicani e della demolita Basilica di Sant'Agostino, una chiesa tra le più belle ed imponenti di Padova, della Caserma De Bertolini, già  Ospedale militare, sita nell'area di un ex convento benedettino con due chiostri di pregevolissima fattura; della Caserma Barzon che, nel '400, fu un Collegio per studenti meritevoli e non abbienti denominata Collegio pratense; di Palazzo Zacco, nell'ottocento Collegio per studenti Armeni, poi sede del Circolo unificato dell'Esercito;  dello storico Palazzo Camerini, già  residenza del Cardinale Bembo, dove è allestito il Museo della III^ Armata.

La Caserma Piave, dopo anni di attesa da parte di molti, in primis degli abitanti del quartiere, ora ha finalmente un futuro certo e definito: diventerà campus universitario, con un generale apprezzamento per una scelta che, nei modi con cui è stata attuata, sancisce e rinsalda uno storico e particolare rapporto tra esercito e città, consolidatosi fortemente cento anni, fa dopo la disfatta di Caporetto, quando Padova divenne “capitale al fronte”. Questo rapporto esisteva, in verità, da molto tempo, ma fino all’annessione del Veneto al Regno d’Italia, nel 1866 - e in particolare per la componente docente e studentesca universitaria - era di segno esattamente opposto (basti solo pensare all’8 febbraio 1848).

Una delle pagine più nere di quel periodo è costituita proprio dalle vicende storiche che hanno dato origine alla Piave. Per capirlo, occorre richiamare le ragioni di una così forte presenza di strutture militari in tanti edifici antichi del centro storico, ed in particolare, ecclesiastici. La prima sta, come noto, nelle soppressioni e demanializzazioni dei beni ecclesiastici del periodo napoleonico e post-napoleonico: operazioni compiute dalle autorità francesi, austriache e poi italiane, che hanno privilegiato la dislocazione in città di numerose strutture militari in un periodo di guerre continue. Per avere un'idea della vastità del fenomeno si può utilizzare la pianta di Padova realizzata da Giovanni Valle pochi anni prima, nella quale sono impressionanti il numero e le dimensioni degli insediamenti religiosi presenti in città. In quella contingenza strica, tutti gli insediamenti monastici (una trentina) e una buona parte delle altre chiese (parrocchie, oratori pubblici, ecc.) subirono la stessa sorte. Per fare solo alcuni esempi, i grandi monasteri e conventi cittadini, S. Giustina (benedettini), il Santo (francescani), S. Agostino (domenicani), gli Eremitani (agostiniani), S. Maria dei Servi (serviti), S. Gaetano (teatini); e così pure alcune antiche chiese parrocchiali (come S. Luca, S. Martino, S. Giorgio, S. Lorenzo).

Il destino di queste chiese con l’andar del tempo fu vario: alcune vennero riconsegnate al culto, altre furono destinate a servizi pubblici (ospedali, scuole, uffici, ecc.), altre ancora vennero vendute a privati e trasformate in edifici civili o abbattute. In alcuni di questi antichi complessi religiosi si insediarono strutture militari, a volte per un periodo limitato (come nel caso del Santo), altre volte in modo permanente, fino ai nostri giorni (come a S. Giustina, S. Agostino, S. Giovanni di Verdara, S. Prosdocimo).

