Cultura

Foto: CSU Archives/Everett Collection/Contrasto

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Lenin e quel treno verso la Russia

12 maggio 2017

Dei molti modi con cui si può combattere una guerra – a parte le armi, naturalmente – uno dei più efficaci è quello di piazzare un cavallo di Troia nel territorio avversario. Recentemente è uscito un libro di Catherine Merridale, Lenin sul treno, (Utet 2017) che sostiene la tesi, peraltro non nuova, che la Rivoluzione d’Ottobre in Russia sia stata il risultato di un cavallo di Troia abilmente piazzato dalla Germania dentro i confini del nemico russo durante la Prima guerra mondiale.

Nel marzo del 1917 lo zar Nicola II aveva abdicato di fronte alle sollevazioni popolari di un mese prima contro le difficilissime condizioni di vita dovute alla guerra; tutto era iniziato dalle proteste delle donne in coda per il pane nel quartiere operaio di Vyborg a Pietrogrado: nel giro di qualche giorno la città veniva percorsa da scioperi, manifestazioni di civili e soldati che chiedevano la fine della guerra e dell’inflazione, un’improvvisa esplosione di energie represse, di mobilitazioni senza precedenti.

Nel frattempo a Zurigo il quasi sconosciuto leader Lenin viveva dal 1914 la sua vita di esiliato comunista. Tra mattinate nella biblioteca comunale zurighese e rabbiose discussioni teoriche con altri agitatori di professione al Café Odeon (frequentato anche da Stefan Zweig, James Joyce, Mata Hari e Albert Einstein) il capo di uno tanti partiti rivoluzionari della Russia «non disdegnava uno o due bicchieri di tè, ma non dimenticava mai che la sua vita era votata a cause più alte del semplice chiacchiericcio». Lenin, un incrocio di pedanteria e furore ideologico, è colto di sorpresa dalla rivoluzione spontanea del febbraio 1917. L’autocrazia zarista stava collassando e nessuno dei futuri capi della rivoluzione si trovava in Russia: né Trockij e Bucharin (lontani a New York) né Stalin, al confino in Siberia.

Da lontano Lenin, in preda all’euforia per i fatti di Pietrogrado, stila subito una serie di parole d’ordine per i suoi compagni di partito in Russia: nessuna collaborazione con il governo provvisorio che intende continuare la guerra, nessuna difesa “patriottica” della Russia zarista, tutto il potere ai consigli (i Soviet), affrettarsi a uscire prima possibile dal conflitto mondiale. Per Lenin si trattava di rientrare al più presto in Russia e la cosa non era facile: tra le varie opzioni possibili, Lenin accarezzò anche quella di fingersi un cittadino svedese sordomuto e attraversare in treno la Germania attraverso la Danimarca. La cosa fu scartata perché l’abitudine di Lenin di farfugliare nel sonno poteva tradirlo, come gli fece notare la moglie. L’occasione alla fine arrivò: dopo una serie di incontri segreti con le autorità tedesche di cui si fece mediatore una figura bizzarra e contraddittoria di rivoluzionario e speculatore capitalista come Aleksander Gel’fand detto Parvus, fondatore della rivista Iskra, i tedeschi proposero la via del treno.

I tedeschi avrebbero fatto arrivare in Russia un manipolo di rivoluzionari di professione, tra cui Lenin, che nei piani del Ministero degli esteri del Kaiser, organizzatore del viaggio, avrebbe contribuito a destabilizzare l’impero zarista già nel caos: «fu così che [i tedeschi] sostennero militari ammutinati in Francia e i nazionalisti irlandesi, sognando anche di fomentare una ribellione ai confini dell’India. Quando gli venne raccomandato il nome di Lenin, non ci misero molto a capire che avrebbe potuto influire negativamente sullo sforzo bellico russo». Le pratiche destabilizzanti il nemico, del resto, non erano isolate: molto probabilmente dietro l’assassinio di Rasputin c’era anche la partecipazione dei servizi segreti inglesi, preoccupati dell’influenza del monaco, contrario alla guerra, su Nicola II.

