Società

Foto: Moe Zoyari/Redux /contrasto

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La lunga eco della rivoluzione cubana a 50 anni dal Che

10 ottobre 2017

Viktor Dreke, ha 80 anni suonati, di media statura e con il giro vita che con gli anni ha guadagnato qualche centimetro. Il passo è cadenzato, lento, quasi vellutato, le mani incrociate dietro la schiena. Il viso, rugoso, segnato da una vita intera passata tra i Caraibi e l’Africa, è illuminato dallo sguardo sornione, così tipico del Centro America per l’immaginario collettivo europeo. Colpisce il colore della sua pelle, scuro come il carbone, che ricorda l’origine africana di molti cubani come lui, in cui l’unico tocco di bianco è dato da un paio di baffi sale e pepe.

La voce scandisce le parole lentamente mentre racconta la sua storia dal modesto palco del Teatro Ruzante, già chiesa di San Giorgio.

Perché Viktor Dreke non è solo un mite signore dell’isola di Cuba. È stato un dirigente del Partido Comunista de Cuba, si è laureato in legge all'università Santiago de Cuba, si è diplomato all’accademia militare Maximo Gomez, ma soprattuto è e fu un rivoluzionario, di quelli autentici.

Viktor Dreke, il 10 marzo del 1952, trascorreva il suo quindicesimo compleanno ascoltando alla radio la notizia che il caudillo Fulgencio Batista aveva rovesciato il governo della Repubblica di Cuba.

Il resto fu storia: le prime proteste studentesche, il costituirsi del movimento di contestazione “26 luglio”, guidato da Fidel Castro, la momentanea sconfitta, l’esilio in Messico ed il ritorno a Cuba di irriducibili pronti a fare la rivoluzione: “Tredici uomini e sette fucili”, così ricorda il comandante Dreke.

Il resto, appunto, fu storia, e la platea del piccolo teatro non si è riempita solo per sentire l’ennesima cronaca della rivoluzione, analizzata, sviscerata e sminuzzata da testimoni diretti, giornalisti, editori, storici nei cinquant’anni che ci separano dalla morte di Ernesto Guevara, el Chè (o “Ern(s)eto”, come lo articola Viktor Dreke, accennando appena la “s", secondo la pronuncia cubana). Il pubblico desidera ben altro, qualcosa che solo una persona come Dreke può restituire: l’esperienza di vita di chi ha combattuto lungo i pendii umidissimi, afosi e verdi della Sierra Maestra, il racconto delle giornate trascorse rintanato dentro le trincee nella sabbia della Baia dei Porci, il vissuto dei mesi a marciare e combattere nell’entroterra torrido ed equatoriale del Congo, sempre a pochi passi dal comandante Guevara.

E i posti in platea sono occupati quasi esclusivamente dalla generazione che, nella foto di Guevara, riportata in Italia da Giangiacomo Feltrinelli dopo il suo viaggio a Cuba, ha visto molto più di un medico combattente argentino. Il Che era il mito che racchiude in sé quello spirito dei “tredici uomini e sette fucili” i quali convinsero contadini, allevatori, operai, casalinghe, studenti ad unirsi a loro: colonne di centinaia, e con il passare dei giorni della rivoluzione, migliaia di uomini e donne che arrivarono fino alla città di Santa Clara, assediandola l’ultimo giorno dell’anno 1958 e festeggiando la fuga di Batista e la fine della dittatura la mattina seguente.

Il vocabolario a cui attingono i partecipanti all’incontro per rivolgere le domande al comandante Dreke appartiene ad anni lontani, per non dire ad un’epoca passata. A Dreke viene chiesta una sua opinione su “l’imperialismo che avanza”, “il nemico capitalista”, “le sovrastrutture marxiste-leniniste della società”: echi, sempre più deboli, di una parte dell’università in cui da alcune cattedre si potevano ascoltare le lezioni dei “cattivi maestri”, di una città sui cui muri si scrivevano i nomi di alcuni ministri con la “K”, di cronache giudiziarie che riguardavano teoremi clandestini di sovversione e rivoluzione. In platea, a sentire Dreke, ci sono gli studenti di allora ma “non ci sono gli studenti di oggi”, come nota, quasi sottovoce, tra lo stupito e l’amareggiato, la professoressa Cancellier, direttrice del centro di ateneo per gli studi latinoamericani e dei Caraibi nonché organizzatrice dell’evento.

In questa atmosfera sognante, che ha il sapore agrodolce della nostalgia, il comandante Dreke risponde con calma e pazienza a tutte le domande. Lui, che la rivoluzione l’ha fatta sul serio, e non da qualche salotto un po’ troppo per bene descritto da Tom Wolfe nel suo romanzo “Radical Chic", ci tiene a mettere un punto fermo nella vicenda che riguarda Cuba e la rivoluzione. La lotta armata dell’isola caraibica che restituì ai cubani una nazione non democratica, ma comunitaria e socialista, non può e non deve essere esportata. Lo stesso Guevara riconobbe che in Congo (“doloroso e unico esempio nella storia del mondo moderno di come ci si possa fare beffe, con la più assoluta impunità e con il più offensivo cinismo, del diritto dei popoli”) il tentativo cubano di replicare ciò che successe a Cuba fu un fallimento. Dreke, che in Africa ha davvero combattuto, in Congo nel ’65 e in Guinea-Bissau nell’’86, ha ben chiaro una cosa:” In Europa, non aveva senso parlare di rivoluzione cubana negli anni Sessanta e Settanta, figuriamoci oggi: Cuba non vuole esportare la rivoluzione”. Con un mezzo sorriso sotto il baffo, condivide un’intuizione: la rivoluzione, oggi, non la deve fare di certo un cubano nella terza età, né tanto meno i signori in sala che avevano vent’anni nel 1968. Le giustizia sociale (in special modo nell’era di Facebook e di Instagram) non la si fa impugnando una p38 con il passamontagna sul viso e prendendo la mira contro la polizia in piazza. La rivoluzione, la fanno i giovani di adesso, studiando, con i loro mezzi e con la loro cultura, afferma Dreke quasi riecheggiando quello che Gramsci diceva 80 anni fa, con il motto: “Istruiamoci perché avremo bisogno di tutta la nostra intelligenza”. Secondo il comandante cubano ogni popolo, per sovvertire o cambiare l’ordine delle cose, deve muovere dalla propria cultura, evitando l’imitazione di modelli che appartengono ad altre esperienze rivoluzionarie.

Tommaso Vezzaro