Nell’area della Caserma Piave, fino ai primi anni dell’ottocento, sorgevano l’antica Chiesa di Sant’Agostino e il convento dei frati domenicani che abbiamo visto in una delle poche immagini storiche (solo esterne) della chiesa, quella tramandata dall'incisione di Marino Urbani, mentre per l'interno ci si può affidare solamente alla documentazione scritta analizzata con finezza e rigore critico da Cesira Gasparotto e Monica Merotto Ghedini. Dai loro studi risulta che la Chiesa fu costruita fra il 1227 e il 1303 dai frati Domenicani nella parte sud occidentale della città, chiamata Valverde. Opera dell'architetto Leonardo Murario, detto il Rocalica, la basilica venne eretta col patrocinio di Nicolò di Boccassio, vescovo di Padova e futuro papa Benedetto XI. Descritto da Pietro Selvatico come "il più bell'edificio del medio evo che avesse Padova dopo la basilica di Sant’Antonio”, rivestì un ruolo di primo piano nella religiosità della città Veneta, soprattutto nel Trecento. La Chiesa assurse a “Pantheon degli uomini illustri”, beneficiando delle elargizioni dei Carraresi e delle famiglie patavine più ricche e influenti che, per celebrare le loro glorie, la abbellirono con diciassette altari, con preziose opere d’arte e con dipinti e affreschi del Guariento e del Semitecolo. I Da Carrara, signori di Padova dal 1318 al 1405, la scelsero per ospitare le spoglie di alcuni esponenti illustri della famiglia. Vi si potevano trovare, tra le altre, le tombe di Jacopo II, Ubertino III e Jacopo V, le quali vennero traslate alla chiesa degli Eremitani per salvarle dalla distruzione. Qui era sepolto anche Pietro d’Abano e nella Cappella di S. Stefano si trovavano le sepolture di svariati membri della famiglia Buzzaccarini, potentissima durante la signoria carrarese, a partire da Arcoano Buzzaccarini, cognato di Francesco I Da Carrara, e suo figlio Francesco.

Pietro Selvatico elogiò l'architettura "seria e robusta" di Sant’Agostino tipica delle chiese maggiori dei domenicani e ravvisò molte somiglianze tra questa e la chiesa di S. Nicolò di Treviso, pure annessa ad un convento domenicano e costruita col patrocinio dello stesso Nicolò di Boccassio.  Sul lato occidentale della chiesa sorgeva il convento con due chiostri adiacenti. Il chiostro non più esistente, denominato dei “morti”, dal 1687 fu spesso impraticabile per le frequenti e abbondanti infiltrazioni d’acqua, ed era in comunicazione con il secondo chiostro di pianta rettangolare attraverso il corridoio centrale, ancora oggi visibile. Il secondo chiostro dopo l’incendio del 1332, che distrusse anche l’importante biblioteca del convento, fu ricostruito nel 1354 e adibito a dormitorio per gli studenti di teologia.

Nel 1489 iniziò un altro rifacimento di questo Chiostro, che i domenicani chiamavano “hortus magnus”. Con quest’ampliamento il convento poteva contare su sessantasei camere abitabili. Nell’“hortus magnus” trovavano posto il Sindaco e il procuratore del Convento, la barberia, il refettorio, il luogo dell’inquisizione e la nuova biblioteca, che nel 1554 fu posta al piano rialzato secondo le usanze domenicane del tempo, e ancora ampliata nel secolo successivo. Al pianterreno dell’“hortus magnus” in una stanza, sopra la porta di comunicazione fra due locali, c’è una piccola nicchia dov’è visibile un frammento di affresco con due figure di Angeli che i critici d’arte ritengono faccia parte di una “Pietà”, attribuita a Guariento d’Arpo, che nel periodo compreso fra il 1350 e il 1360/65, aveva lavorato in Padova agli “Eremitani” e alla Cappella Carrarese in Sant’Agostino. Il cortile interno del Chiostro è contornato da un portico caratterizzato da una copertura con volte a crociera su ciascuna campata. [Le colonne che reggono gli archi sono trenta (ventinove in pietra bianca d’Istria e una in marmo rosa).] Lo stile delle colonne e dei capitelli indica che la loro fattura è di epoca quattrocentesca, il periodo in cui il chiostro fu ampliato.

Il chiostro della caserma Piave. Foto: Massimo Pistore

Negli anni 70/80 del novecento problemi di staticità hanno imposto il rafforzamento delle arcate con muri che, riducendo il foro delle arcate e inglobando, di fatto, le colonne, hanno tolto leggerezza all’intero edificio.