Catherine Meriddale, storica e scrittrice inglese, racconta e ripercorre, per la prima volta nella storiografia della Rivoluzione russa, il viaggio di sei giorni e i 3200 chilometri del capo bolscevico dalla Svizzera a Pietrogrado. Un limite importante del libro è il fatto che la Merridale si fa spesso prendere la mano e sconfina nella letteratura come quando s’immedesima, al modo di una soggettiva cinematografica, nel suo protagonista, cercando di immaginare quello che Lenin vedeva dal treno o quello che pensava: «sognavo di rimettere piede nel mondo in cui l’uomo aveva vissuto e respirato».

Un treno tedesco parte da Zurigo il 27 marzo 1917, su tre vagoni salgono una trentina di russi tra cui Lenin, la moglie Nadežda Krupskaja, l’amante Inessa Armand, Karl Radek, Grigorij Zinov’ev, controllati a vista da due minacciosi militari tedeschi, affiancati ai russi fino alla fine del viaggio e che rendevano conto solo al generale Erich von Ludendorff. Il treno, che non era affatto ‘piombato’ come si è scritto per decenni, attraversò la Svizzera, la Germania, la Danimarca, la Svezia, la Finlandia e poi arrivò alla stazione “Finlandia” di Pietrogrado il 4 aprile. Lenin rientrava in Russia dopo 17 anni di esilio.

Lungo il viaggio il capo dei bolscevichi dimostrò le sue doti di organizzatore e di pianificatore sociale, dettò le regole ai suoi compagni: l’accesso ai bagni, riprendeva duramente chi cantava e fumava e lo infastidiva, mentre scriveva le deflagranti Tesi di aprile che gettarono scompiglio nel confuso e oscillante partito bolscevico russo. Lenin affermava che bisognava dare tutto il potere ai Soviet, dare la terra ai contadini, nazionalizzare e confiscare e, infine, fermare la guerra imperialista, estranea al popolo russo. Appena arrivato in stazione salì sul cofano di un macchina che stava lì ad aspettarlo e proclamò la rivoluzione mondiale a chi era venuto ad accoglierlo: «la piratesca guerra imperialista segna l’inizio della guerra civile in tutta Europa,ormai il capitalismo europeo può crollare da un giorno all’altro… lunga vita alla rivoluzione sociale mondiale!»

Con la pubblicazione delle Tesi di aprile nei corridoi del Ministeri degli esteri tedeschi si poteva dire che «il rientro di Lenin in Russia era riuscito» e che il rivoluzionario «stava operando esattamente come auspicavamo».

Secondo Maksim Gor’kij, Lenin non sapeva quasi nulla del popolo che in seguito avrebbe governato: tranne un paio d’anni di attività come avvocato, Lenin non aveva mai lavorato, era stato sempre un agitatore politico, un asceta della rivoluzione che avrebbe dovuto compiersi ad ogni costo e con ogni mezzo. La vita privata di Lenin semplicemente non esisteva, bruciata tutta al fuoco del grande compito. A vederlo sembrava apparentemente uno dei tanti impiegati della burocrazia russa: vestito come un travet gogoliano (rispetto all’eleganza di Trockij), era maniacale, ordinato e profondamente settario: metteva sempre in ordine la punta delle sue matite e la sua scrivania,  registrava meticolosamente le sue spese per il pranzo e la cena e, infine, non fumava né beveva. Aveva una fiducia sconfinata nelle proprie idee: Bucharin ricordò che a Lenin «non gliene importava un accidente della opinione degli altri».

Con la presa del potere del 7 novembre 1917 (il 25 ottobre secondo il calendario russo) il partito dovette occuparsi della guerra in corso. Tirarsi fuori dall’immane conflitto mondiale per meglio assicurare la rivoluzione socialista in Russia. Nella visione tattica di Lenin, vincente ma non condivisa da Bucharin e Trockij, la pace avrebbe favorito certo la Germania permettendole di proseguire la guerra spostando divisioni e materiali verso il fronte occidentale, ma allo stesso tempo quella guerra poteva diventare un detonare per la rivoluzione mondiale.

Le complesse visioni diplomatiche e rivoluzionarie, che si intrecciavano e si sovrapponevano, ebbero alla fine esiti diversi da quelli immaginati. Lenin accelerò la dissoluzione della Russia zarista e si sganciò dalla guerra con il trattato di Brest Litovsk del 3 marzo 1918, la Germania non vinse la guerra come aveva sperato e si ritrovò ad assistere, e ad averci messo del suo, alla nascita del primo paese comunista al mondo.

Sebastiano Leotta