Cultura

Foto: Courtesy Everett Collection/Contrasto

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L'idea di Imperium giapponese e la guerra totale

28 luglio 2017

Con questo saggio di Douglas Ford, La guerra del Pacifico (Il Mulino, 2017), il lettore italiano ha a disposizione una sintesi eccellente della guerra del Pacifico, sintesi di aspetti politici, militari, economici e civili come l’opinione pubblica o l’uso dell’Intelligence.

L’attacco a sorpresa dei giapponesi a Pearl Harbor nelle Hawaii, il 7 dicembre 1941, per distruggere la flotta americana nel Pacifico, aprendo così un teatro di guerra vasto migliaia di chilometri, enorme rispetto a quello europeo, significò la mondializzazione definitiva del secondo grande conflitto del secolo scorso.

La strategia del Giappone prevedeva il dominio del Sud-est asiatico e di ampie zone della Cina, i giapponesi chiamavano tale strategia ‘la conquista della sfera di prosperità’ che inevitabilmente contrastava con la presenza americana in quell’oceano.

L’atrocità della guerra del Pacifico è stata notevole: è stata una guerra di potenza tecnologica che si è conclusa con la bomba atomica, è stata una guerra razziale e di odio reciproco che ha rasentato l’irrazionalità, infine è stata una guerra totale. Per gli americani si trattò di combattere fino alla resa incondizionata del nemico e per i giapponesi di non considerare mai la resa come una opzione onorevole.

Pregio del saggio di Ford è approfondire la prospettiva nipponica sulla guerra e mettere in luce due opposte letture del conflitto. Da parte degli americani il proditorio attacco di Pearl Harbor era la prova della doppiezza e dell’infamia dei giapponesi e da qui l’obiettivo di distruggere una volta per tutte il militarismo del governo di Tokyo; da parte del Giappone l’attacco preventivo del 7 dicembre era la tappa necessaria per liberare l’Asia dalla presenza incombente non solo degli Stati Uniti ma anche del colonialismo europeo di Gran Bretagna, Francia e Olanda, viste come un limite allo sviluppo e al benessere dello stesso Giappone.

L’idea di imperium in Asia da parte del Giappone e di sfruttamento sistematico dei paesi occupati  era fondata su un complesso prisma ideologico: l’essenza divina dell’imperatore,  il prestigio dello Stato su ogni cosa, l’ultranazionalismo, il Bushido (il codice guerriero che esaltava l'onore e il sacrificio personale in nome dell’imperatore), una élite militare e industriale che non calcolò mai i limiti della propria potenza militare in nome di una presunta superiorità razziale. Le decisioni belliche venivano prese non sulla base di dati oggettivi ma sulla certezza che il Giappone avrebbe creato un nuovo ordine asiatico: “La pietra miliare dell’addestramento militare era la difesa del concetto di Yamato-damashii, secondo il quale la razza giapponese discendeva dagli dei e aveva quindi il naturale e sacro diritto-dovere di essere alla guida di tutti i popoli”.

Mi pare, quindi, che una delle acquisizioni del libro di Ford, docente di storia militare nell’università inglese di Salford, sia l’analisi di quello che possiamo chiamare la ‘psiche’ del militarismo giapponese, cioè la fiducia incrollabile nella vittoria. Una mistica militare che pervadeva ogni momento della vita civile e che portava a chiamare i nuovi nati “Vittoria” e “Conquista”. Anche dopo le bombe del 6 e 9 agosto su Hiroshima e Nagasaki sembra che i militari facessero più fatica a considerare l’opportunità di una resa che a prepararsi a una sorta di scontro finale. Solo con l’intervento determinate di Hirohito, che decise di farla finita con l’insensata prosecuzione della guerra, il Giappone si arrese.

Il progetto di dominio del Sud-est asiatico in nome della prosperità giapponese prevedeva lo sfruttamento delle popolazioni assoggettate,  come cinesi, coreani, malesi, filippini… Il 1 dicembre 1941 il ministro delle finanze giapponese dichiarava: “Lo scopo principale sarà quello di ottenere risorse e, se possibile, consentire alle popolazioni dei territori occupati di mantenere uno standard minimo di vita”. Ha scritto Elise K. Tipton, in una sua storia del Giappone moderno, che in realtà lo scopo di Tokyo era portare l’Asia ai giapponesi e non l’Asia agli asiatici. I popoli conquistati furono trattati con una durezza e una brutalità inaudite, a partire dalla forzata giapponesizzazione linguistica e culturale (per non ricordare i massacri di Nanchino nel 1937 e quello di Singapore nel 1942, il trattamento disumano nei confronti dei prigionieri e, infine, le più note comfort women per l’esercito imperiale).

Gli alleati (non solo americani ma anche inglesi e australiani) vinsero la guerra del Pacifico grazie all’enorme superiorità economica, strategica e militare. Negli Stati Uniti, per esempio, la connessione tra macchina militare e produzione industriale raggiunse livelli straordinari: nel 1944 la Ford Motor Company produceva già 5.000 bombardieri l’anno. I kamikaze, nell’ultimo anno di guerra, furono l’estremo e fallimentare tentativo di fronte a un divario bellico sempre più evidente, fino all’apparire della bomba atomica. Ford, che ha utilizzato documenti inediti da archivi inglesi e americani, dopo averne fatto una densa analisi - che qui non è possibile riassumere - conclude che il primo obiettivo dello sganciamento dell’ordigno nucleare fosse quello di costringere alla resa il Giappone ed evitare, da parte degli americani, una costosissima, in termini di vite umane, invasione dell’isola. La tesi molto diffusa che lo scopo autentico fosse quello di intimorire l’Unione Sovietica per Ford si basa solo su indizi: “La letteratura esistente fornisce prove convincenti del fatto che prima di Hiroshima il governo imperiale non avesse alcuna intenzione di accettare le clausole di pace imposte dagli alleati”.

Il 15 agosto 1945 l’imperatore Hirohito si rivolse via radio ai suoi sudditi e lo fece con l’assurdo e paludato giapponese di corte a stento comprensibile dal cittadino comune che per la prima volta poteva ascoltarne la voce; esortò il popolo a “sopportare l’insopportabile”, cioè la sconfitta e la resa senza condizioni.

resa giappone II guerra mondiale

Più della celebre foto di Joe Rosenthal del 23 febbraio 1945 della bandiera americana issata sul monte Suribachi dopo la sanguinosa battaglia di Iwo Jima ricordata dallo storico inglese, mi sembra significativa un'altra immagine. Dopo che i rappresentati dell’imperatore avevano firmato la resa (il 2 settembre 1945) sulla corazzata Missouri, Hirohito incontrò per la prima volta, il 27 settembre il generale Mac Arthur, vincitore della guerra del Pacifico. In questa foto il generale americano, imponente e informale, sovrasta il fragile, minuto e azzimato imperatore giapponese ormai ridotto a misure umane. Solo di fronte a questa foto, che il ministro degli Interni giapponese cercò inutilmente di non far circolare, il popolo del Sol Levante si rese finalmente conto della catastrofe.

Sebastiano Leotta