La trasformazione del Monastero in infrastruttura militare risale alla dominazione francese del Veneto quando, dopo la pubblicazione delle leggi napoleoniche anticlericali, molti beni della Chiesa furono confiscati e fra essi anche l’edificio sacro dedicato a Sant’Agostino, attiguo al convento dei Domenicani; quadri, statue, suppellettili vennero destinati ad altre chiese della Diocesi.

Si sa che nel 1806 un battaglione del 92° Reggimento di fanteria francese era acquartierato nel convento dei Domenicani. Con la soppressione del sito conventuale prospiciente la Chiesa, l’area divenne d’interesse militare. Nel 1813, con l’insediamento degli austriaci a Padova, l’antica Chiesa, ormai sconsacrata, fu adibita a deposito per il fieno. Tra il 1819 e il 1822 il Genio Militare austriaco, in concomitanza con la ristrutturazione dell’Ospedale Militare, che già aveva sede nell’ex convento dei Domenicani e che doveva essere ampliato per consentire di ospitare almeno 500 ricoverati, demolì la Chiesa di Sant’Agostino e cinse la zona d’interesse militare con un muro. Il materiale laterizio venne riutilizzato per l'edificazione dell’ospedale. Le colonne interne della basilica vennero usate nel pronao del nuovo macello comunale, opera di Giuseppe Jappelli, poi sede del Liceo Artistico "Pietro Selvatico"; le due arche carraresi, originariamente nel coro della chiesa, vennero trasportate agli Eremitani, così come frammenti di affreschi di Guariento; gli stipiti scolpiti del portale duecentesco della chiesa sono ora ai Musei Civici di Padova.

Nel corso della seconda e terza dominazione austriaca vennero costruiti all’interno della caserma manufatti di vario genere. Il complesso (l’ex convento) venne adibito, fino al 1866, ad Ospedale Militare, che fu poi trasferito in via S. Giovanni da Verdara, e per la rimanente parte a caserma di cavalleria.


L’11 luglio 1866, con l’ingresso in città del quinto squadrone del reggimento Lancieri al comando del capitano Vittorio Emanuele Dario Delù, finiva la dominazione austriaca su Padova ed a quel primo soldato italiano che aveva messo piede entro le mura padovane, l’Amministrazione comunale concesse la cittadinanza onoraria.

All’entrata nel Regno d’Italia, Padova compiva dunque un primo atto di gratitudine nei confronti dell’Esercito ed iniziava, anche per la sua collocazione geografica, una collaborazione che, nel tempo, ne ha fatto una delle città in cui il legame con l'Esercito è divenuto particolarmente significativo. Dal secondo Ottocento Padova ospitava importanti reparti militari che con l’ingresso nella prima guerra mondiale furono prontamente mobilitati per prendere parte al conflitto. Il comandodella 10ª divisione territoriale era in città già da oltre un lustro, proveniente da Cagliari: esso aveva sede a palazzo Zacco, lo storico edificio progettato da Andrea Moroni. Il 58° reggimento fanteria, che con il 57° costituiva la brigata “Abruzzi”, era invece acquartierato a Padova fin dal 15 settembre 1909 presso la caserma Vittorio Emanuele III (ora “Salomone”), sita in Prato della Valle a lato della basilica di S. Giustina. La presenza del reggimento “Lancieri di Milano” nella caserma Principe Amedeo di riviera Paleocapa – così si chiamava allora la Piave - era particolarmente significativa perché continuava una tradizione che fin dal 1867 voleva l’alloggiamento nella nostra città di almeno un’unità di cavalleria. Il 20° reggimento artiglieria da campagna, dislocato nella città del Santo dall’anno 1889, era alloggiato in riviera San Benedetto presso la caserma Antonio Ferrero, poi Giacomo Prandina, indi parco cittadino. In tale edificio nel 1917 fu collocato anche il comando di difesa contraerea. Non potevano infine mancare i reparti alpini che avevano due battaglioni del 7° reggimento, il “Pieve di Cadore” e il “Belluno”, acquartierati in via Savonarola presso la caserma San Marco, successivamente tornata all’originaria destinazione di collegio universitario, l’attuale don Mazza.

