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Foto: Reuters/Tony Gentile

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Legge elettorale: facciamo come in California

7 dicembre 2016

I risultati del referendum rendono urgente mettere mano a una nuova legge elettorale, modificando la legge n. 52 del 6 maggio 2015 (il cosiddetto Italicum) e creando una legge anche per il Senato dopo la sentenza della Corte costituzionale che aveva dichiarato la parziale incostituzionalità della legge del 2005. Infatti, la legge del 2015 riguardava la sola Camera perché il governo ipotizzava che il Senato dovesse essere non elettivo, come proposto dalla legge costituzionale su cui si è votato domenica 4 dicembre. I cittadini hanno però bocciato la riforma e quindi occorre riscrivere le leggi elettorali per entrambe le camere, la cui scadenza è abbastanza ravvicinata (febbraio 2018). Ogni legge elettorale dev’essere però basata su dei solidi principi, non essere un pateracchio concepito per far vincere qualcuno a danno di qualcun altro. Non c’è nulla di peggio della riscrittura delle regole fondamentali per motivi opportunistici e di parte.

Torniamo a John Stuart Mill, che un secolo e mezzo fa scriveva: “Il primo principio della democrazia [è] la rappresentanza in proporzione ai numeri [dei voti]. E’ una parte essenziale della democrazia il fatto che le minoranze siano adeguatamente rappresentate”. I premi di maggioranza sono un’offesa al principio costituzionale dell’uguaglianza del suffragio (art. 48, secondo comma), ribadito dalla Corte costituzionale nella sua sentenza sulla legge Calderoli del 2005, e vanno respinti in linea di principio.

E’ vero, tuttavia, che oggi sarebbe importante ristabilire la fiducia dei cittadini nelle istituzioni democratiche permettendo loro di scegliere i propri rappresentanti. La vera soluzione per creare un rapporto più stretto fra i votanti e gli eletti sono i collegi uninominali, che potrebbero anche essere 618, quindi con 1 deputato ogni 100.000 cittadini e circa 50.000 votanti (domenica hanno votato 33 milioni di italiani). Il difetto dei sistemi di questo tipo è che tendono a cancellare le minoranze, violando quindi il principio di rappresentanza che vogliamo difendere, ma a questo c’è rimedio: la legge Mattarella del 1993, per esempio, creava soltanto 475 collegi uninominali, ripartendo gli altri 155 con un metodo tendenzialmente proporzionale fra i partiti che avessero superato la “soglia di sbarramento” del 4% dei voti su scala nazionale.

Un sistema migliore per ottenere lo stesso risultato è il “voto alternativo” usato in Australia, oltre che per l’elezione del presidente indiano e di quello irlandese. Viene eletto chi ottiene il 50% + 1 dei voti in un collegio, ma questo risultato viene ottenuto permettendo agli elettori di indicare sulla scheda l’ordine di preferenza dei candidati. In questo modo si “rivelano” con maggiore precisione le inclinazioni dei cittadini che possono scegliere di votare per il candidato A come loro prima preferenza ma poi sono autorizzati a indicare, supponiamo, i candidati C, D e B come loro seconda, terza e quarta scelta.

Inutile, qui, dilungarsi sul meccanismo tecnico di aggregazione del voto, che sulla carta appare complicato ma è in realtà abbastanza semplice. Un esempio interessante dei risultati possibili in questo modo sono le elezioni presidenziali irlandesi del 1990 quando il candidato del Fiànna Fail Brian Lenihan arrivò in testa con il 43,8% delle prime preferenze ma il conteggio delle seconde preferenze diede la maggioranza assoluta alla candidata del Labour party Mary Robinson, che quindi venne eletta.

Il voto alternativo, che è stato oggetto di un referendum  con esito negativo in Gran Bretagna nel 2011, offre vari vantaggi sul piano dell’equità e del pluralismo mentre ha l’effetto pratico di concentrare il voto su pochi partiti, rispondendo alle obiezioni sul pericolo di eccessiva frammentazione del parlamento.

In una fase di sfiducia verso la classe politica come quella attuale, si potrebbe inoltre rafforzare il legame fra eletti ed elettori introducendo un meccanismo come il recall, ovvero la revoca dei parlamentari, o dei governatori che esiste in 19 stati americani (per esempio, Arnold Schwarzenegger divenne governatore della California nel 2003 in una elezione provocata dal recall del governatore precedente Gray Davis). Come scriveva qualche anno fa Michele Ainis: “La funzione del recall è quella di utilizzare uno strumento di democrazia diretta per rendere più autorevole la democrazia rappresentativa. La democrazia rappresentativa, quella delegata, quella dei consiglieri regionali, dei parlamentari, diventa più autorevole se chi si trova a esercitare un ruolo di potere deve poi risponderne e renderne conto. (…) Il recall è questo, nel senso che mi consente di revocarti se io che ti ho eletto ritengo che tu sia - o sia diventato - immeritevole rispetto a quella carica”. Questo sarebbe un potente strumento per il miglioramento della qualità etico-politica dei parlamentari, permettendo di eliminare i corrotti senza aspettare le sentenze definitive della magistratura. Inoltre, metterebbe fine al cambio di casacca degli eletti perché ovviamente il passaggio a un gruppo parlamentare diverso farebbe scattare negli elettori della circoscrizione la richiesta di revoca del mandato del deputato o senatore infedele.

Ovviamente il recall richiede alcune condizioni per evitare abusi: in primo luogo, non può essere ammesso già all’indomani delle elezioni perché altrimenti le campagne elettorali diventerebbero permanenti. Si potrebbe stabilire un lasso temporale minimo, per esempio un anno, o 18 mesi, prima di poter utilizzare questo istituto. In secondo luogo, la richiesta deve provenire da una frazione significativa del corpo elettorale, per esempio il 15% degli aventi diritto al voto nella circoscrizione.

Quindi: collegi uninominali e recall come strumenti tanto per assicurare la governabilità quanto la fiducia dei cittadini.

Fabrizio Tonello