Università e scuola

Foto: Obie Oberholzer/laif

Università e scuola

L'università, cerniera tra cultura europea ed araba

22 marzo 2017

In Italia sono ancora poche le opportunità di studiare approfonditamente i paesi arabi e mediorientali: corre su Facebook l’osservazione di Leila El Houssi, docente a contratto di storia dei paesi islamici all’università di Padova. “Sono sempre più gli studenti che in tutte le università del territorio nazionale chiedono di aprire corsi di laurea in cui si affronti lo studio del Maghreb e del Medio Oriente” scrive la studiosa, ma negli ultimi decenni diversi ricercatori “con esperienza di ricerca sul campo, pubblicazioni internazionali e incarichi di docenza” sono stati costretti a scegliere se cambiare lavoro o lasciare l’Italia: “i posti messi a concorso diminuiscono sempre di più”.

Sul post della docente sono piovuti centinaia di like e di condivisioni e la notizia è stata ripresa anche dall’Ansa. Ma qual è lo stato dello studio della lingua e della cultura dei nostri vicini mediterranei e mediorientali? Lo abbiamo chiesto direttamente alla professoressa El Houssi: “L’Italia è al centro del Mediterraneo, dovrebbe essere una naturale cerniera tra Africa ed Europa, Oriente e Occidente, anche da un punto di vista economico e culturale. Eppure quest’area riceve paradossalmente ancora poca attenzione da parte delle nostre università”.

Leila El Houssi è autrice di diversi studi e libri, con temi che spaziano dalla ricostruzione della storia della comunità italiana a Tunisi tra le due guerre all’analisi delle primavere arabe. “Oggi insegnare la storia, le relazioni internazionali, la politica, la letteratura e le lingue del Medio Oriente del Nord Africa è sempre più necessario – continua El Houssi – Vedo negli studenti molta voglia di capire cosa accade, con un interesse crescente soprattutto a partire dai fatti del 2011: poi però si imbattono in una realtà come l’università italiana in cui ci sono pochi insegnamenti, pochi corsi e pochi docenti e ricercatori, spesso non strutturati”.

Come mai questo disinteresse? “Negli ultimi decenni abbiamo guardato soprattutto a nord, ma non bisogna dimenticare che Tunisi è molto più vicina a Roma di quanto non lo siano Parigi o di Bruxelles. Il Mediterraneo oggi sembra più dividere che unire, ma credo che prima o poi tornerà il momento di volgersi anche a sud. Anche dal punto di vista delle politiche universitarie: va bene ad esempio cercare di attrarre studenti dalla Cina, che è distante migliaia di chilometri, ma ogni tanto potremmo anche dedicare qualche attenzione in più ai paesi mediterranei, che per noi costituirebbero quasi un bacino naturale”.

Pesano sicuramente le incomprensioni: “In Italia i rapporti con l’altra sponda del Mediterraneo sono oggi dominati soprattutto dalla questione dei migranti, peraltro presenti nel nostro Paese in numero inferiore rispetto ad altre realtà. Nord Africa e Medio Oriente non sono, però, mondi a parte ma profondamente legati alla nostra realtà italiana ed europea”. Senza dimenticare che si tratta di realtà plurali e spesso eterogenee: “Nei miei corsi dedico ampio spazio alla storia di questi paesi e alle relazioni internazionali, con una particolare attenzione anche alla questione delle minoranze etniche e religiose: i copti in Egitto, i cristiani in Siria, i curdi e gli armeni in Turchia...”.

In particolare tutta l’area del Nord Africa è molto diversificata: “Oggi il Mediterraneo non andrebbe visto solo come regresso e sottosviluppo, bensì come una realtà molto complessa e variegata. Ci sono Paesi economicamente interessanti come il Marocco e altri come la Tunisia, che sta affrontando un percorso di democratizzazione molto interessante”. In queste relazioni che ruolo possono avere gli immigrati e le cosiddette seconde generazioni già presenti in Italia? “Sicuramente importante. Possono rappresentare quel ponte tra le due rive di cui sentiamo un profondo bisogno nella fase attuale: a questo proposito il loro coinvolgimento è indubbiamente necessario”. Resta da capire come impostare concretamente questi corsi: “L’approccio dev’essere multidisciplinare e interdisciplinare, e un corso di studio su quest’area dovrebbe approfondire diverse aree tematiche come la storia, le relazioni internazionali, la lingua, le analisi politiche e di Nation-building, l’economia, il settore energetico”.

Con quali prospettive lavorative per gli studenti? “Gli sbocchi professionali possono essere molti: servono ad esempio giornalisti, analisti e operatori che sappiano fare da mediatori in maniera efficace tra noi e questi mondi, che possono essere importanti anche da un punto di vista economico. Già oggi ci sono circa 800 aziende italiane nella sola Tunisia. Un altro campo rilevante è quello della cooperazione internazionale che, come sappiamo, ha portato avanti un piano di azione strategico di medio/lungo periodo per fornire una risposta concreta alla delicata fase di transizione e di ricostruzione del tessuto socio-economico dei Paesi del Nord Africa e del Medio Oriente. Infine c’è il mondo della scuola e degli insegnanti, che nella fase attuale richiedono una formazione adeguata per gestire classi sempre più miste e multiculturali. Questi sono solo alcuni esempi delle tantissime cose che si possono fare”.

Daniele Mont D’Arpizio