Padova era dunque una città al centro di un territorio ormai militarizzato. La militarizzazione delle città del Veneto centrale e del Friuli risaliva al progressivo inorientamento del dispositivo militare nazionale, progressivamente spostato dalla frontiera francese a quella austriaca, che specialmente dopo il 1908 accompagnava una politica estera sempre più ambigua e scettica nei confronti dell’alleanza con l’Austria-Ungheria, spingendo a rielaborare frettolosamente strategie difensive e fortificazioni. Nel 1911 oltre 32mila soldati vivevano sul territorio, con un soldato in media ogni 100 civili, facendo del Veneto la regione con la più forte presenza militare sull’intero territorio nazionale dopo il Piemonte. A Padova la popolazione in uniforme era pari a circa 3.000 unità, meno del 5% dei residenti nel loro complesso, ma concentrati in pochi luoghi come le grandi caserme, tutte disposte all’interno delle mura del centro storico. La massiccia «riconversione patriottica» del mondo studentesco all’alba del XX secolo, che aveva portato anche in Veneto al fiorire di formazioni volontarie paramilitari universitarie e liceali (a Padova il battaglione «San Giusto») aveva attenuato ampiamente la tradizionale diffidenza tra università e caserma, segnando il saldarsi di due segmenti particolarmente efficaci nel controllo dello spazio urbano e accomunati da un radicale odio verso la variegata galassia di ciò che era definito l’«antipatriottismo». Queste condizioni fecero di Padova una
delle grandi capitali dell’interventismo tra il 1914 e il 1915.


Questo rapporto si consolidò nell'ultimo anno della Grande Guerra, quando Padova fu a buon diritto considerata "Capitale al fronte". Nell'ottobre del 1917, nella fase successiva allo sfondamento austro-tedesco a Caporetto, vi si trasferirono il Re, Vittorio Emanuele III, ed il Comando Supremo. Tale permanenza durò solo poche settimane poiché ben presto il Generale Diaz – altro atto molto significativo nel rapporto tra esercito e città - si rese conto che le continue incursioni aeree erano divenute motivo di grande pericolo per la popolazione e così decise l'allontanamento del suo Comando dalla città, stabilendo che si trasferisse ad Abano presso gli Alberghi Trieste (attuale Trieste & Victoria) ed Orologio, dove furono sistemati gli Uffici principali, mentre a Padova furono lasciati solo alcuni uffici minori.

Come detto, dal 1866, dopo il passaggio del Veneto al Regno d’Italia, la caserma austriaca divenne una “Regia caserma” intitolata al “Principe Amedeo”, nella quale fino al 1934 si avvicendarono dodici Reggimenti di cavalleria, che conferirono all’infrastruttura una specifica impronta, non cancellata dai numerosi rifacimenti e ristrutturazioni effettuate nei decenni; infatti, sono ancora visibili i vecchi e tipici edifici del XIX secolo adibiti a scuderie, con all’esterno gli anelli per legare le briglie dei cavalli, l’imponente cavallerizza e gli abbeveratoi di marmo.


La tradizione della città di Padova ad essere sede di importanti Comandi proseguì negli anni sino al secondo dopoguerra. Dal 26 ottobre 1934 all’8 settembre 1943 la caserma “Principe Amedeo di Savoia” fu sede del 5° Reggimento artiglieria controaerei autocampale. L’11 marzo 1944 la caserma e il “Quartiere d’artiglieria” (oggi caserma “Prandina”) furono oggetto di bombardamento da parte di aerei Alleati. Nel dopoguerra, la caserma, assunse la denominazione “Piave”, divenendo nuovamente sede del 5° Reggimento controaerei che lasciava definitivamente l’infrastruttura il 7 settembre 1949, per essere trasferito nella caserma “E. Matter” di Mestre. In seguito, la caserma è stata sede di vari Enti territoriali.

La caserma “Piave” è l’infrastruttura militare più nota in città, perché è stata sede, per molto tempo, del Distretto Militare, punto di riferimento per decine di migliaia di giovani coscritti.
Il Distretto Militare, dal 1 luglio 2007, si è riconfigurato in Centro Documentale, che raccoglie, all’interno di un archivio realizzato in quella che fu la “cavallerizza”, oltre 1.500.000 fascicoli delle varie classi di leva delle province Venete (a partire dal 1859). Dal 1990 al 2001 la caserma è stata anche sede del Comando Leva Reclutamento e Mobilitazione della Regione Militare Nord Est che, all’atto dello scioglimento avvenuto nel 2001, si è trasformato in Comando RFC Regionale “VENETO”. Il Comando, dal 1 luglio 2007, ha assunto la denominazione di Comando Militare Esercito “VENETO” dalla quale dipendono i Centri Documentale di Padova e di Verona. Dal 1 gennaio 2012 il Comando Militare Esercito “VENETO” ha assunto la funzione di Comando Interregionale con alle dipendenze anche i Comandi Militari Regionali del Trentino Alto Adige, Friuli Venezia Giulia, Emilia Romagna e il Presidio Militare dell’Esercito di Venezia.

La caduta del muro di Berlino nel 1989 e la dissoluzione del Patto di Varsavia hanno, negli ultimi decenni, imposto una riorganizzazione dell'Esercito Italiano, per adeguarlo alle nuove esigenze operative e, quindi, hanno costretto anche ad una razionalizzazione nell’occupazione delle infrastrutture militari della città costituite – come s’è visto - da complessi di notevole importanza architettonica e storico – artistica. L’Esercito ha assolto “ad un ruolo di tutore di questi tesori e nel tempo ha profuso grandi energie per la loro migliore conservazione, anche se le risorse sono state spesso insufficienti alle necessità. Lo sforzo, comunque, - come ha rilevato nella brochure presentata il generale Enrico Pino - è sempre stato grande “e ciò è stato ben recepito dalla città che continua ad offrire la propria vicinanza ad ogni Comando o Ente militare dislocato nel suo territorio, così come ogni militare che opera in questa bellissima città si sente pienamente integrato nella comunità, dalla quale riceve continui attestati di stima e simpatia”.

Ora questo compito tocca al nostro ateneo, che deve sottrarre la Caserma Piave al degrado e all’abbandono dando nuova vita a questi grandi spazi, particolarmente adatti ad accogliere attività universitarie, laboratori e centri di aggregazione, come mostrano lo splendido recupero del complesso di “Santa Marta” a Verona, ora diventato polo universitario di Scienze Economiche (la riconversione è stata completata nel 2014); i progetti elaborati dall’architetto Massimilano Fuksas con Jordi Henrich i Monràs per il polo culturale dell’ex caserma “Rossani” di Bari; la Nuova Università Valdostana insediata l’ex caserma Testafochi, per decenni presidio degli Alpini; o l’omologa Caserma Piave divenuta Cittadella del Terzo Settore a Belluno, per non parlare delle numerose esperienze straniere, tra cui spicca la Preston Barracks di Brighton trasformata in campus e “temporary home” per start-up nella fase iniziale della loro attività.

Tutti questi usi sono compatibili non solo con la situazione attuale, ma anche con i valori storici, architettonici ed estetici (oltreché economici che ad essi sono comunque legati) di questi insediamenti. Da quanto abbiamo detto risulta evidente che il riuso di tali edifici e monumenti richiede scelte motivate, competenti e consapevoli. La salvaguardia e la valorizzazione del patrimonio materiale ed immateriale in essi incorporato è un impegno che l’Università non può non assumersi per adempiere alla propria mission e contribuire, in coerenza con la propria storia plurisecolare, al dinamico divenire della nostra identità e della qualità di vita e di lavoro nel nostro ateneo e nella città di Padova.

Giovanni Luigi Fontana